Il coronavirus non contagia i diavoli: a Tufara il rito antichissimo che uccide Carnevale foto

Tufara, poco più di 400 metri sul livello del mare, nel triangolo che confina da un lato con la Puglia e dall’altro con la Campania. 800 abitanti che in estate, giura il sindaco Gianni Di Iorio, arrivano quasi a 3000 “perché il paese è bellissimo e offre ampie garanzie di relax ai tanti emigranti che rientrano per le vacanze. E in più – ammonisce – questo paese è antisismico, perchè come dice il nome sorge sul tufo”. Sarà vero? Meglio non metterlo alla prova.

Diavolo tufara

Tufara, un borgo suggestivo, un castello che in realtà è una delle pochissime fortezze longobarde di tutto il centro sud, vicoli mozzafiato e piazze incasellate in pendenza. Qui niente carri mastodontici, niente giganti di cartapesta cesellati dalle abili mani dei maestri del carnevale, ma una maschera che è la più antica di tutta la regione. 7 pelli di capra a coprire il diavolo più famoso del Molise, quello di Tufara appunto. Un po’ satiro un po’ inquisitore, sempre accompagnato da figuranti chiassosi con la falce a strusciare i pavimenti di sampietrini. La falce che richiama la morte ma anche gli antichi riti pagani propiziatori per la primavera e la stagione delle messi. Una evocazione della economia rurale caratteristica della regione, una vocazione ancestrale che per secoli ha garantito la sopravvivenza della popolazione.

Tufara diavolo

Anche oggi, ultimo giorno di carnevale, martedì grasso, Tufara ha rimesso in scena il suo diavolo. Anzi i suoi diavoli, perché da qualche anno a questa parte non c’è soltanto la figura zoomorfa della lunga tradizione che l’omonima associazione ripropone,  ma anche le maschere dei cittadini che ne fanno richiesta e ottengono il nulla osta per rendersi protagonisti di altri diavoli.

Sette complessivamente, che dopo aver fatto chiasso nella piazza, a ritmo indiavolato tra la gente che ha partecipato numerosa, sfidando il vento e i timori del coronavirus (che da tante parti, in tutto il Paese, hanno soppresso le manifestazioni della giornata festiva), facendo irruzione nei bar e avvinghiando i visitatori, si spostano frementi nella piazza del castello, dove si tocca il momento più bello ed emozionante della tradizione pagana, mutuata e adeguata ai tempi e alla fede nel periodo del cristianesimo fino ad arrivare ai giorni nostri. Una tradizione della quale la comunità può andare fiera, che raggiunge il momento apicale nel “processo”.

Tufara

Così tre giudici – naturalmente corrotti – condannano a morte il Carnevale , rappresentato da un fantoccio che viene gettato dalla balaustra della fortezza normanna, a diversi metri di altezza dalla scena in cui i genitori del piccolo Carnevale falliscono la negoziazione, si disperano, ma riescono comunque a rinnovare – pure in un rito di morte e di fine – le aspettative per l’anno successivo con un bambino piccolo in braccio. Un neonato sottratto all’occhio avido della giuria.

Muore l’allegria e si uccide la baldanza dei giorni di leggerezza, ma una promessa di ritrovare la spensieratezza è già nata, in un eterno ciclo che dura da secoli e che tutti qui a Tufara – dai bambini agli anziani – sembrano padroneggiare con disinvolta saggezza. La condanna e la morte di Carnevale, nell’allegoria rappresentata con puntuale folklore a dispetto della modernità e delle crisi epidemiologiche, è la più efficace garanzia di fiducia nel futuro. Ci vediamo l’anno prossimo, diavoli.