Gabriele Pepe, un nome per due leggende: il milite dimenticato e il patriota intellettuale

Due grandi personalità, due figli della nostra regione: entrambi nati a Civitacampomarano, ma soltanto uno di loro - l’illustre figura del Risorgimento - é ancor oggi celebrato dalla Storia ufficiale: a lui sono stati dedicati una piazza e un monumento nel capoluogo. Alle imprese del secondo - soldato indomito morto da eroe in Africa, sul campo di battaglia - gli annali hanno invece destinato le pagine dell’oblio.

Vite d’aurora, lacrime piovute sui teneri germogli del sacrificio. Estremo, ultimo, ardito. Incomunicabile, eroica bellezza.

È sangue e impero, è amore e vendetta, è splendore del vero il vento orgoglioso che muove il vessillo della patria: quest’idea sublime, questa madre santa, folle carezza sul cuore dei grandi spiriti.

Gabriele Pepe è un nome scritto nel sole. Gabriele Pepe è un racconto di epiche gesta, una cometa d’ardore che splende su due figli di questa terra.

Ad uno la Storia ha dedicato annali e monumenti; all’altro un lascito di dimenticanza, un’eco ingiustamente perduta lungo le valli dei secoli. Molisani entrambi, dalla culla di Civitacampomarano. 

Il primo (7 dicembre 1779): poeta, intellettuale, condottiero. Protagonista della rivoluzione repubblicana e avanguardista dell’unità nazionale: con impeto tenne fede alla promessa del cuore; prima della condanna e dell’esilio. Lì a Marsiglia: la stessa terra che prima di lui accolse l’esule padre. Quel padre che Gabriele non poté più ritrovare se non nei ricordi: fu la morte a strapparglielo via appena prima dell’ultimo abbraccio. Di lì, la partenza a seguito delle truppe napoleoniche e il rientro in Molise (attorno al 1815) da colonnello. Eppure, un nuovo dolore: la restaurazione monarchica lo flagelló infatti con l’esilio in Moravia e con la caduta in povertà. Riaccolse l’alba ed il profumo della terra d’origine anni più tardi, nel 1836, e lì visse l’ultimo dei suoi giorni: si spense a Civitacampomarano, dov’era nato, il 26 luglio del 1849. Di lui ci parlano ancora oggi cronache e fonti storiografiche, una piazza e un monumento suggestivo collocati nel centro di Campobasso.

Ma l’atanor del fato aveva già pensato a modellare un’altra anima illustre al fuoco della perseveranza: stesso nome, stesso cognome, stessa regione, stesso paese; come fosse il patto tra avi di una dinastia.

Novembre 1896. Un fiore d’autunno sboccia tra le foglie arse: coraggio inciso nel marmo, profezia di gloria e amorevole abnegazione. Virtù romantica, la lama del destino sulla spalla dell’eletto. Gabriele Pepe, milite illustre. 

Un’esistenza impavida, prodigio di fierezza e indomito fervore sin da giovanissimo: nel fango doloroso del fronte a poco più di vent’anni, soldato prezioso in quella che il vate D’Annunzio ribattezzò “battaglia del Solstizio”. Era il 1918 e quelle erano le sponde sacre del Piave.

La santità del confine, l’appartenenza inviolabile, capitano e guida illuminata per le “sue” schiere dopo il battesimo di fuoco, una medaglia d’argento sul petto a testimonianza del valore e delle imprese. Poi l’Africa. Nel Regio Comando Truppe Coloniali (1928) in Eritrea, prima del rientro a casa (1933) e del nuovo impegno nel “continente nero” (1935): stavolta nella Guerra d’Etiopia, a condurre il XVIII Battaglione Indigeni, Fanteria.

Il suo servizio per la nazione avrebbe anche potuto finire lì, con il grado di “maggiore” già  in tasca e un altro paio di coccarde sulla divisa. E invece no. Perchè l’Italia ne invocó ancora lo slancio e la devozione. E questa volta gli chiese tutto.

Tornato in Africa allo scoppio delle nuove ostilità (1940), il tenente colonnello Gabriele Pepe guidò i suoi uomini fino a Ghemira: lì, a loro e alla Patria regalò la vita. 

Gravemente ferito e sfigurato in volto nel corso di un brutale combattimento, continuò infatti a spronare i suoi all’avanzata. Fino alla fine, tingendo così di sangue e d’eroismo i bagliori dell’assalto. Fino all’ultimo atto, fino all’ultimo gesto. Fino all’ultimo respiro.

Gabriele Pepe – soldato e colonnello da Civitacampomarano – è una storia d’amore, un esempio immortale. Gabriele Pepe – medaglia d’oro al valor militare, da Civitacampomarano – è una torcia che arde ancora. Un monumento di luce, la lancia di un dio.