Medaglie d’onore a Pasquale e Pietro, i soldati molisani che non si piegarono al nazifascismo foto

Avevano 23 e 30 anni quando vennero catturati: era stato appena annunciato l'armistizio. I due furono internati nei campi di concentramento e costretti ai lavori forzati. Questa mattina - 27 gennaio - in Prefettura a Campobasso la consegna delle medaglie d'onore

Pasquale aveva ventitré anni, Pietro trenta. L’8 settembre del 1943 è una data fondamentale per la storia d’Italia: la firma dell’armistizio con gli Alleati sovvertì l’ordine delle cose. Per molti si intravedeva all’orizzonte la pace, per altri si andava verso la fine di un incubo. Per altri ancora, purtroppo, si apriva la fase più dura. Un destino, quest’ultimo, che accomunò due militari italiani, molisani: Pasquale Quici di Trivento e Pietro Carmine Belli di Baranello proprio nelle ore dell’annuncio dato dal maresciallo Badoglio furono catturati dai nazisti solo perché soldati italiani, con la complicità di quel che rimaneva dei fascisti.

E di colpo si videro portare via tutto: internati in Germania in campi di concentramento, condannati ai lavori forzati. Due lunghi anni passarono per entrambi prima di poter riconoscere di nuovo la parola libertà, quella stessa che gli fu strappata via in quella calda e triste giornata di fine estate di 77 anni fa.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito loro la Medaglia d’onore. Un riconoscimento che ha commosso i parenti degli ormai scomparsi valorosi militari italiani che non si piegarono al nazifascismo. Evidentemente emozionato il signor Alessandro Quici, figlio del soldato triventino. Un velo di commozione ha attraversato lo sguardo del signor Nicola Belli, nipote del militare baranellese.

Generico gennaio 2020

A 75 anni dalla fine del loro incubo la cerimonia nel Palazzo di Governo, alla presenza del prefetto vicario Pierpaolo Pigliacelli, del presidente della Regione, Donato Toma, del vicesindaco di Campobasso, Paola Felice, della dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, Maria Luisa Forte, del vicepresidente della Provincia, Alessandro Amoroso, e della presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Pina Petta, che ha moderato la cerimonia.

 

“Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento. Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare. E il vento si poserà”. I versi toccanti di ‘Auschwitz’ del grande Francesco Guccini hanno aperto la mattinata in Prefettura.

Cerimonia sobria, sentita, alla quale hanno partecipato – eseguendo lavori meritevoli di lode – anche quattro istituti scolastici: l’Istituto comprensivo di Riccia, il Liceo Musicale ‘Galanti’ di Campobasso, la scuola primaria di Toro appartenente all’Istituto comprensivo ‘Madre Teresa di Calcutta’ di Campodipietra e l’Istituto ‘Amatuzio-Pallotta’ di Bojano. E questa è la notizia più confortante: come ha detto Primo Levi, “è accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”. Per questo la memoria va alimentata con una profonda conoscenza storica: la scuola deve esserne la colonna portante.

Generico gennaio 2020

Il richiamo al “non deve succedere più” è stato frequente nel corso degli interventi, consapevoli che i rigurgiti di antisemitismo e di razzismo, nelle sue forme più disparate, sono campanelli d’allarme da non sottovalutare mai. Anche perché di orrori, in questi 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ce ne sono stati e ce ne sono ancora tanti. Dal genocidio nell’ex Jugoslavia a quello del Ruanda senza dimenticare le migliaia di morti nel Mediterraneo di povera gente che scappa da orrori.

In memoria di Pietro Carmine Belli, di Pasquale Quici e di quelle donne e quegli uomini che hanno sofferto sulla propria pelle e nel proprio animo ferite non rimarginabili si deve perseguire un senso civico il più possibile impeccabile condannando sempre e comunque l’odio e il razzismo. Perché “è accaduto, e può accadere di nuovo”.