Il voto in Emilia-Romagna: la “cultura capolista” di Mauro Felicori può fermare Salvini?

Quando entro all’Enoteca italiana in via Marsala a Bologna non lo noto subito. Poi, mentre sorseggio un buon rosso al bancone, scelto con sapienza dall’amico e padrone di casa Claudio Cavallari, mi giro verso la porta d’ingresso e lo sguardo ne viene attratto. Attaccato con lo scotch su lato di formica di un frigo pieno di bottiglie di vino pregiate, un manifesto con la foto, sullo sfondo, della grande cascata della Reggia di Caserta. “Caserta day a Bologna. Enoteca Italiana, 8 marzo 2016” grida il titolo e la data dell’evento in caratteri grandi e celesti. Un piccolo cimelio di una stagione già passata, ma carica di significati. Il destino di queste due belle e diverse città italiane, la dotta e produttiva Bologna e la decadente Caserta, capitale un tempo della “terra di lavoro” e oggi della purtroppo famigerata “terra dei fuochi”, si è improvvisamente intrecciato quando Mauro Felicori, dirigente pubblico del Comune di Bologna e manager culturale, viene designato come direttore della Reggia. La sua storia di successo manageriale, nella malandata burocrazia dei beni culturali italiani, la conosciamo tutti. Diventa presto una metafora del possibile riscatto del Sud, così pieno di patrimoni culturali e artistici che se solo fossero gestiti meglio potrebbero essere una speranza per la ripresa, occupazionale ed economica, di questo disastrato pezzo di Paese.

Come spesso ripete Felicori, con provocatoria umiltà, “il mio successo lo devo ai miei predecessori”. E così quello scarto così evidente, fra i risultati prodotti dai sovrintendenti che lo hanno preceduto alla Reggia e quelli ottenuti del manager emiliano, fa notizia. Prime pagine di giornali, polemiche dei sindacati confederali campani contro quel direttore che “lavora troppo, fino a tardi” e poi i record di visite di turisti italiani e stranieri e d’incassi, grandi produzioni hollywoodiane che scelgono la Reggia come location. Altri applausi, che non dissolvono le critiche malevole di chi non vuole rassegnarsi all’idea che l’ammodernamento del Paese e dei suoi luoghi d’arte e di cultura può essere davvero la carta vincente per il rilancio dell’economia nazionale. Nel volgere di pochi mesi Mauro Felicori diviene un simbolo e un testimone allo stesso tempo del fatto che i musei non devono restare grigi e polverosi depositi d’opere d’arte, ma “possono divenire luoghi di esperienza e di emozioni per tutti i cittadini e che la cultura è un fattore potente di lotta alle disuguaglianze”. Gli stessi concetti che oggi ripropone nella sua campagna elettorale in Emilia-Romagna come capolista della lista “Bonaccini Presidente”.

Ho avuto l’onore di avere Mauro Felicori ospite questa estate al Festival del Sarà a Termoli e mi colpì la sua dotta e democratica visione del futuro dell’Italia. Ad orecchie attente quelle riflessioni già potevano suonare come dichiarazioni di impegno di un civil servant che stava vagliando l’ipotesi di varcare il Rubicone e offrirsi alla politica. Una visione, quella raccontata in piazza Duomo quest’estate, che oggi si fa proposta politica, programma elettorale, e si offre al giudizio degli elettori emiliani. Lo ritrovo così, serafico e appassionato, all’Enoteca Italiana, dove ha invitato amici e simpatizzanti per lanciarsi nell’ultimo sprint della sua campagna elettorale. E provocando ancora declama il suo slogan: una dichiarazione di intenti in caso di successo, una vera missione per l’Emilia-Romagna: “La cultura capolista”.

E mentre si beve e si comizia, penso. L’Emilia-Romagna è sempre stato il laboratorio dei grandi stravolgimenti della politica italiana. Qui è nato il fascismo, qui la resistenza, qui i diritti civili e sociali enunciati dalla Costituzione repubblicana sono divenuti per la prima volta concreta realtà. Qui c’è stato il primo “Vaffa-day” di Beppe Grillo. Qui è esploso senza preavviso il fenomeno delle Sardine. Qui un successo della Lega potrebbe decretare la svolta “sovranista” dell’Italia. I riflettori di tutti i media italiani sono giustamente puntati sulla via Emilia. Lungo questa strada ancora molti si riconoscono nella tradizione politica che trae origine dal Partito Comunista e oggi si identifica nel Partito Democratico. Ma appena svolti l’angolo dalla grande direttrice che fa da scheletro portante della regione con i suoi traffici di uomini, merci e idee e sali di qualche metro verso gli Appennini o verso la periferia dei centri urbani lo senti vibrare nell’area il malcontento. Nonostante questi elettori vivano in una delle regioni d’Italia con i migliori standard di benessere, quasi senza disoccupazione, con una sanità che funziona davvero, molti sentono la necessità di cambiare, di provare qualcosa d’altro.

Un salto nel vuoto? Forse. Del resto la sfida non è sui fatti o sulla razionalità di giudizio. Non è fra un Presidente, Bonaccini, che ha dimostrato nei cinque anni di mandato impegno e capacità amministrative, e la sua avversaria, che non conosce neanche i confini della Regione. La vera sfida è fra Salvini e una certa idea di democrazia liberale, fatta anche di responsabilità e doveri, che gli italiani sembrano ormai mal sopportare. Salvini può brandire la storia di Bibbiano come una clava. Ergersi a giustiziere della notte e suonare ai campanelli di famiglie immigrate per chiedere se spacciano. Baciare insaccati e postare foto su Twitter per dimostrare il suo amore per l’Emilia, senza dover parlare di programmi. Salvini può, protetto dall’incapacità di molti di usare la cultura come vaccino contro la demagogia. Gramsci ci aveva del resto avvertiti: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”. La cultura come strumento per conquistare diritti, ma anche doveri. E invece qui sembriamo disposti a rinunciare ai primi per non doverci fare carico dei secondi.

Il rumore dei bicchieri che si scontrano è vibrante e con lo sguardo auguro a Mauro di poter avere l’occasione di svolger la sua missione. Ridare alla cultura il posto che merita: in cima alla lista dei pensieri e doveri degli emiliano-romagnoli e poi magari degli italiani. Lascio l’Enoteca Italiana, mentre Claudio è intento ad affettare altra mortadella, che nessuno si sogna di baciare. Basta mangiarla. E prima di uscire guardo ancora una volta il manifesto della Reggia di Caserta. Magari questa storia di successo accaduta in una città del meridione con protagonista un emiliano lucidamente eretico sarà un pezzo necessario per costruire una contro-narrazione alla deriva sguaiata della politica di questi giorni ondivaghi. E salvare l’Emilia-Romagna. E salvare l’Italia.