Il paradosso dell’incanto: il New York Times incorona il Molise, ma molti “figli” ne disconoscono la bellezza

Mentre il famigerato quotidiano statunitense celebra questa regione, includendola nelle 52 mete da visitare nel 2020, molti molisani ne ignorano ancora lo straordinario patrimonio paesaggistico e culturale, la preziosità dei luoghi, l’importanza delle tradizioni. Eppure riscoprire, custodire e valorizzare la nostra appartenenza territoriale è un atto propedeutico alla piena consapevolezza del potenziale di questa terra.

Alla fine sono venuti a dircelo, che esistiamo davvero. E che siamo addirittura belli, bellissimi, geograficamente parlando. Da visitare.

Quasi paradossalmente, sono venuti a raccontarcelo – e a ricordarcelo – da lontano, da molto lontano: dagli States, per l’esattezza e, in particolare, dai “megafoni” del New York Times, totem dell’informazione a stelle e strisce.

Un annuncio risuonato forte, come anticipato da un’aura d’ovattato, luccicante stupore: il Molise tra le cinquantadue mete da visitare nel 2020. Mica poca roba. Un’attestazione di prestigio, di sicura credibilità, di riconosciuto spessore. Una “coccarda” da esibire con orgoglio sul petto quasi fosse una medaglia al valore. E, infatti, la notizia è puntualmente rimbalzata nelle piazze mediatiche, inevitabilmente spopolando. Eppure, tutto ciò non è bastato a sopire – in quei pochi “reazionari” incapaci di meravigliarsi dinanzi al pezzo del quotidiano americano – un quesito sottile: “Ve ne accorgete solo adesso?”

Interrogativo, ben intesi, rivolto non certo al giusto consiglio del NYT, quanto piuttosto a certi figli di questo Molise: a chi ancora non ne conosce appieno la ricchezza paesaggistica e ambientale, a chi ogni volta – per spocchia o per ignoranza – si affanna a ricercare altrove mete turistiche d’eccellenza per le proprie vacanze; a chi troppe volte di questa terra ha sottovalutato le istanze; a chi l’ha rinnegata, schernita (magari semplicemente belando, in certi pascoli da socialnetworking, slogan inerenti alla presunta inesistenza di questa regione); a chi ha promesso dai palchi della politica di valorizzarla, salvo poi crogiolarsi in un comodo immobilismo o – ancora peggio – negli “ingorghi” di un’assise.

No, non c’è da stupirsi: il nostro suolo natio è splendido. È un impero denso di storia e tradizione, di cultura e meraviglie naturali; di albe e tramonti santi, immacolati, che spesso volano via troppo velocemente dal finestrino di un treno in corsa e che mancano, terribilmente, a chi da qui è partito per andare lontano.

Questa terra esiste: nei propri sacri confini e nelle sue ferite, nelle sue attese. Nella nostalgia e nei desideri di chi l’ama. Nei suoi luoghi, nelle sue criticità ataviche, come pure nella speranza di un riscatto capace di tagliare in due le tenebre.

Questa terra esiste – in tutta la sua magnificenza – nel sacrificio di martiri, nella brama di chi ha intagliato silenziosamente per lei, nel proprio cuore, monumenti d’appartenenza filiale. Questa terra esiste nel sangue di chi ha creduto… che potessimo esistere, affermando noi stessi sopra ogni altra cosa.