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Il panico, la fuga e la trappola mortale: quel tragico Natale di 70 anni fa in Cattedrale

Una pagina semisconosciuta di storia ricostruita con gli ultimi testimoni viventi. Una tragedia della quale si sa pochissimo anche a Termoli. Il panico scoppiato in chiesa a causa delle suggestioni di alcuni presenti e del gesto imprudente di un ragazzino alla base della fuga precipitosa verso l’uscita della folla che assisteva alla messa di mezzanotte. Terribile il bilancio: due donne morte calpestate e altre due persone, tra cui un ragazzo di dieci anni, ferite gravemente. La più giovane delle vittime aveva diciannove anni ed era mamma di due bambini piccoli. Dietro anche un risvolto politico con le assurde accuse ai comunisti e nessuna traccia di quanto accaduto tra le carte di diocesi, parrocchia e Comune.

È ancora vivo nella memoria dei termolesi più anziani il ricordo della tragedia consumatasi la notte tra il 24 e 25 dicembre 1949 in cui persero la vita due donne, calpestate dalla folla all’interno della Cattedrale: la cinquantaduenne Filomena D’Ambrosio, originaria di Montecilfone ma residente a Termoli, e Carolina Marino di Termoli, che di anni ne aveva solo diciannove ed era madre di due figli in tenera età. Causa di questa disgrazia il sommarsi, quasi nello stesso tempo, di paure irrazionali, incoscienza di un ragazzino e fanatismo politico. Un mix micidiale.

Termoli a quella data contava circa 10 mila abitanti, concentrati nella quasi totalità tra la ferrovia e il mare, e due sole parrocchie: Cattedrale e Sant’Antonio. La partecipazione popolare alla messa di mezzanotte e al rito della nascita del Bambinello era, per tradizione, numerosa e interessata.

I banchi posti al piano superiore della così chiamata «chiesa di San Basso», ai lati dell’altare maggiore, così come quelli sistemati in basso lungo la navata centrale erano tutti occupati. Altri intervenuti avevano a disposizione le sedie o sostavano in piedi. Nulla faceva presagire ciò che sarebbe avvenuto appena passata la mezzanotte.

E qui a rievocarne i particolari intervengono sia le cronache riportate nei giorni successivi dai giornali locali, che la testimonianza di persone presenti ai fatti, secondo le quali la tragedia ebbe il suo prologo nell’irrazionale interpretazione delle ombre mobili che si riverberavano attraverso le vetrate sulle pareti interne della chiesa, ritenute il segno di un cataclisma già in atto.

In realtà il forte vento che spirava quella sera faceva oscillare fortemente i lampioni che illuminavano la piazza, proiettandone attraverso i vetri i riflessi all’interno della chiesa. «Il terremoto!» gridò qualcuno e subito ci fu chi cominciò a dirigersi, spaventato, verso l’uscita.

In quel trambusto si distinse l’opera del parroco Don Rocco Sciarretta tesa a tranquillizzare quella gente ormai in preda alla paura e v’era «quasi riuscito, quando il gesto inconsulto di un ragazzino che per festeggiare la nascita di Gesù Bambino, accendeva un piccolo bengala, provocava la tragedia», scrisse in una cronaca due giorni dopo Franceschino Sciarretta, corrispondente di un giornale locale.

ritaglio giornale natale 49

E ancora: «Una donna vicino all’altare gridò: le bombe! Le bombe! Un’altra fece eco: fanno saltare la Chiesa! E allora la paura collettiva dominò gli avvenimenti». Una contadina di 37 anni presente ai fatti, interrogata, riferì ancora tremante di avere ascoltato nitidamente un uomo e poi un altro ancora urlare: «I comunisti! i comunisti! Sono stati i comunisti». Tale particolare ha trovato conferma anche da parte di altri presenti quella notte nella chiesa. Ed è stato come gettare altra benzina sul fuoco.

manifesto elettorale 48

A quel punto la psicosi collettiva raggiunse l’acme. Molte persone si precipitarono verso l’uscita principale, altre cercarono la “salvezza” fuggendo attraverso una porticina laterale che immetteva all’episcopio, altre ancora imboccarono l’ingresso della sacrestia. Il tutto in grande disordine e in preda al terrore, travolgendo tutto ciò che si parava loro davanti.

cartina cattedrale

Perché quelle accuse ai comunisti? E qui occorre fare una puntualizzazione. A quella data in Italia non si era ancora dissolto il clima politico avvelenato della campagna elettorale del 18 aprile 1948, sfociato due mesi dopo nell’attentato alla vita del capo del Pci Palmiro Togliatti e l’anno successivo, il 1° luglio del 1949, nella scomunica dei comunisti da parte del Santo Uffizio.

propaganda elettorale 48

In quelle elezioni, è opportuno ricordarlo, decisivo fu il peso della chiesa, guidata da papa Pio XII, nel determinare il risultato elettorale (la Dc alla Camera ottenne la maggioranza assoluta). A Termoli e nella sua diocesi – è storia anche questa – a guidare la crociata contro i comunisti, definiti dalla propaganda avversaria «nemici giurati della Chiesa e di Cristo» fu in prima persona il vescovo Oddo Bernacchia, già sostenitore del fascismo.

manifesto elettorale 48

Nessuno argomento venne trascurato per orientare il voto degli italiani, dai più falsi a quelli più truculenti. Quello che più di tutti oggi si ricorda ancora è il manifesto con questo slogan: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede Stalin no!». Il cui autore fu Giovannino Guareschi, l’autore di ‘Don Camillo e Peppone’.

manifesto elettorale 48

Evidentemente quella notte in Cattedrale vi era chi, ancora influenzato dal clima di demonizzazione dell’avversario e di caccia alle streghe, ha pensato a una vendetta dei comunisti contro i luoghi sacri. Nonostante che il Pci a Termoli fosse allora così debole da non avere neppure un rappresentante nel Consiglio comunale.

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scomunica comunisti 1949

Tornando alla drammatica cronaca del giornalista Sciarretta: «A nulla valsero le esortazioni alla calma di coloro che avevano conservato il sangue freddo, e non erano stati avvinghiati al carro della paura collettiva. Tutti correvano, tutti volevano uscire, tutti volevano essere salvi».

Quando tutto cessò, tra l’ammasso dei banchi rovesciati, sedie rotte, scarpe e indumenti vari abbandonati, i soccorritori raccolsero da terra quattro persone. Per due di esse, entrambe donne, non ci fu più nulla da fare, morte schiacciate dalla folla impazzita. In gravissime condizioni all’allora “Ospedaletto” di via Fratelli Brigida furono ricoverati una donna di quarant’anni e un ragazzo di dieci.

Quest’ultimo, Ovidio Nerone, oggi ottantenne, così racconta: «Di quanto successo al momento del fuggi fuggi ancora adesso non ricordo nulla. Rammento solo che quella sera con mia madre eravamo andati a giocare a tombola a casa di amici vicini di casa, la famiglia Barone. Avvicinatosi mezzanotte poi siamo andati in Cattedrale per la messa».

ovidio nerone

Nel racconto di questo superstite vi è ancora un ultimo lampo di memoria e poi il buio: «Poiché dal basso non si vedeva, ho lasciato mia madre per andare a vedere al piano superiore il presepe, ma fui travolto e calpestato dalla gente che scappava e persi i sensi».

«Rimasi in coma due giorni. Avevo la testa gonfia come un pallone, stavo per morire. Miracolosamente mi salvai. Il violento trauma patito in quell’occasione però mi ha portato serie conseguenze per diversi anni e ancora adesso ne porto qualche segno. Mia madre, non so come, invece rimase illesa. Anche lei sentì chiaramente gridare in quella circostanza che erano stati i comunisti».

Dal canto suo Luigi Turdò, il figlio più grande di Carolina Marino, che allora aveva quattro anni, rivela: «Mia madre era quasi riuscita a raggiungere l’uscita quando fu spinta violentemente dalla folla alle sue spalle contro l’acquasantiera che stava a due passi dalla porta. Batté la testa e cadde a terra, venendo calpestata mortalmente».

Suo fratello Rocco, che aveva solo 13 mesi, aggiunge: «E pensare che quella sera aveva deciso di rimanere a casa essendo noi piccoli. Ma avendo trovato a chi affidarci, raccolse l’invito di una cugina e finì con l’andare con lei in chiesa».

La tragedia scosse l’intera città, come se avesse toccato direttamente ogni famiglia. Quello fu per i termolesi un Natale di tristezza collettiva. La Procura della Repubblica di Larino, che si occupò del caso, accertata la dinamica dei fatti non poteva che archiviare tutto, comprese le deliranti accuse ai comunisti.

Ciò che invece stupisce è scoprire che nulla di quanto accaduto quella notte sia stato riportato nei documenti interni della parrocchia Cattedrale, come ha confermato l’attuale parroco Mons. Gabriele Mascilongo. E neppure in quelli riscontrati presso l’Archivio storico diocesano.

Nessuna menzione anche sui registri delle delibere di Giunta e Consiglio comunale dell’epoca; nessuna traccia di qualche provvedimento, come ad esempio l’indizione del lutto cittadino o l’assunzione a carico del Comune dell’onere dei funerali, trattandosi di famiglie tutt’altro che in floride condizioni economiche.