Nel Patto per la Salute sparisce la modifica salva-Molise. Appello alla politica: agire subito, basta fumo negli occhi

Il 5 dicembre il documento dei Ministeri salute e Finanze potrebbe già essere approvato. La nuova bozza però ha depennato l’articolo 16, che prevedeva la possibilità di rivedere il decreto ministeriale del 2015 (Balduzzi) che limita fortemente i servizi sanitari in Molise. Il presidente Toma e i rappresentanti parlamentari sono chiamati ora a mettere in pratica quello che dicono di voler fare, e cioè dare al territorio la possibilità di avere una sanità dignitosa. Una strada esiste.

C’è una battaglia che il Molise massacrato dalla riorganizzazione sanitaria e dai tagli può ancora fare. Una battaglia che si deve fare, e subito. Si chiama modifica al decreto ministeriale numero 70 del 2015, meglio noto come Decreto Balduzzi. Quel regolamento diventato legge che, elaborato in epoca di spending review, ha ridotto drasticamente il numero di nosocomi e posti letto sul territorio italiano, stabilendo per il Molise un unico ospedale: il Cardarelli di Campobasso.

In base al decreto, diventato operativo il 19 giugno 2015 dopo un iter travagliato, la nostra regione può contare su un solo ospedale di I livello perché non supera i 300mila abitanti. In questa riorganizzazione sia il San Timoteo di Termoli che il Veneziale di Isernia diventano presidi ospedalieri di base, cioè satelliti rispetto all’hub centrale, che per giunta non può avere nemmeno tutte le discipline mediche perché non è un ospedale di II livello.

 

La modifica al Balduzzi è essenziale, e urgente. “E’ vero che i giochi sono fatti, ma si può ancora salvare il salvabile e intervenire” spiega Nicola Felice a Primonumero.it.

Il portavoce del Comitato per la difesa del San Timoteo, che da anni invoca una presa di posizione concreta a difesa della sanità locale e non attraverso manifestazioni e battaglie di facciata, ma con una attenta e faticosa lettura delle carte, rivela che “la modifica al Balduzzi era espressamente suggerita dal Patto per la Salute fino allo scorso mese di luglio. Poi quell’articolo è sparito”.

Un mistero. Nella nuova bozza del Patto, accordo finanziario e programmatico tra le Regioni e il Governo attraverso i ministeri alla Sanità e all’Economia e Finanze che viene rinnovato ogni tre anni per promuovere prestazioni adeguate, migliorare i servizi e garantire l’unitarietà del sistema, non viene più menzionata la opportunità di cambiare il Balduzzi.

“Bisogna agire in questa direzione – dice ancora Felice – e ora diventa fondamentale che Toma e i parlamentari molisani chiedano una rivisitazione del decreto, che era già prevista dal documento”.

A scanso di equivoci, ecco lo stralcio del Patto per la salute relativo all’articolo 16.

 

ART 16

Aggiornamento standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera Il Decreto Ministeriale 2 aprile 2015 n. 70 “Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera” (…)  Con il citato decreto, Stato e regioni hanno condiviso un sistema di regole nell’organizzazione dei sistemi sanitari regionali, con lo scopo sia di standardizzare i percorsi ospedalieri mediante l’introduzione di reti a complessità progressiva, che di garantire volumi minimi di attività cui corrispondo migliori esiti, attraverso la concentrazione della casistica in punti di erogazione predefiniti. A quattro anni dalla sua adozione, si conviene sulla necessità di revisione e manutenzione del decreto, aggiornandone i contenuti sulla base delle evidenze e delle criticità di implementazione individuate dalle diverse Regioni, nonché integrandolo con indirizzi specifici per alcune tipologie di ambiti assistenziali (es. punti nascita).

Addirittura è prevista una bozza di articolato con un cronoprogramma di attuazione della modifica del Balduzzi in 180 giorni, attraverso un tavolo tra il Ministero e le Regioni e poi l’ultima approvazione in conferenza permanente Stato-Regioni.

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La domanda è ovvia: perché questo articolo nella nuova bozza del Patto per la Salute non c’è? E soprattutto perché i politici molisani, che dovrebbero conoscere la situazione e sapere con quale spazio di manovra ottenere dei risultati concreti, non ne hanno messo al corrente nessuno? Eppure il prossimo 5 dicembre a Roma e convocata la conferenza Stato-Regioni e non è escluso, sebbene non è probabile, che già in quella data si possa approvare definitivamente il documento redatto dai ministeri alla Sanità e Mef.

 

“Il nuovo Patto prevede 15 schede – conferma ancora Nicola Felice – ma la possibilità di modifica del decreto non c’è più”. Pertanto i rappresentanti istituzionali, dal Presidente Donato Toma ai consiglieri e ai parlamentari, interlocutori privilegiati del neo ministro Speranza, sono chiamati a fare la loro parte, al di là della demagogia che cavalcano davanti ai microfoni o nelle dirette facebook.

 

Incomprensibile, ma anche gravissimo, che finora nessuno abbia fatto riferimento a questo giallo e che non si sia levata una sola voce ufficiale su questa assenza. Resta il fatto che se non si opera adesso e in maniera chiara, il Molise avrà perso qualsiasi possibilità di garantire cure adeguate alla popolazione e la presenza di ospedali che in un momento di crisi già fortissima possano fare da argine anche dal punto di vista economico al disastro incombente visto che l’ospedale – aggiunge Nicola Felice “è una preziosa fonte economica”.

 

E a questo proposito avverte che nell’ambito della programmazione del piano operativo sanitario (che peraltro circola attraverso bozze non ufficiali e perfino con fake-news) è necessario chiedere per Termoli un’area chirurgica che possa garantire la sopravvivenza di specialistiche come otorino, oculistica, ortopedia, urologia. Da questo punto di vista il Balduzzi non pone limiti e non dice che le specialistiche non si possano avere a Termoli: possibile perciò ricavare una zona di intervento operatorio sul modello della clinica, dove sono presenti le diverse specialistiche chirurgiche utilizzando i posti letti assegnati alla chirurgia.

“Dunque importante affrontare la questione della modifica del decreto, perché se non lo si fa adesso noi restiamo con un solo ospedale di i livello e tutte le conseguenze del caso, che non sono preventivabili nell’immediato. Ma importante anche chiedere per Termoli l’area chirurgica, come già possibile per la ex cattolica ora Gemelli, in modo da lasciare le specialistiche al San Timoteo”.

La chiusura del punto nascite, che sembra ormai cosa certa, è la previsione meno grave rispetto allo smantellamento dei vari retarti e al depotenziamento della rete per le emergenze che potrebbe scaturire dall’assenza di una specifica area chirurgica di intervento.

La questione non è solo tecnica, come si vuole far credere facendo anche circolare la versione secondo la quale il commissario Giustini si sarebbe rifiutato di presenziare al consiglio monotematico (Ma è proprio così?) bensì è politica eh investe i vari livelli istituzionali, da Toma ai parlamentari.

Organizzare le manifestazioni di protesta serve, certamente. E serve anche promuovere un dibattito in Consiglio regionale per il quale la presidente della quarta commissione Calenda ha già chiamato a raccolta associazioni e comitati. Ma sono azioni di contorno, perché il passaggio essenziale è agire nei tavoli ministeriali e di intesa fra le Regioni e il Governo, secondo la potestà legislativa concorrente tra Stato e regioni riformata dal titolo V della nel 2001. Il Governo può promuovere intese con le regioni e sono i rappresentanti istituzionali a dover dare concretezza a questa facoltà costituzionale. Poi non si dica che è colpa del commissario.