“L’asso di Don Franco? Sa mandarti a quel paese con la forza di chi ti vuole bene”

La parrocchia di San Paolo ieri sera – domenica 15 dicembre – ha ricevuto ufficialmente e con una cerimonia solenne celebrata dall’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini, il nuovo parroco: Don Franco D’Onofrio. Già direttore della Caritas diocesana, dopo la morte di Don Giovanni Diodati aveva preso in mano le redini della chiesa di via Tiberio, tra le più grandi della città. A festeggiare l’investitura erano presenti centinaia di persone

Se a dirlo è pure l’arcivescovo Bregantini, allora bisogna per forza credergli. Padre Giancarlo non esita un istante quando,  chiamato a spiegare, secondo lui, quale è il valore aggiunto di Don Franco, risponde rapidamente: “Sa mandarti a quel paese con la forza di chi ti vuole bene”.  Espressione tanto concisa quanto efficace per spiegare chi è (qualora ce ne fosse bisogno) l’ormai parroco di San Paolo, Don Franco D’Onofrio.

L’asso nella manica del “prete degli ultimi” è quindi la capacità connaturale  di essere “Semplice e sincero – ammette un compiaciuto Padre Giancarlo Bregantini – E’ schietto e se dice qualcosa lo fa perché è profondamente  consapevole che è meglio dirla davanti che dietro come invece purtroppo spesso avviene nei luoghi clericali (e non solo perché, diciamolo pure, questa brutta abitudine  avviene un po’ ovunque). La sua schiettezza evidenzia una capacità interiore molto rara. Poi ha il pregio di celebrare omelie incisive, brevi, concrete, capaci di unire la Parola di Dio con la vita. La sua preparazione biblica diventa un ponte per parlare con il linguaggio di oggi alla gente di oggi. Eppoi Don Franco ha una dimensione caritativa fuori dal comune che segue la traccia lasciata da Don Giovanni Diodati. Quindi la sua generosità, lo spirito misericordioso, l’altruismo, sono virtù che con Don Giovanni prima e con Don Franco oggi, continueranno ad animare questa importante parrocchia di Campobasso”.

Don Franco D'Onofrio

E’ la sua serata, quella di Franco, quella che lo consacra ufficialmente parroco di San Paolo. E la chiesa già mezz’ora prima delle 20 (quando inizia la cerimonia solenne con l’Eucarestia) è già piena all’inverosimile.

Centinaia di persone partecipano all’abbraccio formale dell’amico e prete sempre dalla parte di chi è più sfortunato. Lui, che può sembrare finanche burbero a vederlo assorto nei suoi pensieri, domenica sera è inaspettatamente commosso.

Occhi lucidi e voce rotta dall’emozione, quando prende la parola è quel lungo e rumoroso applauso che parte dal piazzale di San Paolo e come un’ola si spinge fino ai piedi dell’altare, la spinta capace di far tornare a galla la sua simpatica sfacciataggine con la quale supera brillantemente anche questo momento di intensa commozione.

Ma quando sono gli amici di San Paolo – quelli che con lui provano a gestire le molteplici attività collaterali di una parrocchia così estesa –  a parlare dal pulpito, è qui che le lacrime riescono a segnare pure una faccia amabilmente tosta come quella di Don Franco.  “Non sei unico né per i tatuaggi né per gli orecchini. Lo sei per bontà, per generosità e per quel sorriso contagioso con il quale accompagni una parola per ognuno. Con te – legge dall’altare uno di loro – il bello deve ancora venire perché tu sei come scrive San Francesco: ‘Cominci col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile e all’improvviso grazie a te ci sorprendiamo a fare l’impossibile”. Parole di grande ammirazione e apprezzamento, che nascono dall’amore che Franco ha saputo coltivare in questi mesi.

Don Franco D'Onofrio

Quando finisce la cerimonia Eucaristica, la chiesa di San Paolo è illuminata a festa nonostante l’ora tarda. C’è il falò che riscalda gli invitati. C’è il buffet per allietare anche il palato e c’è Franco che è inondato da abbracci continui e mani che lo cercano. Intervistarlo diventa impossibile e se non fosse per quei “due tiri alla sigaretta” con i quali riesce ad allontanarsi dalla folla, saremmo rimasti senza mezza battuta.

Perché lui è certamente emozionato ma è prima di tutto così umile che – lì per lì –  seguirlo per uno straccio di dichiarazione diventa finanche sfiancante. Franco non ama i riflettori né le luci della ribalta. Ama invece far parlare le sue azioni piuttosto che la sua bocca;  però oggi no, non può “mandarci a quel paese”. E quindi insistiamo. Così eccoci: una sigaretta, il caldo del fuoco e la sua immediata ammissione “Sono emozionato sì, moltissimo. Perché – dice – per me significa tornare alle mie origini. A San Paolo ho ricevuto tutti i sacramenti: dal battesimo a seguire. Dunque è un ritorno a casa e ovviamente sono felice”. Poi ricorda Don Giuseppe D’Addario (parroco che negli anni ’80 ha permesso la costruzione della nuova chiesa di San Paolo) e naturalmente Don Giovanni Diodati. Sul quale spende parole di profonda ammirazione, augurandosi di “essere all’altezza di sostituirlo”. Di chi lo chiama il prete ribelle pensa: “Posso dare quell’impressione ma sono molto più tradizionalista di chi invece non indossa orecchini e non ha tatuaggi”.

Delle sue missioni di misericordia e di carità per le quali è diventato il prete degli ultimi confessa: “Se l’amore, la fratellanza, l’altruismo e la generosità non accompagnano la missione di un prete, mi dite quella di chi, in primiis,  devono accompagnare? Il minimo che si possa fare quando si sceglie di seguire la Parola di Dio è aiutare chi ha bisogno: l’ultimo, l’emarginato, il diseredato, il prossimo, il peccatore”.

Don Franco D'Onofrio

La sigaretta brucia ed è alle battute finali, dall’altra parte del falò cominciano di nuovo a chiamarlo, proprio ora che la chiacchierata era diventata rilassante e piacevole. Ma Franco sente la responsabilità e anche il desiderio di abbracciare tutti quelli che sono lì per salutarlo, in poche parole ci molla ed  è inutile insistere perché “rischiamo ci mandi a quel paese”. E la sua risposta è velocissima “sì ma perché vi voglio bene”.  Già, questo è il tuo asso nella manica… Te ne vogliamo anche noi, Franco. Ben arrivato. Ad maiora…

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