La sorpresa sotto l’Albero per Toma, la sua maggioranza non esiste più: “Avete fallito, dimettetevi”

La doppia sconfitta in consiglio regionale sulla riforma del trasporto pubblico locale segna una tappa probabilmente decisiva per la maggioranza che ormai tale non è. Il presidente non sembra avere più i numeri per governare il Molise. Il M5S chiede le dimissioni ma la domanda resta sempre la stessa: i consiglieri, sia di centrodestra che le opposizioni, avranno il coraggio di rinunciare ad altri tre anni e mezzo a oltre 10mila euro al mese?

La maggioranza di centrodestra non esiste più. A meno di clamorosi ripensamenti o voltafaccia, il presidente Donato Toma sembra non avere più i numeri in consiglio regionale per governare il Molise. Lo testimonia la doppia votazione che l’ha visto sconfitto ieri, in una domenica (22 dicembre) che potrebbe essere ricordata come tappa fondamentale di un percorso amministrativo ormai somigliante a uno stillicidio. Quella del trasporto pubblico locale approvata dall’aula si può definire la riforma delle opposizioni e non la legge voluta dalla maggioranza. Già questo potrebbe bastare a spiegare perché il centrodestra attuale non ha più la forza per governare.

Certo, le prese di posizione di ieri potrebbero mutare. I dissensi espressi dai tre di centrodestra che hanno votato con la minoranza potrebbero essere ammorbiditi. Su alcuni temi il centrodestra potrebbe ancora tornare compatto. Ma l’impressione è che sia ormai avvenuto uno strappo difficile da ricucire. Specie perché di traverso si è messo un pezzo da novanta della politica molisana, il più volte governatore Michele Iorio, al quale il ruolo di semplice consigliere, è evidente, sta molto stretto.

È a lui che ieri, a più riprese e in maniera davvero imbarazzante, si sono rivolti nel finale del consiglio regionale prima Quintino Pallante, in passato suo fedelissimo, e poi lo stesso Toma. “Noi le siamo stati sempre fedeli in passato, adesso sia anche lei leale con noi”. Una sorta di implorazione a non umiliare la maggioranza per la seconda volta nel giro di un paio d’ore. Ma Iorio non ha volute sentire ragioni.

D’altronde era stato chiaro, in un passaggio precedente, quando aveva fatto riferimento ad Andrea Di Lucente come a un “ex collega di maggioranza”. Anche le velate accuse dell’ex sindaco di Vastogirardi e la replica dura ma composta dell’ex governatore erano sembrate un duello degno di due antichi oppositori e non di due che siedono uno di fianco all’altro in consiglio.

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Come non si possono tacere le parole chiaramente accusatorie proferite proprio dal presidente e in maniera minore dal sottosegretario Pallante nei confronti della consigliera Filomena Calenda. L’esponente di Fdi è stato l’unico a difendere senza mezzi termini il governatore e la sua maggioranza, chiedendo più volte alla Calenda, quasi come un ritornello, di ritirare l’emendamento galeotto. Toma invece ha quasi perso le staffe: “nessuno me l’aveva anticipato, mi è stato presentato a gamba tesa. È ora di farla finita coi ricatti”. Insomma un clima da saloon, fra gente che si guarda in cagnesco pronta a tirar fuori la pistola (metaforica, sia chiaro) prima dell’avversario.

Oggi la consigliera eletta con la Lega ma poi espulsa da Salvini per le sue posizioni anti Toma, ha voluto chiarire il proprio operato. “Ho ritenuto opportuno presentare un emendamento alla Pdl sui trasporti per l’unico vero valore che merita considerazione, il bene comune”.

Nelle sue parole c’è una mano tesa al governo regionale. “La mia votazione non deve essere letta come un affondo alla maggioranza di cui ne sono componente, ma come una vicinanza alla collettività”.

Secondo la Calenda, affidare la relazione all’Azienda di regolamentazione dei trasporti con sede a Roma è stato un grave errore. “La giunta si è affidata, in buona fede, ad una società di esperti del settore, purtroppo però la società in questione non ha contezza dell’orografia del nostro territorio e non conosce i problemi dei cittadini alle prese con il servizio di trasporto extraurbano e su ferro. Ho ascoltato le esigenze dei cittadini, che non viaggiano con l’auto blu o con le automobili. Penso agli anziani, ai lavoratori e ai nostri giovani e per loro vorrei un futuro che non sia di affanno già di buon mattino per recarsi al lavoro o da un medico specialista. Spero che la maggioranza comprenda, ne sono certa, la mia votazione e, tutti insieme torniamo a fare politica, quella per la quale ci siamo candidati e in quella in cui crediamo”.

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Ma se la Calenda non chiude la porta a un riavvicinamento, il Movimento Cinque Stelle parla apertamente di dimissioni. “Il Consiglio regionale – scrivono i grillini – ha stracciato idealmente la riforma della Giunta regionale sul Trasporto pubblico locale. Il voto di ieri in Aula ha bocciato una proposta diseconomica, frettolosa, superficiale, ingiusta e per niente strategica. Una proposta osteggiata da lavoratori, cittadini, sindacati e dai sindaci che non sono stati coinvolti.
Come chiediamo da mesi, in Consiglio abbiamo ottenuto un bando fondato su due elementi chiave: una procedura aperta a tutti gli operatori economici, garanzia di massima trasparenza e un lotto unico più attrattivo per i grossi gruppi internazionali e in grado di ottimizzare le corse evitando inutili duplicazioni, quindi garantendo efficienza ed economicità”.

Quindi il dato politico. “Ma il dibattito sul Tpl dimostra ancora una volta l’inconsistenza dell’operato dell’esecutivo regionale e lo sbando della maggioranza, a proposito della quale ora chiediamo ai consiglieri Iorio, Calenda e Aida Romagnuolo di uscire dalla coalizione in coerenza con la votazione odierna. Il Consiglio regionale ha bocciato un piano di riforma a cui l’assessore Vincenzo Niro dice di aver lavorato mesi, un piano a cui non ha creduto neanche parte della maggioranza. Ce n’è abbastanza per dimettersi. A quel punto attenderemo un nuovo assessore regionale ai Trasporti in grado di interpretare la linea di indirizzo espressa dal Consiglio, di procedere speditamente a bandire gli atti di gara con procedura aperta e concertare tutti gli adempimenti con le autorità di controllo”.

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Il dito è puntato anche sul governatore. “Ma come Niro, e forse più di lui, dovrebbe dimettersi il governatore Donato Toma, perché ha messo la faccia su quel Piano, perché lo ha appoggiato e difeso finanche in Commissione, perché il suo progetto globalmente inteso è fallito, perché la sua Giunta è ferma, perché la sua maggioranza non esiste, perché la sua leadership, se mai è esistita, è calpestata sistematicamente ormai durante ogni seduta. Perché il Molise intanto muore. A che serve proseguire in questo modo? Ai molisani non serve di certo”.

Gongola anche il Pd, come si evince dalle parole di Micaela Fanelli. “Il Governo regionale va sotto sulla proposta di legge sul trasporto pubblico locale. Una debacle politica che ha l’unico merito di aver impedito il pastrocchio amministrativo, lavorativo e sociale di iniziativa della Giunta regionale, che dopo un anno e mezzo di proclami e il maldestro tentativo di riformare il settore del trasporto pubblico, con un colpo di mano in prossimità del Natale, viene malamente battuta in aula.

Aspettiamo ora il Piano dei trasporti, quello dei servizi minimi nuovo e corrette procedure di gara, annunciando fin da ora che il Gruppo Pd vigilerà per garantire un Tpl all’altezza delle necessità dell’utenza, che sappia tutelare il personale in servizio e restituisca dignità al settore del trasporto pubblico molisano. Più moderno, efficiente ed equo.

Resta agli atti, ancora una volta, l’inadeguatezza politica e amministrativa di una maggioranza che ormai non ha più neppure i numeri per governare”.

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La domanda che i molisani più attenti si fanno da tempo è: come farà Toma ad andare avanti ancora? La consiliatura è ben lontana dall’essere completata, anzi nemmeno il giro di boa è vicino, dato che l’elezione risale all’aprile 2018. Ma da un anno ormai le lacerazioni della coalizione fanno pensare a una fine prematura. O almeno così secondo logica, anche se sono tanti a scommettere che alla prova dei fatti saranno davvero pochi i consiglieri, tanto di maggioranza che di opposizione, pronti a rinunciare al lauto stipendio da oltre 10mila euro al mese per altri tre anni e mezzo.

Ciò che davvero potrebbe cambiare le carte in tavola è la tenuta di un altro governo, quello nazionale guidato da Giuseppe Conte, che appare traballante a giorni alterni. Se dovesse precipitare la situazione a Roma, con conseguenti elezioni anticipate, è probabile che gli appetiti parlamentari di tanti politici di casa nostra potrebbero avere come conseguenza la fine dell’esperienza Toma in Regione.

In attesa degli eventi c’è un provvedimento che più di altri potrebbe essere decisivo, vale a dire l’approvazione della legge di bilancio regionale, il cui termine ultimo salvo proroghe è fissato al 31 marzo. In quel caso, senza i numeri per approvare la legge, la Giunta Toma sarebbe davvero al capolinea.

 

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