La crisi del commercio? È culturale: manca la vision d’impresa

Sempre più spesso si parla di negozi costretti a chiudere, ma mai nessuno ha analizzato la situazione o ricercato le colpe. A chi imputare, allora, tutte le serrande abbassate lungo le vie centrali? Se i titolari cercano il colpevole... non c'è che da guardarsi allo specchio.

Di questi tempi non si fa altro che parlare di crisi. E’ sulla bocca di tutti questo odioso termine che, insieme a SPREAD, metterei sul podio delle parole più pronunciate degli ultimi anni. Da professionista e consumatore però vorrei fare una piccola analisi basata su alcuni fatti che a mio avviso lasciano molto riflettere, un ragionamento che esula dai discorsi di tassazione elevata, burocrazia esagerata, eccetera (per carità, più che sacrosanti, e a dirlo è una Partita Iva), ma che in questo caso poco o nulla centrano con la famosa crisi del commerciante.

A Termoli, come in altre città, si parla dei negozi, storici e non, che sono costretti a chiudere, ma nessuno o comunque in pochi si preoccupano di ricercare il vero problema. Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni fattori più responsabili di altri, ma a dire la verità, se i titolari cercano il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio.

Innovare è la parola chiave, termine che non riguarda il settore tech, ma le azioni che si mettono in campo: in che modo volete attirare le persone da voi, qual è l’esperienza che volete regalare al cliente, in che ambiente volete accoglierlo, e soprattutto dove vi vedete tra 5/7 anni? Noto ancora negozi senza un minimo di creatività e pianificazione, persone che alzano la serranda aspettandosi che un cliente entri senza motivo, e poi gli stessi si sorprendono e lamentano del successo di nomi famosi come Tiger o Mc Donald’s.

“È colpa dell’Ecommerce” dicono in tanti, “non è vero” rispondo io, dato che la sopra citata TIGER, pensate un po’, non vende online ma solo negli store. Avete letto bene, nell’era del commercio online un’azienda ha successo con la vendita fisica.

Il titolare era un piccolo imprenditore che aveva aperto un negozietto/cartoleria a Copenaghen, il quale ha avuto l’idea di personalizzare gli oggetti venduti a un prezzo flat, pensando giustamente di aprire altri punti vendita, dedicandosi così alla parte manageriale e creativa.

Ed esempi di questo genere, di cambio marcia e vision imprenditoriale ne possiamo fare tanti altri in svariati settori (le gelaterie Rivareno, Zara).

Il problema sta tutto qui, quello che si può notare è una completa mancanza di vision e cultura d’impresa: aprire un negozio, una gelateria o una caffetteria senza pensare che con l’avanzare degli anni potrebbe diventare pesante da soli; invece di creare un sistema brand (inteso come l’insieme delle emozioni e dei valori che l’esperienza d’acquisto generano nel cliente) e automatizzarlo o addirittura replicarlo, si pensa al breve termine, 10 anni max, e poi ci si ritrova così, chiedendosi perché non entri più nessuno.

È un modello che non funziona più. Il mondo è cambiato e continuerà a farlo. L’e-commerce non va visto come un problema, ma come un’opportunità, perché se gestito con investimenti e modalità giuste dà la possibilità di sconfiggere lo spopolamento e la bassa affluenza dei clienti in negozio.

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I social sono un media per raggiungere un numero di persone fino a pochi anni fa impensabile, con uno sforzo economico accettabile.

Nel mercato, come in natura, vince chi meglio sa adattarsi e cambiare, evolvendosi. Ecco perché chi resta indietro, chiude. Non è solo crisi, ma selezione naturale.
Ascoltate molto i giovani, ascoltate la gente, viaggiate molto. Cercate di capire quello che succede perché dovete sapere che dovrete cambiare spesso. Solo così potrete innovare. Partendo dal presupposto che ogni azione messa in campo non è una spesa, ma un investimento.

La vision dell’Imprenditore (i maiuscola ndr) sta proprio qui: vedere l’opportunità dove altri vedono un limite.

Saluto con l’augurio di rivedervi tutti più forti e rinnovati, il più presto possibile.