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Evasione fiscale, l’analisi di Confindustria Molise

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    Da Confindustria Molise, il Presidente Vincenzo Longobardi ribadisce la “profonda preoccupazione” espressa recentemente dal Presidente nazionale Vincenzo Boccia per l’estensione ai reati tributari delle misure sanzionatorie (il carcere e non solo) previste dal decreto 231 per reati molto più gravi (concussione, corruzione, indebita percezione di erogazioni statali, omicidio colposo) e aggiunge:

    La nuova normativa sulla lotta all’evasione è la soluzione sbagliata ad una giusta questione, cioè l’esigenza di combattere l’evasione fiscale stimata oggi in Italia intorno ai 110 miliardi. Questo problema, sottolinea il Presidente di Confindustria Molise, non si risolve raddoppiando l’entità delle pene, ma piuttosto incentivando le condotte virtuose ( “la tax morale”, che confligge però con qualsiasi idea di condono statale) e utilizzando in maniera ottimale la tecnologia di cui oggi lo Stato dispone (incrocio di banche dati) per monitorare i comportamenti fiscali dei contribuenti, cittadini e imprese.

    Tra l’altro, gli effetti della sospensione della prescrizione sono destinati a combinarsi con l’introduzione delle nuove fattispecie di reato, aggravando l’attività dei tribunali. Il rischio è di ritrovarsi con le imprese sospese nell’ambito di un giudizio penale dai tempi infiniti con un danno, una volta accertata la loro non colpevolezza, non più riparabile”.

    Ma perchè in Italia c’é tanta evasione?

    L’evidenza sotto gli occhi di tutti è che abbiamo un carico fiscale eccessivo sui cittadini, a fronte di servizi pubblici in molte regioni inefficienti (sanità, scuola, sicurezza, infrastrutture, salvaguardia del territorio, apparato pubblico sovradimensionato e in alcune regioni inadeguato alle esigenze del tessuto produttivo) e sulle imprese (il problema del cuneo fiscale è un enorme fardello che frena la crescita e gli investimenti), abbiamo una normativa fiscale farraginosa e insidiosa anche per i più esperti, abbinata ad un abominevole numero di adempimenti annui. Di fatto scontiamo una spesa pubblica “improduttiva” in continuo aumento, che amplia il nostro debito pubblico e che lo Stato si ostina a coprire con nuove imposte. Del resto, é un’evidenza anche che nessun governo, negli ultimi 10 anni, sia riuscito a fare operazioni di spending review! 

    Tutto questo fa presupporre a molti osservatori che la capacità di spesa (improduttiva) dello stato sia esprimibile in una percentuale costante e non variabile. In altre parole la pressione fiscale non varia al variare del gettito e quindi mette in dubbio tutti i buoni propositi che aleggiano dietro la teoria del tutto e getta nella depressione i più onesti e volenterosi.

    Al punto in cui siamo – aggiunge il Presidente Longobardi – chi è alla guida del Paese dovrebbe comprendere la necessità di restituire alle imprese un contesto competitivo che metta l’Italia in condizioni di correre con il resto dei Paesi dell’Unione europea e non azioni iper repressive o nuove tasse (come la pluri rivisitata plastic tax) che penalizzano chi, malgrado le enormi difficoltà, ancora continua a fare impresa in questo Paese e facilitano chi produce all’estero.

    E’ la vecchia storia del cane che si morde la coda: maggiori imposte vuol dire meno reddito disponibile, meno investimenti, meno ricchezza e quindi meno gettito fiscale. Occorre, invece, ridurre le spese improduttive e ridare disponibilità di spesa a tutte le classi sociali così da creare le condizioni per generare nuova ricchezza (PIL) come antidoto all’aumento delle tasse e, di conseguenza all’evasione, alla disoccupazione e agli investimenti.

    Come diciamo da tempo – prosegue Longobardi – l’Italia ha bisogno di una politica economica di lungo periodo, che torni a porre l’industria al centro dello sviluppo del Paese. Siamo ancora la seconda manifattura d’Europa, ma rischiamo in ogni momento di perdere questo primato a causa di un debito pubblico in continua crescita, riforme strutturali che non intaccano la spesa pubblica e soprattutto non stimolano l’economia sul lato della produttività. Se a tutto questo aggiungiamo norme ammazza-impresa, il gioco è fatto. Non facciamoci illusioni, i fatti recenti ci narrano di un Paese dove è meglio scappare che fare impresa”.

    Senza industrie che crescono e con colossi industriali a rischio chiusura (emblematico è il caso dell’Ilva, ma anche quello dell’Alitalia), sarà sempre più difficile anche colmare il divario di ricchezza tra il Nord e il Sud all’interno del Paese.

    “Auspichiamo, quindi – conclude Longobardi – che la classe politica torni a rappresentare al meglio le nostre istanze, intervenendo sui nodi che bloccano lo sviluppo industriale e minano le fondamenta della crescita del Paese.

    Se riparte l’industria, ripartirà il Paese, vale a dire l’occupazione e la produttività. Altrimenti rischiamo soltanto di continuare ad erodere un tessuto industriale già molto sfibrato dalla crisi economica, da carenze infrastrutturali, da una tassazione iniqua, da una burocrazia pletorica, da un sistema giudiziario lento e dal dumping fiscale con i Paesi dell’Est Europa”.

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