Dalle botteghe agli acquisti sul web: quando il “progresso” strangola l’identità territoriale

La crisi del commercio nei centri storici è metafora e risultante di un percorso che ha stravolto le pratiche di consumo: a farne le spese, inevitabilmente, i piccoli negozi ed i piccoli imprenditori, costretti in molti casi ad abbassare per sempre le saracinesche delle loro attività. Eppure le botteghe e l’artigianato sapiente rappresentano ancora la custodia di un passato da recuperare e difendere dall’oblio. Dei tempi e delle coscienze

Da qualche parte, dentro questa città, la pioggia cade più forte. Da qualche parte, nei vicoli di pietra umida e asfalto stanco, il silenzio è spesso più nero, denso. 

Da lontano, le saracinesche in chiusura tagliano in due la nebbia, come locomotive arrugginite che sbuffano nel buio della mente.

E in un’altra sera d’autunno, un viandante trascina controvento i passi, stringendosi nel bavero del suo cappotto: l’unico abbraccio che riceverà per oggi. Perché lì, dinanzi a quelle vetrine un tempo pullulanti di luci e gente indaffarata, non troverà più conforto alcuno. Sono chiuse, ora, quelle serrande; stinte dall’opaco dell’abbandono, del vuoto, strette nella morsa opprimente dell’acciaio legato ad un lucchetto. 

Botteghe, piccoli negozi, l’artigianato sapiente: poco resta adesso dell’effervescenza commerciale di un tempo. 

Indici puntati contro la grande distribuzione, contro l’ “e-commerce mania” e gli acquisti via Internet, contro la voracità dei centri commerciali, contro la crisi economica generale. Contro la triste abitudine interpretativa che vuole il “nuovo” e il “più grande” carnefici concettuali dell’antico, del tradizionale, del “fatto in casa”.  Una logica onnivora, capace di accelerare freneticamente le illusioni di nuovi bisogni e nuovi acquisti: un’ancella preziosa per il borioso legaccio del consumismo, un’assassina del sublime e delle sue quotidiane incarnazioni. 

Perché il cosiddetto “progresso”, sovente, altro non rappresenta che un lento incedere verso il baratro. Il boia della meraviglia e dell’appartenenza, l’anestesia di ricordi preziosi, di giorni e momenti cui dovremmo invece rimanere ancorati.

E allora spazio alla grande orgia, agli scaffali farciti e “confezionati” per reparti, alle porte scorrevoli, ai commessi che non conoscono il tuo nome, alle cassiere che non ti guardano in faccia, alla supremazia del numero sul calore umano; a quei corridoi sterminati, pieni di tutto eppure così vuoti. Per dirla con Callimaco: la  “pubblica fontana”. 

E mentre i centri storici restano agonizzanti, in Italia chiudono in media quattordici negozi al giorno. 

Una emorragia confermata nei mesi scorsi da Confesercenti, il cui studio fotografa una situazione allarmante per il commercio al dettaglio: ancora un -0,4%  sul bilancio, con perdite per oltre un miliardo rispetto al 2018. Le stime sul 2019, arrivato ormai agli sgoccioli, parlano di 5mila attività che hanno abbassato la serranda inesorabilmente. 

E neppure Campobasso, nostra madre, sembra aver trovato il siero da opporre a questo torbido veleno. 

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Non le voci dei bimbi, non i sorrisi luccicanti dei nonni, né i baci di giovani amanti: i rumori prevalenti, da via Marconi a via Ferrari, sono quelli delle auto impegnate a strombazzare sull’asfalto circostante. E persino via Palombo  somiglia ad un sipario abbandonato quando lontani diventano i bagordi del weekend; quando anche il cielo pare intristirsi e la storica piazzetta muta quasi metafisicamente in una cassa di risonanza per la pioggia che cade, sola e paziente. 

Sembra inconcepibile, eppure proprio lì dovrebbe risiedere la nostra ricchezza. Nelle nostre radici, nella nostra storia e nei luoghi che le rappresentano. 

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L’alternativa è rinunciare a osservare, questa città e noi stessi, con lo sguardo giusto: lo stesso che usano i bambini quando scartano un regalo. L’alternativa, all’esclusività del dono e alla sua manifestazione, è una coda in tangenziale, la fila nei parcheggi sotterranei, la ressa nelle corsie, la corsa frenetica per l’ultimo smartphone, l’ennesima richiesta di sconto all’impiegato in divisa stressato da turni massacranti. L’alternativa è soccombere in un posto – dentro e fuori di noi – che non sentiamo nostro. 

Lo ricorderà, prima o poi, anche il viandante solitario. Randagio, sotto il diluvio. Allora, e solo allora, tra quei vicoli ritroverà storie e ricordi dimenticati: chissà quali estati, quali amici lontani, chissà quali amori…Quelli perduti e quelli mai detti.