Dal successo ai debiti. “Io, imprenditore 54enne, ho perso tutto. Sono stato distrutto dalla giustizia”

Dieci anni fa l'inizio del tracollo per un commerciante che aveva aperto con la formula del franchising due negozi. Dopo aver scoperto che l'azienda applicava due volte l'Iva sui divani, si trova scoperto per quasi un milione di euro. Inizia un incubo tra problemi con le banche e cause in tribunale, ma i giudici archiviano tutto. "Ho perso oltre 2 milioni di euro - racconta - oggi con la mia famiglia rischio di restare in mezzo ad una strada".

Ho perso tutto, oltre due milioni di euro. Sto pagando per colpe che non ho commesso, per errori che non ho fatto io. Speravo di poter far valere i miei diritti. Al contrario, la giustizia mi ha rovinato“.

A raccontare questa storia è un imprenditore molisano di 54 anni, commerciante di successo, per 20 anni sulla cresta dell’onda, come si suol dire. Lavora per un’importante azienda italiana di arredamento, attualmente in concordato preventivo e in passato sotto i riflettori di Report per divani prodotti in Cina ma spacciati per “100% italiani”. Un marchio molto noto sul mercato, per conto del quale l’imprenditore molisano apre con la formula del franchising due negozi in Molise: uno a Campobasso, l’altro Termoli.

Gli affari vanno bene: fatturato da 1,5 milioni di euro all’anno. “Si era creata una bella realtà lavorativa – racconta – avevo sei dipendenti, più altri due per il settore trasporti e consegne”.

Fino a quando, dieci anni fa, comincia l’incubo: il rivenditore scopre che l’azienda applicava due volte l’Iva sui prodotti. Ecco perché i conti e gli utili non si trovano mai.

Si ritrova così ad avere un ammanco di circa un milione di euro. E’ l’inizio della fine. “Per la mia azienda che gestiva il franchising è stato un colpo tremendo”.

Nel 2010 chiude i negozi.

Nel frattempo, racconta, si aggiungono debiti contratti con le banche (come conti correnti, mutui e linee di credito) imposti dalla casa madre per acquistare allestimenti e rinnovi esposizione sempre più frequenti. Inoltre, controllando più attentamente i conti, scopre che gli interessi sono usurari.

Si rivolge così agli organi inquirenti, ma senza ottenere nulla. Per l’imprenditore, oltre al danno, si consuma la beffa. “Le perizie prodotte per dimostrare scientificamente l’illecito (ossia l’usura, ndr), vengono ignorate e contestate dalla Guardia di finanza e da periti nominati dal tribunale”.

Lui decide di rivolgersi ai giudici denunciando l’azienda e le banche. Lo fa più volte: “Dal 2011 ho presentato una trentina di denunce, ma i giudici hanno sostenuto il contrario nonostante le carte dimostrassero la mia tesi”.

L’imprenditore ipotizza: “Si è fatto il gioco di qualche lobby?”. Tanto è vero che decide di denunciare pure i giudici di Campobasso rivolgendosi al Tribunale di Bari.

“Mi sono rivolto – aggiunge – anche alla Commissione europea che mi ha risposto tempestivamente che tali problematiche vanno risolte con i giudici italiani. Ritorno al punto di prima. Sembra di giocare a monopoli”.

E così, dopo il fallimento dell’attività commerciale, si delinea una storia di malagiustizia.

La giustizia mi ha distrutto – il suo sfogo – i giudici si sono sottratti al loro compito. Nel frattempo il mio patrimonio si è prosciugato per far fronte alle spese non solo delle attività, che sono state chiuse nel 2010, ma anche per pagare i costi della giustizia e per le banche usuraie, che chiedevano il rientro dalle esposizioni debitorie, nonostante continuassi a pagare le rate, con grossi sacrifici. Ad esempio, una denuncia di anatocismo, presentata il 2012 contro una famosa banca della regione Toscana, ha comportato un avvicendarsi di giudici e ad oggi non ha avuto ancora seguito. I periti a cui mi sono affidato hanno appurato sia l’anatocismo che l’usura da parte delle stesse banche”.

Tuttavia, le perizie non riescono a raggiungere l’obiettivo sperato: “I giudici non hanno creduto ai risultati delle perizie”.

Nonostante esista una legge ben precisa che tutela le vittime di usura, l’imprenditore ci dice che non gli sono state nemmeno concesse le misure previste dalla legge per le vittime di usura. Della sua vicenda si occupa anche ‘Codici’, associazione nata per la difesa dei consumatori e attiva nel campo dell’usura, della sanità e della legalità.

In questa bufera cominciano anche i disagi personali: discussioni in famiglia, problemi di salute e  molto altro. “Cosa dovrei fare: incatenarmi, togliermi la vita come hanno fatto tanti altri imprenditori finiti sul lastrico?”.

“Ho perso oltre 2 milioni di euro – insiste il 54enne – la mia famiglia è stata distrutta. C’è rabbia, solitudine. Mi sono rivolto alla giustizia illudendomi che avrei ricevuto giustizia e invece ho avuto solo problemi. Ho deciso di raccontare la mia storia nella speranza che qualcuno intervenga in mio soccorso, anche perchè temo che altri imprenditori si trovino nella mia stessa situazione e magari denunciare questa storia può servire ad accendere una realtà poco conosciuta e per questo poco seguita dalle istituzioni”.

L’imprenditore si sente messo con le spalle al muro, incompreso da una giustizia che lui considera ingiusta, che lo ha fatto sentire ‘figlio di un dio minore’.

“Come vivo ora? Mi devo arrangiare perché lo Stato Italiano non sa nemmeno “se esisto”. Addirittura, non ho diritto nemmeno all’esenzione del ticket. Perché?  Perché “lavoratore autonomo”, conclude.