Sono termolesi, dormono in auto e fanno colazione in Caritas. “Per diventare poveri basta un attimo” fotogallery

La Caritas di Termoli ha dedicato l'intera settimana ai poveri favorendo l'incontro con la comunità. Colazioni servite dai ragazzi dell'Alberghiero, cene nelle varie Parrocchie, laboratori sulle nuove povertà con le scolaresche: un programma denso di incontri educativi ed emozionanti

L’attenzione di Caritas per le marginalità non è certo un fatto nuovo, ma in questi giorni che si avvicinano alla Giornata mondiale dei Poveri – indetta da Papa Francesco tre anni fa e fissata per il 17 novembre – una buona fetta della comunità termolese si è accostata a questo mondo solitamente confinato nell’oblio individuale e collettivo.

In quella che è stata ribattezzata la ‘Settimana dei poveri’, la Caritas diocesana ha voluto aprire le proprie porte e riaccendere i riflettori su ciò che perlopiù rimane confinato nell’ombra. Così studenti, parrocchiani, volontari e semplici cittadini hanno potuto – da lunedì 11 novembre e per l’intera settimana – avvicinarsi alla realtà di vita di chi non può permettersi autonomamente finanche di mangiare. I modi dell’incontro sono stati molteplici e tutti pregni di significato: laboratori, incontri, testimonianze, pasti in convivialità.

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Tanto per cominciare, ogni mattina gli studenti dell’ultimo anno dell’Istituto Alberghiero hanno portato e servito la colazione agli ospiti della Cittadella della Carità in piazza Bisceglie. Con cornetti caldi, crostate e cappuccini hanno scaldato le fredde mattine di questi uomini costretti a dormire in macchine o roulotte dopo aver perso tutto quello che avevano.

Ma chi sono quelli che hanno perso tutto? A popolare la sala mensa che si trova nel Borgo Vecchio sono soprattutto italiani, in molti casi termolesi e in altri – ci dice la direttrice, suor Lidia Gatti – pugliesi. Gli stranieri sì, ci sono anche loro, ma non costituiscono la maggioranza. Provengono in particolare dai Paesi dell’Europa dell’Est mentre dall’Africa sub-sahariana ormai sono in pochi. “Specie ora che i Centri di accoglienza straordinaria hanno chiuso, sono diventati invisibili”. A spiegarcelo è un’operatrice dello Sprar gestito appunto dalla Caritas, che sottolinea come la politica di rimpatri ed espulsioni sia solo fumo negli occhi. Il foglio di via, da solo, non basta. La conseguenza è che gli uomini e le donne provenienti da altri Paesi rimangono, almeno temporaneamente, in Italia ma totalmente sprovvisti di diritti e tutele. “Noi non li chiamiamo clandestini, preferiamo il termine irregolari”, la precisazione che non è mera formalità semantica.

Anche dando un’occhiata alla stanza dove si raccoglie il vestiario, dove gli indumenti femminili scarseggiano al contrario di quelli maschili, si capisce che di donne in Caritas ne giungono poche. “I poveri sono soprattutto uomini, che magari hanno perso il lavoro o hanno divorziato”, spiega suor Lucilla mentre è impegnata ad accompagnare gruppi di scolaresche a visitare la struttura. Ai tavolini, lindi e addobbati per accogliere al meglio gli utenti, in effetti ci sono solo loro, uomini che hanno superato la mezza età.

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Alcuni recano negli occhi una mestizia indelebile e scansano il nostro sguardo, altri non lesinano parole e sorrisi. Timoteo, ad esempio, scambia di buon grado qualche chiacchiera con chiunque si avvicini. Così ci racconta – lui termolese doc – che era un calciatore di discreto livello, aveva una famiglia, una casa. Oggi di tutto ciò non è rimasto più nulla, e lui per vivere si arrabatta facendo il pescatore, dormendo in un camper e mangiando alla Caritas. Che da 7 anni è diventata un po’ la sua casa. Il sorriso però Timoteo non l’ha perso e quando gli chiediamo come stia vivendo queste giornate particolari, fatte di incontri e di conoscenze con i ragazzi, gli occhi hanno un sussulto e si dice felice, felice.

Da lunedì a venerdì ogni giorno gruppi di scolaresche degli istituti superiori della città si sono infatti recati in Caritas e hanno partecipato a degli incontri su temi quali i senza fissa dimora, le migrazioni, la tratta e lo sfruttamento degli esseri umani e la ludopatia. Per ognuno di questi ogni mattina si è tenuto un laboratorio. “Le abbiamo chiamate aree di sosta. Ogni ragazzo ha potuto scegliere dove fermarsi”. In quello spazio i giovani studenti – attraverso testimonianze, esercizi di scrittura creativa e riflessioni – hanno potuto confrontarsi con cosa significhi vivere ai margini della società, incontrando i protagonisti di queste vite al limite.

Al laboratorio sulle dipendenze e sulla ludopatia ha preso parte, ad esempio, un ragazzo che da anni vive in una comunità di recupero, dopo aver lottato per anni con la bestia della droga. “Mi piace partecipare a questi incontri. Si è sempre concentrati su se stessi invece in questo modo allarghi gli orizzonti e non ti senti solo. E poi è bello vedere che c’è qualcuno che sa essere solidale”. Il monito ai ragazzi è forte e chiaro. “È facile cadere in una dipendenza, specie se ci si chiude in se stessi e non si parla”.

Questi laboratori sono stati anche un modo per gli operatori Caritas di incontrare le nuove generazioni, gettare le basi per un dialogo e accorgersi di disagi in nuce. Suor Lidia non ha potuto non notare come molti giovani si siano pericolosamente avvicinati alla piovra del gioco. Slot e schedine non sono un mistero per molti di loro.

Però, come ci racconta l’operatrice Cristiana, una traccia importante queste giornate la hanno lasciate. “Abbiamo notato che i ragazzi entravano con dei pregiudizi, dei pensieri-slogan, ma uscivano con idee diverse”.