L’ultimo applauso a Fred. E ora che fare di un genius loci?

Fred Bongusto sta a Campobasso come Mina sta a Cremona, De Andrè a Genova e Lucio Dalla a Bologna. Per lui bisogna inventarsi perciò qualcosa di più moderno e meno scontato...

Ieri pomeriggio, sotto un cielo piovoso e funereo, insieme a tantissimi molisani, ho dato l’ultimo affranto applauso a Fred Bongusto. Un evento che ha avuto momenti toccanti quando la giovanissima nipote Gabriella Gioffredi ha salutato il suo “adorato nonno” e quando il prete officiante ha benedetto la salma usando, poco ecclesiasticamente, l’inaspettato nome di “Fred”.

In quel momento, per i suoi tanti amici, Alfredo Buongusto cessava di essere memoria privata di pochi ma, per sempre, memoria collettiva. Come se da ieri nella Chiesa degli artisti di piazza del Popolo di Roma, Fred fosse divenuto “ufficialmente” l’icona canora dell’Italia del boom, dell’Italia “doce doce”, delle “rotonde sul mare”, degli “’amore baciami” e degli “amore scusami”, insomma di un’Italia Felix.

Quel Fred che non ci lascerà mai è stato un artista di straordinaria eleganza, mai sbracato nel pecoreccio divistico. Si deve a quella coerenza di stile e di discrezione se non è finito nel dimenticatoio come decine e decine di idoli musicali di quegli anni. Quando arrivò l’ondata dei Guccini e dei De Gregori, Fred rimase fedele alle sue affinità stilistiche e orgoglioso della sua diversità d’antan. Per questo è rimasto un’icona appartata. Come Mina che più rimane tra le quinte e più è viva.

Chi in queste ore ha pianto Fred, ha pianto quel pezzo d’Italia che sognava Malaghe e Tre settimane da raccontare, night club e balere dove si ballava guancia a guancia. Forse ha pianto anche chi, per i nostri ragazzi, vorrebbe “spaghetti a Detroit” non sballi in discoteca.

Ieri dunque si è chiusa la fase emotiva dei ricordi, dei rimpianti e delle nostalgie, ma ora per i molisani e in particolare per i campobassani, si apre un capitolo di memoria storica locale da affrontare con competenza: cioè una sapiente gestione del “genius loci”, come hanno saputo fare ad esempio i termolesi con il loro immortale Jacovitti.

Mi ha colpito molto che ieri pomeriggio a dare l’addio a Fred, oltre al sindaco di Campobasso, Roberto Gravina, ci fosse anche Maurizio Mangialardi, sindaco di Senigallia, la cittadina adriatica che si è intelligentemente appropriata per prima della Rotonda di Fred.

E allora: cosa facciamo noi del nostro genius loci?  Fred Bongusto sta a Campobasso come Mina sta a Cremona, De Andrè a Genova e Lucio Dalla a Bologna.

Franco Valente propone, ad esempio, di intitolargli il “Savoia”, anche per sopprimere un cognome straintitolato nel Capoluogo ma stritolato dalla storia. Da anni io stesso ho proposto (invano) di reintitolare il Savoia, il conservatorio Perosi, il Mario Pagano, nonché l’orrenda “EX GIL” per restituire al Molise i suoi Gammieri, Masciotta, Lualdi, Scardocchia e ora il suo Fred. Di certo si troverà il modo di intitolare una strada a Fred (senza ripristinare il suo vero nome e cognome), ma non basta: Gammieri, Masciotta, Lualdi e, purtroppo, Scardocchia rimangono icone regionali non nazionali come Fred. Per lui bisogna inventarsi perciò qualcosa di più moderno e meno scontato, perfino un museo multimediale. Ieri ho interpellato Gravina che si è mostrato abbastanza coinvolto. Vedremo.

Intanto mi piacerebbe avere pareri e proposte da chi legge questa nota.

 

POSTILLAIl mio primo ricordo di Fred è stato accolto da un’impensata e gratificante mole di commenti. Ringrazio tutti davvero di cuore e mi scuso se non rispondo singolarmente. Frequento poco FB, e talmente male da aver messo un imbarazzante like a me stesso.