L’amore di Vittorio Feltri per Guardialfiera. Ad un amico d’infanzia: “Questo tuo paese è il pane caldo”

I ricordi di Vincenzo Di Sabato, guardiese doc nonchè storico direttore del Centro Studi Molise 2000. "Il suo è un amore ruvido. Disse, ed è vero, che ci siamo candidati al suicidio, che abbiamo distrutto il presente e il futuro dei giardini immensi, e sfregiato una miniera che richiedeva soltanto d’essere trasformata in fonte di ricchezza turistica, economica e occupazionale”.  

Un amore ‘ruvido’, contraddittorio e viscerale per Guardialfiera e per il Sud è quello che emerge dalla confessione che il giornalista Vittorio Feltri (direttore di Libero) ha fatto nei giorni scorsi su l’ “Irriverente”, il suo nuovo libro.

I suoi scritti hanno tirato fuori dal cassetto i ricordi di un suo amico d’infanzia, Vincenzo Di Sabato, storico presidente del Centro Studi Molise 2000.  “C’è profumo di umano – scrive Di Sabato – nella confessione resa in un capitolo dell’ “Irriverente”: il nuovo libro di Vittorio Feltri, apparso giorni fa per la Collana saggistica di Mondadori.

Nel percorso fatato della sua infanzia, dell’adolescenza e della sua giovinezza vissuta a Guardialfiera, c’è tutto l’ordine e il disordine del suo cuore che dirompe e tracima oggi, proprio come faceva il nostro Biferno ieri. C’è l’occulta ma indomita frenesia di quel volerci ancora bene”.

Feltri narra nel libro d’essere arrivato a Guardialfiera per la prima volta a cinque anni, nel 1948. “Dopo quella puerile e romantica irruzione di Vittorio Feltri del 1948 – pittorescamente decorata proprio in questo ‘riguardoso’ capitolo dell’ “Irriverente” – egli tornerà con tenacia ogni anno a Guardialfiera ad attutire il doloroso tracollo degli zii. Tornerà perfino dopo che la morte raggiungerà zio Ernesto Villa a 66 anni l’8 settembre 1959.  Verrà spesso da zia Nella, anche insieme alla sua mamma Delia, assai ammirata da me.

E Vittorio, frattanto, bruca queste ‘Terre del Sacramento’ e, fra paesaggi di fieno e di grano, intreccia amicizie con contadini servizievoli, con tante piccole bande di monelli e con Franco Mancini, il giovane sarto che lo tuffa per la prima volta nella corrente vorticosa e trasparente del Biferno. Quel Franco, oscuro artista del pennello e dell’argilla, che sbozza timidamente teste di ‘asini’ e inconfondibili volti di potenti e impotenti.  Inaspettatamente, gli capita di intagliare anche dal legno, volti e colli allungati e scandalose statue di donne alte e nude, come quelle del Modigliani”.

Lo studioso molisano ricorda come il 12 agosto del 2000 Vittorio Feltri fosse a Guardialfiera a presentare Quei Cavalieri Virtuosi: “Pensieri e memorie di un mondo vagheggiato e scomparso, scritto da Vittorio Grande, suo coetaneo. Durante il Convegno, salutando e porgendo la parola a Feltri, faccio dono finalmente a lui della scultura di Franco Mancini. Ma mi si annoda la gola, né riesco a narrare a lui la genesi di quell’affettiva opera d’arte. E ancora oggi Vittorio non ne conoscerà l’intreccio (Franco Mancini morì nel 1992, ndr)”.

Il ricordo di Feltri, per Di Sabato e per gli altri, è questo: “lunatico e amabile, espansivo ed esplosivo. Talvolta gustosamente turlupinante. Fondamentalmente onesto! Con quelle battute e sfide provocatorie e inquietanti, seriose. Come nelle parodie di Crozza. Proprio come ha guizzato da mattatore venerdi scorso, 8 novembre, alla Rai, sia al pomeriggio in Un giorno da pecora sia a sera nel TG-2. Vittorio, insomma, seguita a parlare un linguaggio senza peli e scorciatoie che fanno reagire affannosamente chi è nemico del giusto e del vero. Guai – secondo lui – a chi, come i guardiesi e i meridionali, dimenticano le loro carenze e le loro inadempienze”.

Non sono mancati i ‘dissensi’ tra il giornalista e lo studioso guardiese: “su Panorama – per esempio – del 4 novembre 2010, ci beffeggiava per il godimento, qui, d’un nugolo di zanzare. Ebbene noi l’abbiamo debellate ben prima dei padani e dei lombardi. Né davvero son mai state queste le più feroci della penisola. Ridicolizzava inoltre Guardia in quella sua prima venuta (1948), perché allora senza ‘cessi’, ossia senza servizi igienici. E l’ho contestato per il fatto che – a differenza anche di taluni paeselli ‘pigroni’ del nord, a Guardia nel 1948, cioè nella immediata stagione post-bellica e nonostante il divario, si è acceso la prima scintilla di modernità e la prima immissione del Molise nella società dei consumi. Forse era presente persino lui, bimbo di cinque anni, (io ne avevo sette più di lui) allorché l’Impresa De Notariis di Castelmauro, venne a creare in autunno maree di fango per tutte le vie, ma per realizzare le ‘cloache’, le prime in assoluto sull’intero territorio circostante. Noi, dunque gli ancestrali nel sobbalzo della civiltà nuova. E l’acqua in casa, per tutta la città nel 1957”.

Per Di Sabato, Feltri e la sua puntuta lingua qualche volta non sono andati poi così lontano dalla verità: “Lo ammetto, è vero, come egli scrive, che ‘ci siamo candidati al suicidio’, che abbiamo distrutto il presente e il futuro dei giardini immensi, e sfregiato una miniera che richiedeva soltanto d’essere trasformata in fonte di ricchezza turistica, economica e occupazionale”.   

Di Sabato e la ‘sua’ gente non disconoscono gli apprezzamenti che Feltri ha fatto al loro territorio. “Devo gratitudine a lui per le tante volte che si è accorto della cultura prodigiosa della nostra gente. Parlò sull’Europeo del conferimento – per mano della pro-Sindaco di Roma Maria Medi (figlia dello scienziato Enrico) – della Lupa Capitolina, come caparra e legame potente di Guardialfiera, alla Capitale d’Italia. Ne parlò caldamente per il GR-2 Augusto Giordano, svelatosi amico suo e originario di Oratino.

Sul finire degli anni ’90, per conto del suo periodico, Feltri inviò qui Antonio D’Orrico per intervistare i ‘dannati del Biferno’ e scovare curiosità inedite fra amici e conoscenti sopravvissuti di Francesco Jovine.

L’8 settembre 2017, sfodera in prima pagina di Libero, il seguente proclama: ‘Meno male che c’è il Molise’ e, volgendosi all’italico sapere, in un paginone intero, irrompe: ‘E’ giunta l’ora di raccontare il Molise dimenticato’.

Ancora: “Intorno a Natale del 1987 mi fa rintracciare a Palata da Nino Amoroso, Presidente allora dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio e Molise. Mi fissa l’incontro a Guardia anche con Tonino Scarlatelli e Tonino Trolio, quest’ultimo già guardiano e cavallaio di Baranello. Colmandomi di tenerezze, mi borbotta: ‘Questo tuo paese non è uno sciame di case: E’ il pane caldo. E’ nostalgia di nodi che s’intrecciano con le arterie, con la carne, col destino degli ortolani, discacciati dalle Terre del Sacramento, ancora oggi insultati e irredenti. E Guardia, anche se così, per te e per me, rimane il villaggio dove passano le nuvole più belle'”.