Quella volta che a San Giacomo mancò la luce mentre il Duce parlava alla radio

Il fatto è avvenuto nel 1932. Alla popolazione radunata per l’occasione fu impedito di ascoltare il discorso radiodiffuso di Mussolini. Non si trattò di un guasto, ma del sabotaggio di un giovane antifascista originario di Termoli. Questi, scoperto subito, fu fatto passare per pazzo e internato in manicomio. Il fatto è rivelato dal nipote Giovanni Perino, lucido novantenne, nel corso di un lungo racconto sulla storia della sua famiglia e in cui rievoca fatti sconosciuti o poco noti della Termoli dei giorni precedenti e seguenti lo sbarco alleato dell’ottobre 1943.  

Novanta primavere da poco compiute e una memoria invidiabile. Due ore di conversazione con Giovanni Perino nella sua luminosa casa di Rio Vivo ed ecco squadernarsi sotto gli occhi una Termoli ormai lontana e per tanti aspetti ancora poco raccontata.

Giovanni è un ex operaio emigrato in Germania che ti sorprende anche con corrette nozioni di storia e geografia con le quali arricchisce la lunga testimonianza. Innanzitutto quella sulla sua famiglia di modesti lavoratori termolesi, in cui circolano da tempo idee chiaramente anticonformiste.

Il nonno, classe 1856 e da cui ha preso il nome, era soprannominato Garibaldi, un po’ per avere fatto la naja nei pochi reparti garibaldini sopravvissuti allo scioglimento dopo l’unità d’Italia e per quel suo vezzo di vestire alla maniera dell’Eroe dei due mondi: barba, capelli lunghi e ripiegati, cappello dall’identica forma.

Ammiratore delle imprese del generale, ne condivideva le idee progressiste che provvide a trasmettere a tutta la famiglia. Idee tradottesi anni dopo in avversione al fascismo e nella simpatia per la sinistra.

A proposito di fascismo Giovanni rivela un fatto inedito: la beffa attuata nel 1932 a San Giacomo degli Schiavoni da suo zio Antonio (classe 1899) durante uno dei discorsi di Mussolini trasmessi a mezzo di altoparlanti alla casa del Fascio. La gente del paese convocata per l’occasione, non poté ascoltarlo che per poco perché improvvisamente venne a mancare l’elettricità. Subito si pensò a un guasto, ma non era così.

La rabbia dei fascisti salì alle stelle quando fu chiaro che non di un accidente s’era trattato, ma dell’atto cosciente di un contadino antifascista. “Zio Antonio risiedeva a San Giacomo, all’epoca frazione di Termoli, perché in quella località aveva acquistato un piccolo appezzamento di terreno agricolo che conduceva direttamente. Lì si era anche sposato e avuto due figli, di cui una poi fattasi suora”.

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Pagò caro quel coraggioso gesto. Infatti, anziché arrestarlo e inviarlo al confino, come ci si aspettava, le autorità lo fecero passare per pazzo, lui sanissimo, e internare nel manicomio giudiziario di Aversa, dove morì dopo sei mesi. Secondo me trovarono anche il modo di affrettarne la fine”.

Un destino simile a quello riservato a non pochi avversari della dittatura, come si è poi scoperto. Tristi vicende richiamate pochi anni fa dall’ottimo libro di Matteo Petracci “I matti del Duce” (Donzelli, 2014) e più recentemente attraverso la mostra documentaria “I fiori del male” sulle donne antifasciste recluse nei manicomi, che ha girato l’Italia, compresa Termoli (novembre 2018 presso il vescovado). Un modo per mettere fuori giuoco per sempre gli avversari politici con la complicità di una scienza medica asservita al regime.

Giovanni Perino è il primo dei tre figli maschi di Lorenzo, classe 1895, di mestiere carrettiere. Da adolescente ha fatto un po’ tutti i lavori, come tanti suoi coetanei all’epoca. Particolarmente difficili sono stati gli anni della guerra e quelli immediatamente successivi. In quel periodo mancava tutto, dal pane, ai vestiti, alle medicine.

Racimolare qualche soldo per la famiglia e i primi vizi dell’età era un imperativo. Specchio del tempo sono le foto ingiallite ancora conservate in tante case, in cui le persone appaiono tutte di una magrezza quasi spettrale. E poi i rischi seri per la propria vita quando si usciva da casa.

A tale riguardo ricorda un fatto drammatico avvenuto all’indomani dell’8 settembre 1943 in cui quattordicenne fu costretto insieme ad altri ragazzi e adulti ad aiutare i militari tedeschi a caricare sui carri ferroviari cannoni e altre armi che gli italiani avevano abbandonato dopo l’armistizio con gli anglo americani:

“Il rifiuto a collaborare opposto da un italiano disertore scatenò la reazione di un tedesco, il quale estrasse la pistola e gli sparò. Riuscì solo a ferirlo di striscio alla gamba e per fortuna si allontanò. Poco dopo sentimmo un altro sparo e vedemmo lo stesso militare germanico accasciarsi, ferito mortalmente dalla stessa sua pistola rimessa in fondina senza la sicura”.

“Ma non era ancora finita. Dopo avere caricato le armi, i nazisti cercavano cavalli per trasportare al porto mine e dinamite per farlo saltare, come poi avvenne. Temendo la requisizione dei nostri animali, corsi immediatamente a casa, presi da solo i cavalli dalla stalla e li portai in campagna nascondendoli”.

“Vuoi sapere una cosa curiosa? – dice – uno di quei tedeschi di Termoli, di nome August, lo ritrovai casualmente nel 1957 quando lavoravo in Germania. Mi disse che con l’avanzare degli alleati si era allontanato dal suo reparto alloggiato all’albergo Corona, arrivando a piedi fino a Francavilla, qui venne nascosto da un prete e da questi consegnato agli inglesi che lo internarono a Taranto”.

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Giovanni ricorda anche i combattimenti per le strade di Termoli tra inglesi e truppe hitleriane: “Vicino casa mia, a via Gabriele Pepe, c’era una postazione inglese. Di fronte, dove oggi c’è via Mario Pagano, una tedesca, e si sparava da tutte due le parti. A un certo punto uno degli inglesi fece capire a noi di avere molta sete. In quell’occasione fui io a portargli l’acqua rischiando la vita”.

Il racconto prosegue ricordando l’assalto della gente a un magazzino di viveri situato sempre in via Gabriele Pepe: “Cacciati i tedeschi, venimmo a sapere da un vicino di casa, Salvatore Benvenuto, detto “Battello”, dell’esistenza proprio lì vicino di un magazzino in cui stava accumulato tanto ben di Dio, dal mangiare, soprattutto, ad altro. Avvisato il vicinato, fu ripulito in cinque minuti”.

Con la partenza dei tedeschi però non erano finite le sofferenze della gente: “A un certo punto tutte le persone che abitavano al Borgo Vecchio e quelle residenti al terzo Corso e sul lato mare di via Fratelli Brigida furono costrette ad abbandonare le loro case per timore di bombardamenti navali.

Una parte si sistemò presso parenti e amici in case più lontane o nelle campagne vicine, ma vi furono tante altre famiglie caricate sui camion e sfollate in Basilicata e Puglia, dove restarono parecchi mesi. Ricordo che le strade interessate furono tutte chiuse con transenne. Sembrava un campo di concentramento”.

Giorni drammatici che Giovanni Perino ha ancora impresso vividamente nella sua memoria sebbene il tanto tempo trascorso. Rievocarli aiuta a capire tante cose.