Caro Massimo Gramellini….

Resto basita dalle sue parole, caro Gramellini, da sua fan e da lettrice accanita, e credo che una riflessione si imponga.
Vado con ordine. Pochi giorni fa, a Livorno, qualcuno ha segnalato ai vigili la pedana per disabili costruita da un ristorante, sostenendo che non fosse stata realizzata nel rispetto della normativa vigente. Per tutta risposta, i gestori hanno esposto un cartello indirizzato “ai mongoloidi autoctoni che hanno pensato bene di fare un esposto”, rammaricandosi che “sessant’anni fa la scienza medica non aveva ancora inventato il Tri Test e l’amniocentesi”, altrimenti avrebbero consigliato ai genitori di fare bene gli esami e poi, “visti i miserevoli risultati, non farne di nulla”.

Due giorni fa, nel suo Caffè – ahimè amarissimo- ha pensato bene di riportare questa vergognosa storia riconducendola ad un mero esercizio sbagliato di vocabolario rispiegando a noi poveri ipersensibili comuni mortali che in quel cartello la parola “mongoloidi” in sostanza non era usata in senso stretto riferito ai portatori di Sindrome di Down (come se comunque fosse normale per recare un’offesa usare questo termine mandando così all’aria anni di lotte contro lo stigma, ma paradossalmente questo è ancora il meno del suo gigantesco imbevibile caffè ) evidenziando poi come “ai suoi tempi” nessuno ne avrebbe fatto una questione – visto che anche “autistico” veniva utilizzato tranquillamente come insulto – e chiamando infine in causa la sconfinata inciviltà del web con un indulgente piglio benaltrista che da lei proprio non mi sarei aspettata.

Ho impiegato più di un giorno prima di trovare qualche parola per dirle alcune cose nel modo migliore che so. E mi perdonerà per la mia semplicità.  La prima parola, istintivamente, sarebbe : informazione. Perché vede, “ai suoi tempi” l’autismo lo conoscevano solo in America e lo gestivano anche male, perche’ “ai suoi tempi” fatta eccezione per Clara Claiborne Park (di cui sono certa lei abbia letto L’assedio) ancora si negava l’autismo come disabilità “organica” e lo si riconduceva a disagi psicologici come l’inadeguatezza della madre. Altrimenti oggi non si starebbe a fare guerre su un “dopo di noi “che abbraccia fasce di adulti che fino a qualche anno fa la società definiva “strani, matti “ e invece erano semplicemente persone autistiche mai riconosciute e seguite come tali.

E la seconda parola (avevo detto due e due saranno): tanta informazione (sì lo so sono due parole ma non possono prescindere l’una dall’altra e quindi per me sono una sola). Perché, caro Gramellini, a lei che come tutti noi si è indignato per tante cose commuovendoci e sensibilizzandoci opportunamente con la sua storia o con quelle altrui vorrei evidenziare che la parte peggiore di quel cartello non è di certo l’esordio, in cui i gestori del locale hanno comunque scelto di utilizzare un termine sbagliato in modo fortemente offensivo, ma le successive spiegazioni su Tri Test e amniocentesi, dove si sostiene che a fronte di “miserevoli risultati” la scelta migliore sia “farne di nulla”.

Mongoloide (lo sa che mentre scrivevo questa parola il mio iPhone ha corretto in “mongolico”? Pensi, nemmeno un software più lo ammette!!). Nel duemiladiciannove li chiamano ancora mongoloidi e non “mo…idi” con quei graziosi puntini che lei per pudore mette. Ma questa ipocrisia verbale non serve a granché . E sa perché? Perché le persone Down hanno solo due possibilità: essere visti e trattati come mongoloidi o essere visti e trattati come persone.
Ho voluto fortemente essere madre e quando sono rimasta incinta non ho mai nemmeno preso in considerazione l’amniocentesi visti anche i rischi abortivi correlati: volevo un figlio e non volevo selezionarlo come un prodotto da supermercato. E Dio mi ha fatto il dono più generoso e bello che la vita potesse mai darmi: mio figlio Alessio. Che come avrà capito ha la Sindrome di Down ma le assicuro che è l’ultima cosa di lui che noterebbe se lo conoscesse. Potrei raccontarle quanto sia unico il viaggio con lui ma non mi piace essere autoreferenziale e invece spero ci sia occasione perché lei possa constatarlo di persona.

Perché veda, Gramellini, io non sono nessuno per dare lezioni a lei o ad altri ne’ mi permetterei. Ma da cittadino e da genitore ho il dovere di spiegare a chi non ha la fortuna di sapere quanto sia complicato, difficile, spesso solitario, il viaggio con le persone come Alessio ma anche quanto sia bellissimo, stimolante, avvolgente. E soprattutto possibile. Fino a quando poi non c è chi scrive e pensa quelle cose. Per questo vanno stigmatizzate.

Invito lei e tutti a vivere. A vivere tanto. Perché un rispettabile vissuto non può bastare ne’ a lei ne’ a nessun altro per permettersi di non guardarsi intorno abbastanza, di poter scrivere pensieri o non pensieri in libertà. Perché ad annusare ancora l’odore del giornale tra le mani la mattina siamo in tanti. Compresi i compagni e i professori di Alessio che beneficiano del quotidiano gratuito a scuola ogni giorno. E hanno bisogno di sapere che il loro compagno, il loro alunno , non è un incidente di percorso, un figlio venuto male, ma una scelta, una persona da crescere insieme, un dono.

Venga a trovarci. L’aspettiamo per un caffè. Questa volta dolce, però.

La saluto davvero caramente

 

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