Cara mamma Alberta che hai scritto a Gramellini…

Gentile signora De Lisio,

ho letto la sua accorata lettera a Gramellini basito quanto lei nel leggere quel “Caffè” e ho condiviso ogni parola che lei, madre straordinaria e, se permette, persona e scrittrice meravigliosa, gli ha indirizzato.

Perciò, basito e incredulo, sono corso a leggere quel Caffè “amarissimo”, ma francamente ne ho dato una rilettura piuttosto diversa.

In un Paese alla deriva dove una sopravvissuta all’orrore di Auschwitz, deve essere scortata per gli insulti che le rivolgono quotidianamente, interpreto diversamente lo scritto di Gramellini. E cioè che dinanzi a quel “MO…IDI” invece di “MONGOLOIDI” esposto nel cartello di un locale livornese, egli rileva un sottile dettaglio: che “chi si serve ancora a sproposito di certe parole ha il pudore di mimetizzarle dietro i puntini di sospensione, dietro i quali essi si chiedono “se il loro linguaggio possa ferire qualcuno”. Dunque, ben lungi da ogni giustificazione, egli vi ha ha solo intravisto con sollievo e speranza una forma di un cambiamento della sensibilità collettiva che costringa appunto le persone “a chiedersi se il loro linguaggio possa ferire qualcuno”. Che, in fondo, è proprio quello che ha indotto lei, ammirevole signora De Lisio, a intervenire con tanta risentita passione.

Mi permetto di augurare ogni bene a lei e al suo adorabile figlio. E ad essere riuscito a mettere un po’ di zucchero il quel suo “amarissimo” Caffè.