Quantcast

Ricostruire oltre il dolore: una volontà eroica “scuote” più del sisma 

A diciassette anni dalla tragedia, una comunità intera ha trovato la forza di ripartire, più forte della disperazione e del lutto. Il terremoto del 2002 - che costò la vita a trenta persone, tra le quali ventisette bambini e la loro maestra - é una cicatrice sempre presente nella memoria collettiva, ma rappresenta al medesimo tempo un preziosissimo totem d’identità e virtù. 

Alcuni ricordi strozzano in gola gli istanti, cristallizzano le lacrime, intagliano nel dolore statue immobili. Che scrutano, fredde, il tempo andato: un mausoleo in cui spesso l’angoscia torna a serpeggiare ancora, algida, come un drago invisibile. Tra le sabbie mobili della mente, nelle gole più profonde dell’anima. 

Perché certe ferite restano, come rughe irrimediabili, come fessure da cui ogni cuore scruta i propri abissi: il peso di certe assenze, il torpore di certi drammi. Il vuoto. Il lutto. E il chimerico tentativo di elaborarli, combattendo ogni volta i soliti fantasmi, i soliti silenzi; atroci entrambi. 

San Giuliano di Puglia. Un orologio fermo alle 11.32 di un mattino di diciassette anni fa. Era oggi: 31 ottobre. Era oggi, ma sembra ieri. 

Un moto di terra e disgrazia a fagocitare vite, sorrisi e progetti, la tenerezza di piccole mani abituate a stringerne di più grandi, a serrare forte quei palmi sicuri di mamma e papà. Poi, d’improvviso, una cesura di buio e polvere, di rovine e dilemmi strazianti su sguardi attoniti e occhi gonfi di pianto. Labirinti d’intima afflizione che non possono conoscere conforti risolutivi, che non trovano nemmeno nella pazienza del tempo una cura appagante, l’agognata panacea. Del resto, “Il ricordo del dolore è ancora dolore” – sosteneva George Gordon Byron. Scagli la prima pietra chi crede di poter dissentire.

Eppure c’è qualcosa di eroico a sopravvivere: proprio nella memoria, nella testimonianza di chi resta a costruire ancora vita in quei luoghi, su quelle pietre, in quei cortili, in quelle strade. Poco più in là e oltre la sofferenza, con coraggio e straordinaria virtù. Irriducibilmente, brandendo il drappo della speranza, questa torcia antica capace di portar lumi vigorosi persino nella notte più lunga, nelle tenebre di avvilimenti apparentemente implacabili. 

Perché la tragedia del sisma 2002 ha sì dilaniato cuori e pensieri, ma non lo spirito di una comunità decisa a restare in piedi, nonostante tutto, a ricostruire esattamente su quei frantumi la propria identità, non rinunciandovi. 

Lo slancio entusiasta e la preziosa saggezza: adulti, giovani e anziani, insieme, per riscrivere la storia di un destino comune; a tratti avverso, certo, ma non necessariamente ostile in eterno. È il bagliore della fede, il trionfo della volontà: è riscattare il dolore, erigere sulle cicatrici un tempio. È vendicare la vita, avanzando con ritrovata grazia nelle stanze dell’avvenire.

Perché a San Giuliano di Puglia la gente non ha dimenticato. A San Giuliano di Puglia la gente ha scelto di restare: lì, proprio lì, tra rovine e dissesto, tra paure e brividi, tra scosse e terrore, tra ruderi e disillusione. Per risorgere. Lì, in quelle case, in quella piazza, tra quei vicoli, in quel porticato. Lì e non altrove. 

Ora venitemi a spiegare che siamo tutti cosmopoliti, che “terra” e “focolare” sono concetti per nostalgici, che confine non è mai serbatoio di ricchezze identitarie da difendere. E andatelo a spiegare anche lì, lì e non altrove: a San Giuliano di Puglia, patria di angeli e d’eroi.