La pace e la guerra secondo William Mussini, cinema pieno per la ‘prima’ del suo film

Riempire una sala cinematografica da 500 posti è impresa ardua di questi tempi, figuriamoci riempirla con un film d'autore che parla di guerra, di solitudine e lo fa praticamente senza dialoghi, con l'intento di farti riflettere, per forza, sul tema. William Mussini è uno che viaggia controcorrente, ma è riuscito, ieri sera, a centrare il bersaglio portando al multiplex Maestoso il suo primo lungometraggio di cui è regista, sceneggiatore e produttore.

Riempire una sala cinematografica da 500 posti è impresa ardua di questi tempi, non solo a Campobasso. Figuriamoci riempirla con un film d’autore che parla di guerra, di solitudine e lo fa praticamente senza dialoghi, con l’intento di farti riflettere, per forza, sul tema.

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William Mussini è uno che viaggia controcorrente, ma è riuscito, ieri sera, a centrare il bersaglio grosso, portando al multiplex Maestoso il suo primo lungometraggio di cui è regista, sceneggiatore e anche produttore visto che il film è dell’Incas Productions, la casa di produzione che ha fondato con Roberto Faccenda e Francesco Vitale.

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Apprezzato autore di corti, vincitore di diversi premi, Mussini non si era mai cimentato sulla lunga distanza. Prima o poi l’opera prima sarebbe arrivata, meditata, certo, studiata a fondo, anche. E’ una storia che ribalta il presupposto della pace perché l’autore ci pone di fronte a un consapevole stato di tregua emotiva, di tensione perenne tra una scarica di mitra e una lettera dal fronte che non arriva più. Perché esiste la guerra? Chi ci guadagna? Già, chi ci guadagna, visto che sappiamo bene che a rimetterci sono sempre i ‘poveri cristi’?

Mentre la pellicola scorre lentamente, con i due protagonisti avvolti in una dimensione onirica, non si avvertono esitazioni, anzi il messaggio appare chiaro da principio, già dal titolo che è una sentenza: “La pace non è uno stato naturale” con esplicito riferimento alla ‘pace perpetua’ Kant.

La campagna di Russia che vide l’Italia di Mussolini gonfiare prima il petto e poi soffrire la peggiore delle mortificazioni politiche, militari sociali e civili, si vede e non si vede. Quello che affiora dalle nevi russe è la solitudine dell’uomo, o della donna, rispetto alla propria condizione di meccanismo passivo di un ingranaggio perverso.

La narrazione del sempreverde Aldo Gioia conduce all’epilogo in cui l’abbraccio irreale tra i due protagonisti apre ad ipotesi assolutamente realistiche.

Il pubblico ha apprezzato gli sforzi del regista e le ottime prove degli attori Michele Di Cillo e Maria Teresa Spina. Da applausi la colonna sonora di Stefano Barbaresco che ha svariato tra i generi adattandosi efficacemente a un tema esplorato in maniera profonda e al tempo stesso estrema.

E’ il cinema radicale di William Mussini, cinema low budget made in Molise, considerando gli interpreti. Il film è girato a Montagano, Campochiaro, San Polo Matese, Rocchetta al Volturno e Castel San Vincenzo, senza dimenticare il paesaggio primordiale della Gallinola, splendida seconda vetta del Matese, che sembra fare il paio con gli scenari solenni del Kubrik di “2001 Odissea nello Spazio”.

William Mussini aveva tanto da dire. E lo ha detto, alla sua maniera. Lo abbiamo intervistato al termine della proiezione. “Le sale d’essai chiudono ogni giorno, ma io non demordo. L’importante è che la gente possa trovare il tempo di fermarsi e riflettere”. Guarda il video.