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La povertà e il volto dell’altro: quando la distanza “fa” il prossimo

In Molise circa 5mila persone vivono tra stenti e privazioni, in un regime di indigenza: un dato che sembra teso a lievitare ulteriormente nel medio periodo. Nei centri parrocchiali e in quelli delle Caritas aumentano le richieste di aiuto e supporto, non solo economico: la povertà severa è ormai entrata costantemente nelle storie e nella quotidianità delle nostre città. Eppure, spesso stentiamo a riconoscere il dramma di chi ci è più vicino.

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Ruvide solitudini, storie senza nome, promesse stuprate nell’abisso dello stento, nella torre sulfurea della miseria. Ai margini di un marciapiede, nell’umido abbraccio di un sottopassaggio, tra vecchi fogli di giornale e stracci ormai logori. Lì, dove l’esistenza diventa un estenuante esercizio da trascinare, un ricordo lontano, un quesito irrisolvibile perduto in mezzo ai cocci di bottiglie vuote. E a quelli di sogni sfioriti.

La corsa a un pasto caldo, ombre frugare nottetempo tra cassonetti e buste nere, un’auto che diventa giaciglio mentre sui finestrini appannati la disperazione disegna i tratti di un incubo madido; di pianto e d’angoscia. No, non sono scene da un film, né didascalie di un rotocalco. È l’abito marcio che questa quotidianità ha deciso di indossare sempre più spesso, anche nella nostra terra, nella nostra città, tra la nostra gente. Perché la povertà non rappresenta più una notizia ascoltata in fretta alla radio o al tg: è dramma ricorrente, comune denominatore di tristezze e voci che hanno urlato alla vita il proprio dolore.

Una sciagura presente ai crocicchi delle strade, in rifugi di fortuna, nei centri d’ascolto e in quelli in cui la carità trova ancora dimora; nei dati. Perché a volte i numeri rendono fotografie illuminanti, senza bisogno di interpretazioni arzigogolate.

In Molise quasi 5mila persone vivono in regime di bisogno e per di più la soglia dell’indigenza sembra destinata ad allargarsi ulteriormente. Un trend che ricalca in maniera piuttosto fedele la situazione generale del Mezzogiorno, annoverato da Eurostat tra le aree più povere di tutta l’Unione. Le stime del Pil pro capite, infatti, incidono pesantemente sui dati economici territoriali del Sud Italia: dinanzi a una media europea di 30mila euro, il Meridione è inchiodato al di sotto dei 19. E in questa emblematica graduatoria, analizzando le specifiche nazionali, la nostra regione figura tra le “maglie nere”: peggio di noi solo Puglia, Campania e il “fanalino di coda” Calabria.

E non è finita qui. Perché gli spunti su cui meditare in verità abbonderebbero. Così come riportato dal Sole24Ore nelle settimane scorse (sempre a partire da rilevazioni Eurostat), ad esempio, gli stipendi sono in aumento quasi ovunque a livello continentale. Quasi, appunto. E indovinate un po’ dove porta la mappa dell’eccezione? Al Molise e alla Grecia, manco a dirlo. No, non è uno scherzo. La retribuzione media oraria – nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016 – tra i nostri confini è calata dello 0,3%, in netta e preoccupante controtendenza.

Circostanze inscritte, radicate, tradotte nei patimenti e nei giorni di chi è costantemente sul lastrico: per una bolletta o una spesa da pagare, per un affitto da sostenere, per assicurare ai propri figli il decoro, il futuro. I sogni.

E non è un caso, in questo senso, che le Caritas diocesane trovino schiere sempre più fitte di concittadini accanto alle proprie porte. Sintomo di un bisogno disperato: d’ascolto e benevolenza.

Ma la carità presuppone dedizione, impegno e responsabilità; talvolta persino coraggio. La carità va testimoniata: nel segreto e nel silenzio del cuore, preferibilmente.

“Nel semplice incontro di un uomo con l’Altro – scriveva Levinas – si gioca l’essenziale, l’Assoluto (…). E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo”.

Dovremmo ricordarlo, dunque, che un hashtag lasciato a campeggiare sui social non è la cura e che “restare umani” dovrebbe significare, primariamente, non negare lo sguardo a quel vicino casa di cui conosciamo ferite e tormenti, a quel papà costretto a pernottare in auto proprio sotto casa nostra, a quel bimbo che a scuola non può portare la merenda, a quel familiare che abbiamo abbandonato alla sua solitudine, in preda al laccio di asfissianti necessità.

Dovremmo ricordarlo, certo. Ma forse è più facile accendere il televisore, restare in certi salotti e fingere che il mio prossimo sia esclusivamente chi viene da lontano. Un prossimo un po’ meno “prossimo”, insomma. Una “restrictio mentalis” per spiriti farisaici, una via di fuga per coscienze lasse e menti impegnate a guardare sempre altrove. Altrove, ma non all’altro.

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