Primonumero.it - Notizie da Termoli Campobasso Molise

In Molise si mangia male e c’è il primato dell’obesità. Si nutre peggio chi ha una bassa istruzione

Il paradosso: 6mila non mangiano a sufficienza e si rivolgono ai servizi sociali e alle Caritas, ma siamo la regione con il più alto numeri di obesi. Capocollo, caciocavallo e ventricina? Una dieta pessima al di là della retorica gastronomica. Il parere dell'esperto, il nutrizionista Silvio Nanni. I dati fotografano un territorio in cui esiste un rapporto inversamente proporzionale tra obesità e istruzione.

I paradossi di una terra in cui si mangia o poco o male. Si è celebrata il 16 ottobre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, indetta dalla Fao, e vi abbiamo dato conto di un po’ di dati che riguardano i fenomeni connessi al ‘come’ e ‘quanto’ si mangia. Uno su tutti spicca: 6200 molisani non hanno da mangiare a sufficienza e si rivolgono alle mense o ricorrono ai pacchi alimentari forniti da alcune associazioni. Tra questi 237 hanno meno di 15 anni. Ma questo è solo un lato della medaglia. Dall’altro c’è un triste primato che condanna la nostra regione: è quella con il maggiore tasso di obesità.

Uno specchio che rifrange dunque due realtà distanti ma con una base in comune. E che sfata un comunissimo luogo comune: in Molise non è vero che si mangia bene.

Non stiamo facendo torto alle tante realtà agroalimentari che producono prodotti di qualità, piuttosto il dito è puntato su un cattivo stile alimentare che però una spiegazione ce l’ha, e non lo dice Primonumero.it, ma studi internazionali. Le cattive condizioni economiche, da un lato, e il basso livello di istruzione, dall’altro. Condizioni che a volte vanno a braccetto. 

“L’assenza di un reddito minimo adeguato è probabilmente il più grande fattore di rischio per la salute perché non permette proprio di scegliere uno stile di vita – ci dice il biologo nutrizionista Silvio Nanni -. Detto questo, chi ha l’opportunità di scegliere il proprio stile di vita in molti casi fa scelte sbagliate”.

Non si spiega altrimenti perché, se in Italia una persona su 10 è obesa, nella nostra piccola regione la percentuale sale a 1 su 7: nessuno fa peggio di noi nel Belpaese. Sono dati più bassi rispetto a molti Paesi, è vero, ma quel che preoccupa è che sono cresciuti molto velocemente negli ultimi decenni. Si sta peggiorando, dunque, e i nostri bambini sempre più obesi sono la conferma di questa triste realtà.

L’obesità in Italia, in generale, è un problema specie nelle regioni del Mezzogiorno. Guarda caso le aree del Paese dove il Pil pro-capite è più basso e la disoccupazione è maggiore. Ecco dunque confermato ciò che gli studiosi che si occupano di determinanti di salute sanno bene: tra i fattori che incidono sulle condizioni di salute ci sono il reddito e il livello culturale. Tradotto: più sono bassi, più si sta peggio. E si sta peggio perché si mangia, appunto, o poco o troppo e male.

“Ho sentito dire che questo (i tassi maggiori di obesità al Sud, ndr) accadrebbe perché al Sud si mangia meglio. Questa è chiaramente una boutade campanilistica”, prosegue il nutrizionista che ha studi in Molise, Lazio ed Emilia-Romagna e pazienti di varie regioni.

Le correlazioni tra sovrappeso e obesità, da un lato, e reddito e livello culturale, dall’altro, parlano da sé. È sovrappeso o obeso il 41% di chi non ha titoli di studio, il 36% di chi ha la licenza media, il 29% di coloro che hanno la licenza superiore e il 24% dei laureati. La percentuale scende quindi sensibilmente all’aumentare del livello di istruzione. Specularmente, è sovrappeso/obeso il 34,5% di chi ha molte difficoltà economiche, il 33% di chi ne ha qualcuna e il 29,1% di chi non ha alcuna difficoltà economica.

“Le difficoltà economiche e la poca conoscenza ed educazione non permettono di fare le scelte alimentari adeguate”, sintetizza il dottor Nanni. Leggiamo su un sito specializzato quanto pesino le informazioni a disposizione del consumatore e come queste possano incidere nelle scelte che si fanno al supermercato. “Un consumatore scarsamente informato non è in grado di ottimizzare le proprie preferenze ed è portato a compiere scelte errate per sé e per la propria salute. È importante non solo che gli alimenti riportino sulla confezione messaggi chiari e veritieri, ma che il consumatore abbia un livello di istruzione tale da poter comprendere l’etichetta e le informazioni nutrizionali, in modo da limitare le scelte insalubri”.

silvio nanni

È la povertà culturale, più che quella materiale in sè, a preoccupare e a fotografare un Paese – e una regione – che non sa distinguere un buono da un cattivo cibo e non sa orientare la propria vita verso stili maggiormente salutari, non per moda ma per scelta consapevole.

Possiamo dire che i molisani – che veicolano fuori regione la loro dieta a base di capocolli, salsicce e caciocavalli – non seguono un corretto stile alimentare, se i dati sono questi. Il fenomeno che in Molise sta prendendo sempre più piede ricorda quello degli Americani. Ricorda, appunto, perchè oggi anche il vecchio adagio sugli statunitensi che si rimpinzano di cibo spazzatura sta cedendo il passo ad una realtà che, ancora una volta, divide ricchi e poveri. Questi ultimi sì, si nutrono di cibo a basso prezzo e poco salutare. Leggasi Mc Donald’s o simili. Ma l’America dei ricchi ha virato negli ultimi anni verso un’alimentazione più orientata al vegetariano e perfino al vegan. E noi, stiamo forse diventando la nuova America? Quella dei poveri?

L’esperto puntualizza anche un’altra questione: “Una volta il reddito delle famiglie veniva speso in gran parte per il cibo, adesso si spende molto meno in percentuale per gli alimenti da portare a tavola. Vedo sempre più persone con l’ultimo modello di smartphone che però vanno a fare la spesa al discount per risparmiare. Eppure mangiare è la cosa che facciamo più spesso (3-5 volte a giorno) nella nostra vita, ed è proprio questa continuità che rende il cibo un’arma potentissima nel bene e nel male. Quello che ingeriamo diventa parte del nostro organismo. Ripeto continuamente ai miei pazienti di preferire la qualità alla quantità. La scelta delle materie prime è importante ed è per questo che bisognerebbe premiare i produttori che mantengono alta la qualità dei loro prodotti. A volte qualche euro in meno sullo scontrino è solo un finto risparmio.

Faccio l’esempio della pasta – prosegue il nutrizionista -, vogliamo pagare 500 grammi di pasta 60 centesimi. Ci sono alcuni produttori che usano grano 100%  italiano, a zero residui, che hanno una lista di ingredienti cortissima e magari fanno pagare il loro prodotto di eccellenza 2 euro”. A ben vedere il risparmio di chi sceglie la pasta a basso prezzo, alla fine del mese, è un’inezia.

E poi quanto di quel cibo finisce nella spazzatura, quando invece molti non possono permettersi neanche quello? Sono i paradossi di una terra malata, non succede solo in Molise ma noi, per quanto ci riguarda, possiamo e dobbiamo invertire la rotta. “Dovremmo risparmiare sulla quantità, evitare gli sprechi ma mai transigere sulla qualità”. Mangiare meno, ma meglio. Le conseguenze di una cattiva alimentazione, oltre al sovrappeso, sono arcinote ma vogliamo ricordarne le più diffuse: ipertensione, diabete, ipercolesterolemia e tutti i problemi annessi e connessi. Problemi cui un Sistema sanitario regionale come il nostro non riesce a far fronte sempre e che, ad ogni modo, hanno un costo elevatissimo per l’intera comunità.

Per concludere, il nutrizionista pone l’accento su un aspetto diverso che spesso non si considera: “Per quanto riguarda la mia esperienza, nei miei studi vedo persone che mangiano in maniera squilibrata per molti motivi: noia, abitudine, tristezza, cattiva educazione alimentare. Quello che noto è che molte persone obese mangiano quantità eccessive di cibo per riempire un vuoto che non ha nulla a che vedere con il nostro apparato digerente. Sono vuoti che il cibo non può riempire perché andrebbero riempiti con un altro tipo di cibo, quello che chiamo ‘cibo per l’anima’: stimoli intellettuali come il cinema, la musica, l’arte, la letteratura, il teatro, la bellezza, lo sport. Dovrebbe cambiare il nostro rapporto con il cibo. Se il lavoro va male, le nostre relazioni familiari non ci soddisfano, non può essere il cibo la nostra unica àncora di salvezza, la nostra unica fonte di piacere. Il cibo è sì un piacere, ma non può essere l’unica cosa in grado di riempire i nostri vuoti”.

E non è un caso, e Silvio Nanni che è anche farmacista ce lo conferma, che “tra i farmaci più venduti nelle farmacie ci sono principi attivi che agiscono sul colesterolo, sui trigliceridi, sulla glicemia, sull’ipertensione. Problematiche spesso causate da un eccessivo introito calorico. Ma inoltre, tra i farmaci più venduti ci sono antidepressivi e ansiolitici”.