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Il ginecologo processato per visite gratuite durante turni di servizio massacranti: “Non mi sento colpevole”

Vincenzo Bifernino, medico ora in pensione del San Timoteo, racconta la sua storia professionale in relazione al processo che lo vede imputato e condannato, seppure lievemente, in primo grado. "Sono stato accusato di aver svolto “attività privata, benché gratuita,” ossia, di aver effettuato visite mediche in modo gratuito durante l'orario di servizio, per le quali tuttavia esiste una apposita deroga prevista dal contratto. E' un’accusa completamente diversa dal fare le visite in nero, direi che è agli antipodi”. La sua vicenda è anche l'occasione per parlare dei turni disumani in reparto. I medici venivano chiamati a operare anche se in malattia, come accaduto a Bifernino.

Si è trovato invischiato nella vicenda giudiziaria delle visite in nero nel reparto di Ginecologia del San Timoteo scoppiata nella primavera del 2015 e sfociata, pochi giorni fa, nella sentenza di primo grado. Ma il dottor Vincenzo Bifernino, ora in pensione, le visite in nero non le ha mai fatte. E può dimostrarlo. Lo stesso pubblico ministero, del resto, aveva chiesto a suo carico l’assoluzione (come pure per l’altro medico, coinvolto con una posizione meno marginale, Saverio Flocco) che tuttavia il giudice Scioli non ha condiviso, condannandoli entrambi a un anno e 8 mesi, pena sospesa, e a una multa da 800 euro.

Dietro il caso giudiziario, però, c’è la storia umana e professionale di un dottore che si è visto piombare tra capo e collo la mannaia della giustizia per aver fatto visite senza farsi pagare. Già. Perché le visite che Vincenzo Bifernino ha effettuato durante le turnazioni ospedaliere erano gratuite in larga parte oppure, in alcuni casi, regolarmente decurtate del corrispettivo che spettava all’Asrem, come previsto dalla deroga contrattuale per l’attività intramoenia.

Lei non ha mai fatto visite in nero, dottor Bifernino?

“Assolutamente, io sono stato accusato di aver svolto  “attività privata, benché gratuita,” ossia, di aver effettuato visite mediche in modo gratuito. Mi sembra un’accusa completamente diversa dal fare le visite in nero, direi che è agli antipodi”.

In cosa consiste esattamente l’“attività privata, benché gratuita”?

“Altro non era che una normale attività libero professionale intra moenia, come documentano le ricevute fiscali agli atti, anche se effettuata durante l’orario di servizio”.

Si poteva fare? I ginecologi del San Timoteo, il reparto finito sotto i riflettori per il provvedimento di chiusura del Punto nascite, ora sospeso dai giudici, possono fare visite private in ospedale durante l’orario di servizio?

“Teoricamente l’attività intramoenia non può essere effettuata durante l’orario di servizio, ma è altrettanto vero che l’Azienda, correttamente, conoscendo la situazione oggettiva dei vari reparti, dalla carenza di personale al parco tecnologico inadeguato alla eccessiva richiesta della pronta disponibilità, specialmente nelle ore pomeridiane, è corsa subito ai ripari, introducendo delle deroghe. Queste deroghe sono presenti anche in altri regolamenti aziendali d’Italia, e questo perché diverse aziende sanitarie italiane presentano delle criticità”.

Di quante visite invece non gratuite parliamo?

“Di 14 visite che in tutti i casi non credo abbiano potuto arrecare danni significativi all’azienda, tanto più in quanto esistono le corrispondenti ricevute di pagamento al Cup depositate nel fascicolo processuale”.

Il regolamento che disciplina l’attività intramoenia, cioè privata ma ospedaliera, del resto prevede le deroghe.

“Infatti. E’ in perfetta armonia con quanto scolpito nel regolamento Alpi”.

 

Il problema tuttavia che il caso giudiziario del dottor Vincenzo Bifernino ha fatto emergere con chiarezza, tuttavia, è un altro. E in questo periodo di ribalta per il San Timoteo e il suo Punto Nascite è più che mai attuale. Nell’ospedale di Termoli infatti, è emerso anche in sede dibattimentale, la prassi non era l’intramoenia durante l’orario di servizio ma era – ed è tuttora – l’abnorme richiesta della pronta disponibilità, specialmente nel pomeriggio.

Dottore, lei conferma?

“Come non potrei confermare? La prassi era il forte aumento dei carichi di lavoro, dovuto al blocco del turn over e, quindi, a una maggiore utilizzazione della forza lavoro rimasta in servizio. Ma non solo. La prassi era la carenza di apparecchiature elettromedicali, l’inosservanza della direttiva europea”.

(Il riferimento è alla direttiva 2003/88, successivamente ripresa dalla legge n. 161 del 2014 entrata in vigore a novembre 2015, che prevede un periodo di riposo di 11 ore tra i turni)

Non veniva rispettato il riposo di 11 ore tra i turni?

“No. I turni erano massacranti e continui, come tutti sanno benissimo. Ai medici veniva chiesto di lavorare anche quando erano in malattia”.

Davvero? A lei è successo?

“Io sono lo stesso medico che nel luglio 2010, nonostante un piede rotto e, quindi, in infortunio Inail, ho dovuto garantire, su richiesta pressante del direttore sanitario dell’epoca (Filippo Vitale, ndr) 5 turni di pronta disponibilità, durante i quali sono stato costretto a recarmi in ospedale accompagnato da mia figlia, con l’aiuto delle stampelle, per eseguire un taglio cesareo”.

Queste ore le sono state liquidate dalla Azienda sanitaria Regionale, cioè dalla Asrem?

“No, né io ho mai fatto richiesta in tal senso”.

(La documentazione che il dottor Bifernino fornisce è chiara: è proprio così)

Ci sono stati altri episodi in cui le è stato chiesto di lavorare anche se non doveva farlo?

“Diversi. Il 16 marzo 2015, per esempio, sono stato chiamato in sala operatoria, dalle ore 19.18 alle ore 00.15, per un intervento chirurgico che presentava non poche difficoltà, nonostante quel giorno non fossi né reperibile né altro. Anche queste ore non mi sono state mai liquidate, in quanto effettuate fuori reperibilità”.

Ma lei perché lo ha fatto? Perché non ha detto no?

“Perché il mio profilo morale mi ha sempre impedito di rifiutarmi. L’ho sempre fatto e lo rifarei, ho sempre ritenuto essenziale la sensibilità alle esigenze dell’Azienda”.

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Ha amato molto il suo lavoro di ginecologo?

“Moltissimo. Ho trascorso la vita in ospedale (nella foto il giorno della pensione, con tutta l’equipe) ho iniziato col professor De Palma, sono cresciuto, professionalmente parlando, con l’abitudine a trascorrere in ospedale molto più tempo del dovuto. Ho vissuto i tempi in cui si entrava al mattino in reparto senza sapere quando si sarebbe usciti. Non ho mai guardato l’orologio, e se c’erano donne che avevano bisogno non mi sono mai sognato di andar via perché cambiava il turno”.

Il pubblico ministero Ilaria Toncini aveva chiesto la sua assoluzione, mentre il giudice Scioli ha deciso il contrario.

“Sì. Anche il GIP in precedenza si era espresso favorevolmente nei miei confronti. Le sentenze si rispettano sempre, e io la rispetto. Ma si possono commentare”

Lei come la commenterebbe?

“Io mi sento di dire che il mio atteggiamento, provato da documenti, carte, ordini di servizio e testimonianze in dibattimento, non può essere quello di una persona abituata a delinquere o alla truffa. Io non mi sento colpevole”.