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Giorgio Careccia, ribalta molisana da fiction: “Il teatro è come fare yoga, il cinema come scalare una montagna” foto

Da “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore” a “Il ladro di giorni” con Riccardo Scamarcio. L’attore molisano Giorgio Careccia svela tutti i particolari del suo ritorno al piccolo e al grande schermo e del suo impegno in Molise con la Scuola di recitazione Act. Dopo una parte nella terza puntata della fiction in onda su Rai 1 “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”, Careccia è in scena con “Il ladro di giorni”, il prossimo 20 ottobre al Festival del Cinema di Roma.

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Non avrebbe bisogno di presentazioni Giorgio Careccia, ma la sua storia merita di essere ripercorsa, soprattutto per il pubblico più giovane. Attore di teatro, cinema e televisione, il molisano Careccia ha da poco raggiunto la soglia dei quarant’anni con all’attivo più di trenta produzioni nazionali ed internazionali. Dal 2002 ad oggi ha collaborato con alcuni dei nomi più importanti del panorama cinematografico e televisivo, tra i quali Gabriele Salvadores (Io non ho paura), Michele Placido (Romanzo criminale e Vallanzasca), Sergio Castellitto (Non ti muovere). Lo scorso 6 ottobre la sua comparsa nella fiction di Rai 1 “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”, una collaborazione che segna il suo ritorno al piccolo schermo dopo la “Sposami” del 2012, con Francesca Chillemi.

Nella terza puntata di “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”, – campione di share – andata in onda lo scorso 6 ottobre su Rai 1, ha interpretato la parte del responsabile di un’associazione a tutela delle persone omosessuali. Da cosa è nata questa collaborazione?

“Il cameo di Imma Tataranni viene fuori da una scommessa con il regista Francesco Amato. Quando feci il provino per “Il ladro di giorni” – il cui aiuto regista è lo stesso della fiction ‘Imma Tataranni’ – ho accettato di recitare alla fiction su Rai 1. La mia partecipazione riguarda solo la puntata andata in onda lo scorso 6 ottobre. È stata l’occasione per confermarmi il fatto che la fiction italiana sta acquistando tantissimo valore. Francesco Amato è un professionista di qualità. Gli attori sono bravissimi e per me è stato molto bello partecipare. Si è trattato di un lavoro diverso rispetto al teatro, l’atmosfera che vivo solitamente è diversa. Mi auguro di partecipare ancora a questo tipo di atmosfere televisive”.

Ha accennato al provino per “Il ladro di giorni”. Ci dica qualcosa in più su questa partecipazione.

“Il ladro di giorni è un film prodotto dalla Indigo e sarà in concorso il 20 ottobre al Festival di Roma. Il cast è eccezionale, a partire dagli attori Riccardo Scamarcio e Massimo Popolizio. Io sarò il coprotagonista. Si tratta della storia di un padre e di un figlio, di una riscoperta. Il mio personaggio nel film subisce una trasformazione nell’arco di 7 anni. Il film è stato girato l’anno scorso. Spero che il mio lavoro sia riuscito al meglio. Il 21 ottobre, vi anticipo un’altra cosa, inizieranno anche le riprese in Puglia de “L’ultimo Paradiso” prodotto da Riccardo Scamarcio, che sarà anche protagonista del film. Un film che sarà distribuito prima su Netflix e poi su Mediaset. La storia è figa, e ci crediamo tanto. Scamarcio ha una forte passione agraria. È legato alla sua terra e al tema della terra in generale. Sarà una storia bellissima ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Una storia di una rivolta di contadini. Il 16 ottobre avrò la sceneggiatura definitiva”.

 

Le emozioni che dona il cinema ad un attore sono diverse da quelle che offre il teatro, si presume. Quale dei due percorsi l’ha segnata di più dal punto di vista artistico e personale?

“Dico subito una cosa: a me piace recitare. Certo le emozioni che raccogli recitando su un set cinematografico sono diverse da quelle che raccogli su un palcoscenico. Il potere del teatro è straordinario. Si tratta di un’alchimia, di qualcosa di religioso. Nel cinema le emozioni sono più materiali, anche se è meraviglioso lo stesso, soprattutto perché hai la possibilità di scoprire mondi diversi. So che le esperienze di vita che ho avuto grazie al cinema non le riproverò mai più nella vita, come le emozioni provate a girare nel deserto del Sahara per il mio secondo film “Le quattro porte del deserto” di Antonello Padovano (2003). Emozioni che mi hanno fatto crescere molto dal punto di vista umano.

Certo nasco come attore teatrale, il cinema era un sogno che coltivavo dentro di me da piccolo, ma mi bastava e affascinava fin troppo il teatro che vivo ancora oggi come una dimensione materna. Diciamo che quando stai al cinema è come se stessi nello stato fisico di uno scalatore di montagna, mentre quando reciti in teatro è come se stessi facendo yoga. Come attore cinematografico deve riuscire a dare tutto subito, al massimo entro il secondo ciak. Si arriva ad uno stato di concentrazione e tensione tale che se hai la fortuna di avere un partner che ti ascolta ed è generoso si crea un’intimità, devo riconoscere, anche maggiore di quella del teatro”.

Careccia, nonostante gli  impegni di lavoro che lo portano in giro per l’Italia, non ha dimenticato il Molise. E’ tra i professori della scuola di recitazione Act insieme ad altri artisti illustri, tra i quali il fondatore – nonché suo collega – dell’associazione Act, Diego Florio.

Quest’anno sono stati inaugurati per la prima volta i corsi anche su Isernia e Termoli. Cosa vi ripromettete di offrire ai giovani molisani?

“Sui bambini e sugli adolescenti abbiamo responsabilità enormi. Noi artisti dovremmo concentrare molto del nostro tempo su queste nuove generazioni e permettere loro di coltivare se stessi. Dall’anno scorso i genitori degli allievi sono sempre più entusiasti perché i propri figli sviluppano un pensiero critico grazie alla scuola di recitazione. Il teatro è in primis un lavoro su se stessi e sui cinque sensi. Invece che prendere solo le cose così come arrivano cerchiamo di insegnare a sentire sulla propria pelle le emozioni e a valutare la vita. La scuola è ciò che mi mantiene vivo e non mi fa scappare da questa regione meravigliosa. Il benessere fisico qui in Molise è garantito perché c’è una qualità della vita altissima, ma dal punto di vista artistico gli stimoli sono un po’ scarsi. Servirebbero spazi che possano accogliere realmente realtà come quelle del teatro”.

In che senso?

“Nel senso che non c’è apertura da parte delle istituzioni a darci uno spazio e delle responsabilità. Non mi dispiacerebbe, ad esempio, avere un ruolo nella Fondazione Molise Cultura che dovrebbe essere la chiave di volta di tutta la cultura regionale. Non serve il burocrate, ma qualcuno che abbia praticato la materia. Occorre responsabilizzare me o chiunque altro sia del settore per nuove iniziative che non riguardino solo la formazione. Ad esempio un anno è venuto a Campobasso Michele Placido, due anni fa Edoardo Leo. Ho molte conoscenze che potrebbero aiutare il Molise, ma manca una struttura che gestisca queste dinamiche in maniera importante”.

Insieme ai saluti, una “chicca” che riguarda il Molise?

“Eccola: io ed altri colleghi – insieme alla giornalista Carmen Sepede – stiamo lavorando al Delitto Matteotti. Siamo in attesa di capire se il progetto ci sarà finanziato. Sicuramente vi terremo aggiornati”.

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