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Dal corredo al rito della ‘parentezza’, dal letto nuziale al menù: ecco il matrimonio molisano nell’800

Come era il matrimonio della Campobasso e del Molise dell’Ottocento? Dal rito della vestizione alla “settimana della vergogna”, ecco tutto quello che c’è da sapere sugli usi, i costumi e i menù grazie al convegno dell’Accademia della Cucina a Palazzo San Giorgio, organizzato in collaborazione con il Musec, il Comune di Campobasso, l’Università degli Studi del Molise e l’Associazione Crociati e Trinitari.

Nella sala consiliare del Comune di Campobasso – sabato 5 ottobre – il convegno  “Il matrimonio della Campobasso dell’Ottocento: usi, costumi, sapori e menu”, organizzato dalla delegazione di Campobasso dell’Accademia della Cucina per parlare dei menù e delle culture alimentari nei banchetti di nozze del Molise del XIX secolo.

Sala gremita e arricchita dalle testimonianze di studiosi ed esperti, come il Direttore del Museo dei Costumi del Molise, Antonio Scasserra,  i docenti dell’Università del Molise Maria Giagnacovo e Marco Petrella, il Coordinatore Territoriale del Molise dell’Accademia Italiana della Cucina, Annamaria Lombardi, la Responsabile del Presidio Turistico e Culturale della Provincia di Isernia, Emilia Vitullo.

Stando agli esperti il giorno del matrimonio era importantissimo per le donne. Chi convolava a nozze era molto fortunata. Il matrimonio era anticipato da una serie di riti di passaggio. Il primo rito era sicuramente quello della vestizione del costume. La prima vestizione in molti paesi del Molise era resa pubblica. Il costume veniva indossato dalle ragazze quando diventavano signorine, ovvero alla prima comparsa del ciclo mestruale. A Roccamandolfi, ad esempio, il rito di iniziazione avveniva la Domenica delle Palme. La donna diventava, così, pronta per prendere marito e partiva il rito del corteggiamento. Il fidanzamento veniva anticipato dalla richiesta di matrimonio che avveniva tramite la serenata che ancora oggi esiste in moltissimi paesi del Molise. Se il ragazzo veniva accolto dalla famiglia della ragazza corteggiata, si aprivano le porte della casa a significare il benestare per il matrimonio.

Dopo alcuni mesi di fidanzamento si arrivava al rito della “parentezza”, un banchetto a base di carne, per lo più di pecora. Quel giorno si decideva la data del matrimonio e il trasporto del corredo che avveniva otto giorni prima del matrimonio. Alla fine della “parentezza” il rituale della “paternale” da parte del padre della sposa. Un momento per mettere in evidenza la verginità della figlia, una condizione indispensabile per arrivare al matrimonio.

La dote veniva ufficializzata davanti ad un notaio. Alla suocera veniva consegnato l’elenco e il matrimonio veniva mandato a monte anche per un cuscino mancante. Le usanze cambiavano in base al paese. Per esempio a Roccamandolfi la prima cosa da trasportare del corredo erano il bastone e i calzettoni per il suocero. Anche la biancheria veniva portato a casa secondo un ordine prestabilito.

convegno nozze 800

Il primo letto nuziale veniva composto da persone rigorosamente in numero dispari. Nel materasso di lana veniva inserito un amuleto per garantire la fertilità della donna. Si arrivava, così, al giorno del sì, ovvero

il giorno più importante per una contadina. Il rituale della vestizione della sposa avveniva a casa della sposa con tutte le donne della famiglia. Non erano ammessi uomini e bambini. Un ramo di alloro veniva apposto intorno al collo della sposa da parte della suocera. Anche questo era un rito di passaggio e di accoglienza nella famiglia che era matriarcale. La donna aveva il copricapo bianco che veniva cambiato una volta entrati in chiesa con uno spillone in filigrana, simbolo della fertilità maschile. Ganci al corpetto e orecchini lunghi e pendenti per la sposa perché, secondo le contadine, allontanavano il malocchio. Un mondo di segni importantissimo ripercorso dal direttore del Musec, Antonio Scassera, al Comune di Campobasso.

Dopo la fine del banchetto nuziale gli sposi rimanevano segregati otto giorni nella stanza nuziale. Nel Matese si chiamava “la settimana della vergogna”. I coniugi venivano assistiti dai consuoceri. Si trattava di un’attività settimanale volta alla procreazione. Dopodiché una messa che aveva il valore di un secondo matrimonio. Questa volta a casa della sposa e non dello sposo. Se la donna indossava un fazzoletto giallo significava che la settimana della vergogna era andata a buon fine. Una volta sposata, la donna era sotto il “comando” della suocera.

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I banchetti di nozze nel Molise dell’Ottocento sono stati riportati alla luce, invece, dai professori Unimol, Marco Petrella e Maria Gianiacovo, sulla base di fonti storiche territoriali. Secondo una statistica del 1811 in Molise si mangiavano in prevalenza vegetali, legumi e pane (spesso lievitato male). Il consumo della carne era per i ricchi. Il pesce arrivava prevalentemente da Vasto e Lesina ed era presente in alcuni banchetti della Campobasso facoltosa, così come la zuppa di magro realizzata con la ventresca di tonno. Anche nelle famiglie contadine il pasto nuziale comprendeva pasti esclusi dalla vita quotidiana. Nell’Archivio di Stato di Campobasso non è stato possibile trovare documenti che riferiscano di spese per alimenti per i banchetti nuziali. Ma quello che è certo è che, soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento, la dimensione pubblica più che al banchetto veniva data alle partecipazioni, che venivano mandate dopo il matrimonio per comunicare il nuovo status sociale.

Nei primi anni dell’Ottocento il matrimonio contadino si faceva con quello che c’era, pasta fatta in casa con il sugo e in alcuni casi con interiora di pollo. Un menù campobassano è stato riportato in una poesia di Altobello che annoverava fegatino, pasta, agnello e vino. E in un menù dei primi anni Cinquanta da Aciniello in cui compariva spezzatino di agnello, accompagnato da prosciutto e capocollo, maccheroni, braciola, agnello, formaggio, piselli, patate, “cucuccielli fritti” e la cosiddetta “pizza doc”.

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“L’iniziativa dell’Accademia della Cucina, – queste le parole del delegato Ernesto Di Pietro a margine del convegno a Palazzo San Giorgio – con il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Campobasso e della Università degli Studi del Molise, è nata a sottolineare l’importanza delle radici, ripercorrendo le orme degli antenati nel momento della festa più importante per una famiglia, non per tornare indietro ma per guardare avanti, nella convinzione che la storia e i ricordi sono sì elementi imprescindibili, ma oggi occorre soprattutto incidere sulle realtà gastronomiche del territorio  esaltando le eccellenze, sia come prodotti che come luoghi del cibo”.

Per  gli Accademici, la serata si è conclusa con una Conviviale a tema presso il suggestivo “Palazzo Cannavina” in pieno centro storico con servizio Ranallo – Grandi Eventi, con la riproposizione di alcune pietanze tipiche dei matrimoni di una volta.