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La pagina più dolorosa di Tavenna, la comunità ricorda l’eccidio nazifascista del ’43

A Tavenna domenica 13 ottobre sarà il giorno del ricordo: si celebrerà il 76esimo anniversario della strage nazifascista. La comunità non dimentica una delle pagine più dolorose della storia molisana che abbraccia due paesi, Tavenna e Colletorto.  Domenica 13 ottobre si ricorda l’episodio di rappresaglia nazista nei confronti di tre poveri innocenti.

La manifestazione, promossa dal Comune di Tavenna, d’intesa con il Comune di Colletorto, l’Associazione Nazionale Carabinieri sezione di Termoli, l’Anpi Molise, le autorità militari, religiose e i familiari delle vittime, osserverà il seguente programma. Alle 10.40 ci sarà la Santa Messa celebrata da don Michele Di Leo presso la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Alle 11.30 si terrà la commemorazione delle vittime presso Fontanella Canaparo, a pochi passi dalla provinciale, in contrada Brecciaro.

All’epoca l’eccidio scosse l’intera comunità. Il 13 ottobre 1943, presso Fonte Canaparo, vennero fucilati barbaramente tre ostaggi, a seguito del ferimento di un soldato tedesco da parte di un cittadino del posto per difendere i suoi animali. Gli ostaggi vennero scelti per caso tra la folla, radunata con la forza delle armi nello spiazzo più ampio del paese. I tre ostaggi, ignari della tristissima decisione di morte, dopo poco tempo vennero portati presso la Fontanella Canaparo. Qui, all’ombra di grosse querce secolari, Giuseppe Di Lena e due carabinieri provenienti da Lanciano, Vincenzo Simone di Colletorto e Giovanni Iuliano di Tavenna, furono costretti a scavarsi la fossa. Una storia incredibile. Dopo aver terminato il lavoro di scavo, improvvisamente vennero abbattuti dai colpi del plotone di esecuzione.

Il destino, però, ha voluto salvare il carabiniere più giovane, il diciottenne Giovanni Iuliano. Questi, ferito gravemente, ebbe la lucidità di fingersi morto, per evitare il colpo di grazia finale. Improvvisamente si rialzò.  Corse all’impazzata. Superando la folta vegetazione di un canneto, che in parte, nell’area della strage, ancora sopravvive. Così si dileguò nell’aperta campagna. Riuscì, pertanto, a salvarsi, grazie all’intervento tempestivo di un medico del luogo. Dalle cronache dello scrittore Antonio Crecchia, sappiamo che il giovane carabiniere sopravvissuto, emigrato dopo la liberazione in Argentina, raccontò, momento per momento, l’epilogo del grave fatto di sangue e le ultime parole che i suoi compagni pronunciarono prima della barbara esecuzione.

Domenica mattina, tra il verde di una macchia secolare, dove palpitano ancora i sussulti dolorosi di questo triste passato, si renderà omaggio alle due vittime. Per non dimenticare mai la lezione da trarre dalla voce della storia. “Ovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità umana, è lì che bisogna andare. È lì che bisogna portare i giovani, come afferma Piero Calamandrei, perché è lì che è nata la nostra Costituzione”.

Ritrovarsi intorno alle due croci significa, dunque, dialogare in tutta libertà sui simboli più nobili da rispettare e sui valori da perseguire. Significa stabilire un filo diretto in difesa della vita. Di chiunque. Sempre. Perché, con estrema facilità, oggi, viene calpestata in molti luoghi della Terra.