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“Sono un padre, ex marito, vittima di violenza al contrario. Agli uomini maltrattati non si pensa mai”

Michele contesta l'articolo di Primonumero.it che racconta il Codice Rosso e i 200 casi di violenza di genere certificati nella Provincia di Campobasso. Uno spunto per allargare il dibattito, ma la violenza al contrario non esclude la presenza diffusa di un fenomeno che vede le donne vittima di abusi, maltrattamenti, stalking.

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“Sono un vostro lettore e vi spiego il perché di questa mail. In un vostro articolo del 9 agosto 2019 dove viene esposta e spiegata in sintesi la nuova legge denominata Codice Rosso, oltre ad essere chiarita e spiegata in sintesi la buona fattezza e le intenzioni più severe di condannare chi si macchia di reati tanto gravi quanto insopportabili e odiosi nei confronti delle donne (che si dà per scontato da voi, siano vittime) vittime a priori, vittime senza andare a fondo nei processi, vittime senza che si sia affrontati tutti i gradi di giudizio e senza che si sia accertato che le denunce che espongono siano veritiere e dimostrabili”. Inizia così la lettera che ci ha scritto un ex padre, un “ex marito” come si definisce, residente in Provincia di Campobasso, del quale pubblichiamo il nome di battesimo senza aggiungere altro per ragioni di tutela dei figli.

Michele – questo il nome – contesta l’articolo dichiarando che si tratta di un pezzo “femminista” e partigiano.

“Nel vostro titolo si mette in risalto come 200 casi solo nell’ultimo anno siano state le vittime nella sola provincia di Campobasso. Questo titolo, questo articolo e questo modo di esporre i fatti e le notizie riguardo le eventuali violenze subite dalle donne sono figli di una stratificazione socioculturale e di un femminismo cieco che travolge tutti coloro che osano insinuare che ci può essere una verità diversa dietro le denunce”.

E qui si entra nel vivo della contestazione: “Oltre la metà dei casi di denunce si rivelano poi falsi e confezionate artificialmente con l’aiuto e la compiacenza degli avvocati delle denunciati stesse, nel 90% dei casi gli uomini che subiscono ingiustamente queste false accuse finiscono in terapie antidepressive, hanno bisogno dell’aiuto di psicologi che non porteranno mai più alla normalità equilibri psichici alterati da quelle accuse che in tanti casi portano gli uomini stessi al suicidio e in altri a vivere tutta la vita con il peso di accuse gravissime, a doversi allontanare dai figli e dover fungere soltanto da “bancomat” per le ex mogli che costruiscono e pianificano tali accuse anche perché agevolate da una legge cieca che le affida a priori la tutela dei figli e la casa coniugale che il padre denunciato forse sta pagando”.

Non c’è ragione di mettere in dubbio che talvolta ciò possa accadere, e di credere a Michele che si sente vittima di questo meccanismo perverso, e che continua “Potrei continuare per ore citando fonti autorevoli quali presidenti di ordini di cassazione, psicoterapeuti di fama europea e articoli, che un giornale, che si presume abbia più mezzi e competenza di un ignorante quale io sono nella materia deve valutare e o quantomeno citare nell’esposizione di fatti quali quelli dell’articolo da voi pubblicato”.

Ora, per quanto riguarda l’articolo in questione, va fatta una precisazione. I duecento casi di cui si parla sono, purtroppo, casi processuali e non (interventi di polizia e carabinieri senza querela di parte) certificati da fonti autorevoli. Sono, insomma, quelli che si chiamano dati ufficiali. Quei numeri che quando si racconta un fenomeno del genere, tanto grave e diffuso, devono essere necessariamente presi in considerazione e non possono di sicuro essere oggetto di “interpretazioni” e tantomeno di eccezioni. Che poi, oltre ai casi citati, ci siano anche uomini “vittime” non si può certo escludere.

Come probabilmente sta accadendo a Michele. “Finisco dicendovi che io sono un uomo, un padre e un ex marito residente in provincia di Campobasso e che quindi mi sento tirato in causa dal vostro articolo, sono uno che ha subito e sta subendo denunce e procedimenti penalib(senza aver mai fatto nulla per guadagnarmeli) che una volta conclusi, nella migliore delle ipotesi, mi lasceranno soltanto una devastazione psicologica che nessuno di voi che fate l’ occhiolino a questo becero femminismo avrà mai il coraggio e la onestà da raccontare, e come me tanti altri”.

Legittimo lo sfogo, sacrosanto il diritto a rimarcare l’eccezione. Ma da qui a lanciare accuse di “becero femminismo” ce ne passa. Se Michele è vittima di reati di diffamazione ha il diritto di essere difeso dalla legge esattamente come le donne vittime di violenza hanno  lo stesso diritto di fronte a un magistrato. La legge é uguale per tutti – o almeno dovrebbe esserlo – e i magistrati hanno il dovere di giungere ad un giudizio, nessun’altro prima.
Tuttavia la violenza di genere non è un’opinione ma un fenomeno riconosciuto e studiato in ambito internazionale, e quindi un articolo su un fenomeno diffuso ha senso di per sé, non è un’opinione. Ma soprattutto  un articolo sulla violenza di genere non nega l’esistenza di altre forme di violenza perpetrata nei confronti di altre categorie di persone.

Fateci sapere cosa ne pensate scrivendo a info@primonumero.it. 

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