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Pipì vietata in fabbrica, accolto ricorso lavoratore. Sevel condannata al risarcimento

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Il tribunale di Lanciano ha accolto ieri il ricorso del lavoratore che non era stato autorizzato dalla Sevel ad abbandonare la postazione di lavoro per andare a fare la pipì. L’azienda produttrice di veicoli commerciali per Fiat che si trova nella Val di Sangro, dove lavorano centinaia di molisani soprattutto dalle zone del Basso Molise e dell’area trignina, è stata condannata a pagare il risarcimento.

La vicenda della pipì vietata in fabbrica era diventata un caso nazionale nel febbraio 2017, quando nel più grande sito produttivo Fiat d’Europa, famosissimo per la costruzione di furgonati e medaglia d’argento per efficienza di fabbrica, si era verificato un episodio che aveva suscitato sconcerto e indignazione, tanto da innescare uno sciopero e la condanna unanime dei sindacati.

Un operaio impiegato nel reparto montaggio che aveva bisogno di assentarsi spesso per andare a urinare a causa di una terapia con farmaco diuretico si era visto negare il permesso per arrivare nel bagno, distante circa 250 metri dalla postazione di lavoro. L’uomo aveva ripetuto di avere una certa urgenza ma dopo 25 minuti e assenza di permesso a lasciare il suo posto sulla catena di montaggio non era riuscito a trattenersi, “con grave pregiudizio – ha stabilito ora il giudice – alla dignità personale nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione derivante dall’imbarazzo di essere osservato dai colleghi con i pantaloni bagnati”.

La sentenza di ieri emessa dal tribunale di Lanciano ha reso giustizia, secondo i sindacati, al lavoratore in questione, un quarantenne difeso dall’avvocato Diego Bracciale grazie anche ai colleghi che hanno fornito delle testimonianze idonea a ricostruire la vicenda in modo univoco e concordante, come ritenuto testualmente dal giudice di Lanciano.

 

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