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Perse la vita con un incidente sul lavoro a Larino: il ricordo di sua figlia 15 anni dopo

Il 10 settembre 2004 l'operaio Tiziano Santelia perse la vita per un incidente sul lavoro. Era assunto come interinale nella ditta Riveco di Larino. Oggi la figlia, che allora aveva 5 anni, ricorda quel triste giorno

Sono trascorsi 15 anni. Molti avranno dimenticato quella triste vicenda che costò la vita a un operaio di 35 anni, ma per sua figlia – che allora aveva 5 anni appena – è un ricordo indelebile e una ferita sempre aperta. Una morte bianca unica  come tante, troppe con cui il Molise fa i conti.

Tiziano Santelia, operaio di Rotello ma residente a Santa Croce di Magliano, perse la vita il 10 settembre 2004 per una terribile caduta da dieci metri che non gli diede scampo. L’uomo, allora 35enne, era sposato ed era padre, appunto, di una bambina. Era assunto alla Riveco di Larino, ditta specializzata nella produzione di tubi in metallo per oleodotti e acquedotti, con un contratto interinale. Era insomma quello che oggi si direbbe un ‘precario’ e quella precarietà gli ha tolto tutto: la famiglia, l’affetto dei suoi cari, la vita stessa.

La figlia Camilla, oggi 20enne, ha deciso di condividere con tutti i lettori di Primonumero il suo dramma. Lo ha fatto con una lettera-ricordo che rende evidente – semmai ce ne fosse bisogno – il dramma nel dramma che una storia simile porta con sé.

10 settembre 2004, avevo 5 anni. Ricordo che era una bella giornata di sole, mio padre, come ogni mattina, prima di andare a lavoro mi diede un grosso bacio.
Io da piccola bambina che ero giocavo in casa, ad un certo punto vidi mia madre agitata. Non capivo nulla. I suoi occhi non brillavano più di gioia. Andò via. Mio padre quella sera non tornò a casa e io ero molto preoccupata, avevo addosso qualcosa di fastidioso, qualcosa che non capivo, ero incosciente di ciò che era accaduto.
Chiesi a mia madre dov’era papà, il mio papà, e lei mi rispose: “PAPÀ NON C’È PIÙ”!
Non capivo perché, lei piangeva, io anche.
La sera vidi tanta gente a casa mia.
Mia madre era molto abbattuta…
Io sono cresciuta e piano piano mia madre mi raccontò tutto di quel giorno buio.
Mio padre cadde da un impalcatura di 10 metri, morì poco dopo essere stato portato in ospedale.
Tiziano Santelia, 35 anni, morto sul lavoro!
Mio padre è stato e sarà sempre un eroe per me!
Quello che mi rimane di lui è un amore immenso, indescrivibile. Lo amo e lo amerò per sempre!
Ora ho 20 anni, sono passati 15 anni e quel vuoto dentro di me ci sarà per sempre!”.

Oggi Camilla è una volontaria dell’Associazione ‘Giuseppe Tedeschi’ e anche i suoi ‘colleghi’ non hanno mai dimenticato quel giorno che Camilla porta stampato nel cuore. “Ci stringiamo con affetto, stima e amicizia a Camilla, componente e attivista dell’Associazione Giuseppe Tedeschi, auspicando insieme a lei la ripresa di una forte mobilitazione educativa, culturale e formativa sui temi della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Qualcuno di noi ricorda quel tragico 10 settembre del 2004 in cui un giovane operaio, assunto come interinale per 30 giorni, perse la vita nel mentre si accingeva a completare il periodo lavorativo.
Nessuno potrà mai cancellare le lacrime dal viso di Camilla, ma tutti possiamo adoperarci perché gli operai non siano considerati come una merce o un oggetto inanimato”.

Sembra quasi che sia un effetto collaterale del lavoro quello di poter perdere la vita e che, come tale, la società lo accetti. Non così per chi vive in prima personale simili tragedie, famiglie spezzate da un evento che segnerà sempre un prima e un dopo, inevitabilmente. Al dolore della perdita si somma l’amarezza del pensiero che quanto successo si poteva evitare. Poi ci sono gli anni del procedimento giudiziario e la eventuale condanna dei responsabili (come accaduto nel processo Santelia per cui fu condannato in primo grado l’amministratore dell’azienda 7 anni dopo). Tutto accompagnato da una sensazione di ‘vita sospesa’, quella di chi non può fare a meno di domandarsi come sarebbe stato se…

La ‘morte bianca’ di Tiziano Santelia si impone, oggi come ieri, per la sua drammatica attualità.