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La Tari aumenta ma i servizi sono sotto la sufficienza. Isernia molto meglio di Campobasso

Lo studio di Confcommercio fa il punto sulla Tari, la tassa locale sui rifiuti che nel 2018 è aumentata pressochè ovunque a fronte di servizi sotto la sufficienza. Il focus molisano prende in esame i due capoluoghi di provincia. E Campobasso è maglia nera. Se a Isernia la Tari pro-capite è 97,6 euro, nel capoluogo di regione questa sale a 145,1. Ma la percentuale di differenziata è, rispettivamente, del 50% contro il 13%.

Tari, quanto mi costi. Confcommercio, mediante il suo Osservatorio sulle Tasse Locali, rende noto oggi, 11 settembre, un report sul tributo comunale inviso a cittadini ed esercenti commerciali. Si tratta di uno studio che ha interessato tutte le regioni italiane prendendo in oggetto i relativi capoluoghi di provincia. Il focus sul Molise si concentra pertanto su Campobasso e Isernia.

“La Tassa locale sui rifiuti rappresenta per molte imprese un peso insostenibile e spesso ingiustificato”, esordisce Confcommercio. Una tassa che è aumentata in Italia, negli ultimi 8 anni, del 76%. Gli aumenti perlopiù generalizzati del 2018 sono ancor più preoccupanti alla luce del fatto che a partire dal 1 gennaio dell’anno passato i Comuni avrebbero dovuto avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti. Anno di svolta, macchè.

Lo studio di Confcommercio fa il punto proprio sulle iniquità che caratterizzano questa tassa e si può affermare che queste sono trasversali, con poche eccezioni, a tutte le latitudini. Per quanto riguarda i capoluoghi molisani, entrambi si collocano sotto la sufficienza relativamente ai livelli qualitativi dei servizi. Nonostante ciò, la Tari relativa al 2018 è aumentata, rispetto all’anno precedente, a Campobasso dello 0,4% mentre per Isernia non è disponibile il dato del 2017 quindi non è possibile fare un raffronto.

Ma la situazione tra le due città capoluogo appare nettamente diversa. Infatti, stando ai dati sulle ‘performance’ di Confcommercio – ovvero al raffronto tra la spesa rapportata ai propri fabbisogni -, Campobasso registra uno scostamento del 24% (con un valore Tari 2018 che ammonta a  7,15 milioni di euro rispetto al fabbisogno annuo di 5,74 milioni euro) mentre ad Isernia si registra uno scostamento negativo pari a -335 mila euro (-14%). La percentuale di raccolta differenziata è di un misero 13 per cento nel capoluogo di regione mentre a Isernia si attesta su un più dignitoso 50 per cento. Incrociando i dati si registra come la situazione a Campobasso sia oltremodo iniqua, a differenza di Isernia. Difatti nella scala quantitativa dei servizi elaborata da Confcommercio (che va da 1 a 10) Isernia si piazza nel mezzo con punteggio ‘5’ mentre Campobasso si ferma a quota ‘1’. Insomma, peggio di così il capoluogo di regione non poteva fare.

I dati in oggetto sono reperibili su www.osservatoriotasselocali.it, lo strumento permanente dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio relative alla tassa rifiuti (TARI) pagata dalle imprese del terziario. Quello che emerge è la conferma di una continua crescita della tassa sui rifiuti, nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti stessi, e i divari di costo tra medesime categorie economiche, sempre a parità di condizioni e nella stessa provincia.

La gran parte dei Comuni capoluogo di provincia continua a registrare una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni. Andando a spulciare i dati che riguardano le province nostrane, si rileva che la Tari pro-capite di Campobasso è di 145,1 euro mentre quella di Isernia 97,6. Il dato aggregato del Molise ammonta invece a 130,6 (ben più alto quello italiano, 223,96) e lo scostamento rispetto ai propri fabbisogni è del 13,1 per cento, superiore a quello medio italiano che si ferma all’11,9. Dalla tabella proposta fanno bene solo Abruzzo e Toscana, sebbene non per tutte le regioni siano disponibili i dati.

Ma vediamo quali sono i più tartassati. Le categorie che pagano di più sono ‘ortofrutta, pescheria, fiori e piante, pizza al taglio’ seguite da ‘banchi di mercato genere alimentarie’, ‘ristoranti, trattorie, osterie, pizzerie, pub’ come anche ‘bar, caffè, pasticcerie’. Quanto agli aumenti rispetto al 2017, i maggiori si riscontrano per ‘discoteche e night club’ (+6,3%), ristoranti e simili (+5,2%)  ma anche ‘negozi di abbigliamento, calzature, librerie…’ (+5,1%).

 

“La situazione fotografata richiede risposte urgenti per avviare una profonda revisione dell’intero sistema che rispetti il principio europeo ‘chi inquina paga’ e tenga conto delle specificità di determinate attività economiche delle imprese del terziario al fine di prevedere esenzioni o agevolazioni per le aree che di fatto non producono alcun rifiuto e sulle quali invece continua ad essere calcolata integralmente la tassa – il commento di Confcommercio -. Ma soprattutto servono azioni concrete ed efficaci affinché si limiti la libertà fino ad ora concessa ai Comuni di poter determinare il costo dei piani finanziari includendo voci di costo improprie (come i costi del personale) e soprattutto che vincoli gli enti locali al rispetto di norme di legge come quella che li obbliga a tenere conto dei fabbisogni”.

Allo stesso tempo nel suo ‘Rapporto rifiuti 2018’ Confcommercio propone soluzioni e lancia idee con un vero e proprio decalogo di azioni per gli Enti Locali per correggere il tiro su una tassa che viene considerata responsabile di frenare lo sviluppo delle imprese. Ai Comuni ora la palla.