La longa manus della camorra dietro quei 7 milioni di coca all’anno consumati in provincia
I numeri elencati nella recente conferenza stampa del capo della procura Nicola D’Angelo vanno oltre la “crociata” intrapresa contro il pauroso consumo di sostanze stupefacenti che continua a distruggere intere famiglie. Sei chili di polvere bianca al mese, per un guadagno giornaliero di circa 20mila euro, significano un tale profitto su base annua che conduce inevitabilmente ad ipotizzare la gestione di un cartello criminale organizzato. E nel Molise centrale è quello della camorra, che usa gente del posto per lo spaccio, poi ricicla il denaro in attività apparentemente legali
La disperazione delle famiglie, la povertà – come quella esistente in molte zone del Molise dove le aziende licenziano e l’economia non decolla – diventano il leit motiv per i clan che si strutturano attorno alla cocaina.
Le parole espresse qualche giorno fa del capo della Procura Nicola D’Angelo sono diverse da quelle dello scorso anno. Hanno toni e soprattutto sostanza molto diversi.
L’obiettivo resta lo stesso: estirpare il consumo sempre più alto di sostanze stupefacenti in provincia di Campobasso. Ma l’allarme, quello no. Questa volta l’altolà passa per numeri e cifre che raccontano ben oltre i nomi dei 1300 iscritti al Serd di cui diede contezza in autunno dello scorso anno.
Quasi sei chili di cocaina al mese passano per Campobasso e dintorni: acquistati, consumati e richiesti da un numero sempre maggiore di dipendenti.
Quei sei chili fruttano circa ventimila euro al giorno che su base annua diventano sette milioni di euro. Sette milioni di euro di illegalità e violenza vendute nelle nostre piazze, nelle nostre case, nelle scuole, nei locali, lungo le strade.
Tanti, troppi, per credere che a gestire la faccenda siano volti vecchi o nuovi dello spaccio locale.
D’Angelo parla anche del “rischio” di infiltrazioni malavitose. Malavita che “potrebbe fare capo” a nomi “di grosso spessore criminale” dice, ed è qui che il sospetto di chi lo ascolta si avvicina alla certezza. Perché nel Molise centrale, in quella fetta di provincia che non è la costa (dove le recenti operazioni hanno dimostrato la presenza della mafia pugliese, albanese e della ‘ndrangheta) ma che è invece l’asse che da Campobasso si spinge fino a Bojano, il cartello della cocaina con molta probabilità porta la firma della camorra.
Criminalità che in Molise ha trovato terra fertile a causa dell’impennata paurosa di consumatori e di spacciatori che per un grammo e qualche banconota si prestano a diventare il riferimento di organizzazioni che in regione sanno come muoversi e con chi farlo. Per il semplice fatto che ci provano da tempo. Perché sanno che chi non va in Puglia, la droga la compra nel casertano o al massimo si allunga a Scampia.
La camorra, che in Molise ricicla denaro sporco aprendo attività commerciali e di intrattenimento. Tutto apparentemente ‘pulito’ per lavare i fiumi di denaro che arrivano dallo spaccio e da altre operazioni illecite.
Durante le recenti inchieste di polizia giudiziaria sono stati sequestrati spesso quaderni e agende in uso agli indagati. Taccuini su cui sono tracciate le entrate e le uscite quotidiane delle varie piazze di spaccio. Bloc-notes dove i “pupattoli” nelle mani del clan, segnano ogni giorno l’elenco delle spese. Come farebbe un qualunque commerciante che sul quaderno appunta i nomi dei clienti in debito, annota le uscite e le entrate. Così fanno i pusher.
E in quelle pagine a disposizione di investigatori e procura ci sono probabilmente elenchi inquietanti. Sui quali le forze di polizia lavorano tutti i giorni e dai quali, ancora una volta, sono emerse cifre spaventose di un allarme che pare scontrarsi con l’indifferenza di tanti. E con l’indifferenza la camorra fa affari da una vita.
La vicinanza geografica con la Campania favorisce la “migrazione” di pregiudicati di origine napoletana e casertana. Le indagini degli ultimi anni hanno mostrato la potenziale esposizione del territorio all’infiltrazione di gruppi di matrice campana per le zone tra il Sannio ed il Matese, queste ultime anche per la loro prossimità con le aree di influenza del cartello casertano dei Casalesi.
Le attività investigative di contrasto ai traffici di stupefacenti hanno rilevato, nel tempo, come i gruppi campani risultino tra i principali fornitori di droga per le piazze di spaccio per parte della provincia di Campobasso. E evidenze relative alle attività di reimpiego, in Molise, di capitali illeciti dei gruppi criminali possono essere desunte dai dati dell’“Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”.
La tendenza di collocare in Molise fittizie sedi societarie, collegate con organizzazioni campane, era emersa già agli inizi del 2018 da alcune attività investigative, che avevano evidenziato come queste mere domiciliazioni fossero funzionali alla realizzazione di affari illeciti di quei gruppi.
La geografia insomma non aiuta questa regione, ancora meno l’aiuta la percentuale di consumatori, di droga; ad ammazzarla del tutto ci pensa l’indifferenza di molti, quasi estranei ad una problematica – la tossicodipendenza – che tocca migliaia di nomi e che – si ricordi – non sono i soliti noti ma perlopiù ‘insospettabili’ della porta accanto. Magari un figlio, o un nipote. Magari è ora di aprire gli occhi, o è ora di smetterla di girarsi dall’altra parte. Magari è ora di fermare insieme questa piaga sociale e il rischio (se non è tardi) di diventare l’isola felice sì, ma dei clan. Della camorra, della ‘ndrangheta, della mafia pugliese o di quella albanese.

