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Una musica triste in città: addio a “Doo-Bop”, storico negozio di dischi del capoluogo

Un riferimento per appassionati e collezionisti: il negozio di via XXV Aprile ha chiuso ufficialmente i battenti nei giorni scorsi, dopo due decadi di attività. Una perdita per l’intera città, d’ora in avanti priva di un prezioso veicolo di cultura e arte.

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Alcune storie, alcune memorie, alcune immagini, raccontano più di se stesse. Esistono sensazioni capaci di lasciarci dentro semantiche profonde, di baciare sensibilità e intelletti attraverso il linguaggio del sublime. E la musica, talvolta, è canale e teatro di queste alchimie insondabili.

Oggi, però, c’è un suono triste in città.

“Doo-Bop”, storico negozio di dischi del capoluogo, ha definitivamente chiuso i battenti dopo vent’anni di prezioso “servizio”. Stop, cala il sipario. Ed é un addio che fa male, malissimo. Perché dietro quella porta ormai serrata, dietro le ombre ed il silenzio che sembrano parlare dall’interno del locale spento, restano giorni e ricordi in un attimo pervasi da un sottile senso di nostalgia, di languore, di “mai più”.

Colpa della rete, di logiche di mercato e consumo assassine, ciniche, capaci di sacrificare autenticità e competenza sull’altare del ricavo ad ogni costo; colpa nostra, che non riusciamo mai a fare abbastanza per sconfiggerne l’inganno.

Resta, adesso, un’altra ferita per questa città. Restano, adesso, un sapore amaro e un vuoto terribilmente difficile da riempire.

E così la mente torna alle sere di pioggia, ai tempi di “Metal Hammer”, degli interminabili pomeriggi passati su un marciapiede di via Roma; alle nottate trascorse tra borchie e amplificatori, con il basso sempre sulle spalle ed i pugni stretti nelle tasche per non lasciar scappar via i sogni.

Momenti che non torneranno. E che mi mancano, ogni giorno.
Mi mancherà anche quel bancone, quegli scaffali, quell’odore speciale. Mi mancherà chiedere a Nicola le ultime uscite di stoner-rock, i consigli su eventuali acquisti “al buio”, un altro “timbro” sul tagliando. Mi mancherà persino sognare di rinvenire “The Soundhouse Tapes” dei Maiden tra quelle mensole.

E passando da quelle parti, tra le vie di “Parco dei Pini”, mi sentirò un po’ più solo. Proverò ad alzare il volume dello stereo, a schiacciare sull’acceleratore senza voltarmi, per scacciare i fantasmi e la malinconia. Ma so già che non basterà.

Proprio come adesso, che questa marea grigia sale lenta in me, mentre il tepore di un caffè appanna il vetro della stanza e il giradischi suona un vecchio vinile dei Motorhead.

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