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Il pittore Michele Greco da Valona e il trittico esposto a Matera

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È meraviglioso scoprire che un nostro trittico di Guglionesi sia esposto a Matera dove migliaia di persone possono osservarlo. E pensare che, fino a poco tempo fa, questo pittore era definito da Guglielmo Matthiae un semplice «madonnaro», e da Luisa Mortari un’artista di cultura ritardata e provinciale. Sebbene l’opera più significativa di Michele Greco risultasse esposta nelle collezioni del Museo Nazionale d’Abruzzo almeno dal 1959, nessun interesse si era acceso su quest’artista fino alla «scoperta» fatta dalla professoressa Mimma Pasculli prima e il dottor Daniele Ferrara dopo. Doveroso ringraziare anche il parroco di Guglionesi don Gabriele Morlacchetti e i suoi collaboratori che hanno fatto di tutto per far ritornare il trittico della «Madonna con Bambino tra san Giovanni Battista e sant’Adamo» a Guglionesi.

Dopo i ringraziamenti, un accenno al pittore Michele Greco da Valona. Scriveva su di lui la dott.ssa Dora Catalano, della Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Molise: “è stato un precursore e inventore in quanto ha saputo unire i diversi stili pittorici, cioè quello «greco» e quello «latino»”.

Il pittore albanese Michele Greco fuggì da Valona dopo che dal 1481 cadde in mano turca, verso nord, fermandosi prima a Durazzo, a sua volta caduta nel 1501, e poi a Ragusa di Dalmazia, oggi chiamata Dubrovnik, che all’epoca era una città cristiana e repubblicana indipendente, sebbene nell’orbita veneziana. Il soggiorno a Ragusa fu certamente importante per la formazione artistica di Michele, poiché in quella città convivevano e si incontravano vari pittori appartenenti a scuole diverse, e si sperimentavano peculiari intrecci di influenze e stili diversi, che portavano a sintesi di «elementi arcaici bizantini e gotici ed elementi più moderni crivalleschi», con riferimento ai fratelli Carlo e Vittore Crivelli, pittori fondamentali per la «riforma» italiana nel linguaggio pittorico. Dora Catalano: “Nasceva una pittura dove le asperità grafiche e le insistenze tipologiche dell’arte bizantina si scioglievano in ritmi più eleganti, in una delicata umanizzazione delle figure e in una nuova organizzazione spaziale prospetticamente strutturata”.

Michele Greco conobbe in seguito proprio a Ragusa il mercante italiano Cola Bevilacqua, il quale gli propose di seguirlo in Italia per dipingere. Michele Greco, albanese profugo in terra straniera dovette accettare di buon grado l’offerta. Quindi da Ragusa raggiunsero la città abruzzese di Vasto, dove il Cola commissiona a Michele un trittico. L’opera è costituita da un pannello centrale con la «Madonna con il Bambino», affiancato da due scomparti con «santa Caterina d’Alessandria e san Nicola di Bari», e venne ultimata il primo gennaio 1505. Il trittico era destinato alla chiesa di Cona di Mare, oggi non più esistente, situata fuori delle mura cittadine nell’area portuale di Vasto.

In questa prima opera italiana di Michele a noi pervenuta, la pala di Vasto, già si denota la mescolanza dei tratti bizantini e non: scrive la dott.ssa Dora Catalano: “il volto addolcito, la figura allungata e sottile della santa Caterina restituisce l’eco delle sante nella cultura adriatica. Invece, riporta quei temi bizantini, quando dipinge il bambino, quasi danzante, sembra voler sfuggire dalle braccia di una Madonna ancora bloccata nella sua iconicità di Odighitria e nel san Nicola, nei curiosi lineamenti induriti, il naso allungato, le ombre insistite intorno alla bocca, ma anche nella ricercata ieratica frontalità”.

La scelta di Michele di venire in Italia è stata premiata, dopo la pala di Vasto, da una nuova commissione in Guglionesi da parte dei due priori della confraternita di Sant’Adamo, protettore di Guglionesi. La richiesta dell’opera è prestigiosa, destinata con tutta probabilità al primitivo altare principale della chiesa di Santa Maria Maggiore: ad essa corrisponde appunto l’impiego di materiali preziosi, come l’applicazione della foglia d’oro sul fondo del trittico e una preziosità cromatica che attinge al repertorio crivellesco. Ciò che si vuole sottolineare sono probabili significati civici, oltre che religiosi, assunti dal dipinto: la sua esecuzione, infatti, avveniva a quasi dieci anni dalla devastazione di Guglionesi perpetrata dalle truppe francesi di Carlo VIII nel giugno 1496, come a voler sancire la rinascita della città, al cui servizio Michele si pose ben volentieri. Durante il saccheggio il castello e le mura furono distrutti, le case in gran parte incendiate, ma la popolazione, decimata dalla strage e ridotta in miseria con una economia al tracollo, non si volle privare del bello, di un simbolo di fede, identità e speranza; quindi commissionò al pittore di formazione dalmata, Michele Greco da Lavelona (oggi Valona), la realizzazione di un’icona dell’Assunta e di due trittici “La Madonna con bambino tra San Giovanni Battista e Sant’Adamo Abate”, la “Madonna delle Grazie tra i Santi Sebastiano e Rocco” per le varie chiese di Guglionesi, impoverite dai furti e dai saccheggi francesi. Il pittore albanese di nascita ha operato nel territorio di Guglionesi per meno di un anno.

La dott.ssa Catalano continua: “Nel polittico di Sant’Adamo, Michele, recupera per le figure centrali il registro stilistico bizantino paleologo, ma il trono marmoreo che si staglia dietro la testa della Vergine dispiega tutto il fantastico repertorio ornamentale della cultura padana- padovana e ferrarese- il manto di Maria si impreziosisce di un molto occidentale effetto damasco oro rosso ed è chiuso da una vistosa spilla circolare con pietre dure, secondo una moda riportata in auge da Crivelli. Il san Giovanni Battista di Michele rilegge nella positura e nei tratti formali il medesimo santo del polittico crivellesco di Massa Fermana o ancora di più quello dell’«Incoronazione della Vergine», oggi nella Pinacoteca di Brera a Milano. Il «Compianto su Cristo morto» del fastigio superiore, infine, nella sua violenta espressività sembra volutamente ripreso dal dipinto di analogo soggetto di Vittore Crivelli della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, e costituisce, anche nella forte visibilità assegnata agli istrumenti della passione, un vero e proprio omaggio all’arte dei Crivelli, che avevano reso illustre questo tema iconografico nelle regioni adriatiche del centro Italia. In questo trittico tra san Giovanni la Madonna e Sant’Adamo è significativo la carpenteria, l’impiego di un ottonato e di elementi costruttivi ancora tipicamente gotici: sottili pilastrini tortili; fitte decorazioni a girali vegetali in oro e fioroni risultanti sul fondo dipinto nei pennacchi. L’aggiunta della cimasa triangolare, ricorda quelle tavole d’altare crivallesche e ragusane”.

La complessità di cultura, anzi delle culture, che Michele da Valona porta nella sua arte, è lampante e va decifrata nei diversi apporti che si sono andati stratificando sull’originaria formazione «greca», alla quale – come dimostrato dalle figure delle Madonne e dei due piccoli Gesù delle pale d’altare di Guglionesi e in misura maggiore dall’icona dell’«Assunta» – egli non intende assolutamente rinunciare.

Infatti, aggiunge la Catalano: “Nella ridotta dimensione della tavola dell’«Assunzione», l’artista albanese dismette il registro italianizzante e recupera gli accorgimenti tecnici e tipologici della pittura greca. Sebbene l’apertura paesistica su colline verdeggianti e il sarcofago spalancato siano elementi estranei alla tradizione bizantina, la presenza dell’apostolo Tommaso, accorso in ritardo giusto in tempo per ricevere la cintola di Maria, non è infrequente nelle icone bizantine sin dal XII secolo. Ma è  soprattutto nei quattro angeli in volo che sostengono la mandorla stellata che porta la Madonna in cielo e nei due che la posano sulla testa una corona del tutto inedita nell’iconografia orientale che il pittore ritrova il segno grafico dell’arte delle sue origini. Inoltre, al trittico tra san Sebastiano e san Rocco, Michele associa un’iconografia mariana del tutto nuova, quella della Vergine, misericordiosa dispensatrice di grazie alle anime del Purgatorio. Qui il pittore elabora una personale autonoma versione, questo tipo di iconografia si affaccia timidamente alla storia dell’arte solo negli anni settanta del XV secolo in Campania, come vi riporta dal suo lavoro ben documentato il Sacramella. L’immagine della Madonna del Purgatorio non ha, a questa data alcun precedente sul versante adriatico”.

I soli documenti disponibili per conoscere la vita di Michele Greco sono le sue opere, tutte firmate e datate e proprio per questo preziose testimonianze biografiche.

Scriveva Daniele Ferrara della ex Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Molise: “Michele firmava le sue opere aggiungendo due specifiche: “greco”- con questo appellativo venivano chiamati i profughi della cacciata turca avvenuta nell’area greca intorno alla seconda metà del XV secolo – e “da Lavelona”, cioè la provenienza, con molta probabilità Valona, in Albania. Michele, nel definirsi «greco», è probabile che facesse riferimento alla sua appartenenza culturale e religiosa alla fede ortodossa, che, all’epoca, aveva il suo riferimento nell’arcidiocesi di Ocrida. L’artista insiste nel ribadire la sua provenienza da Valona, la città portuale in posizione strategica, commerciale e militare, sulla costa sud dell’Albania. I turchi la occupavano da tempo e la utilizzavano come base navale (fu  da qui che nel 1480 partì la flotta che assediò Otranto).” 

Da notare come l’iconografo bizantino non firmasse mai le sue opere: egli sapeva di avere solo prestato le mani al Signore affinché Egli si manifestasse, di aver compiuto un servizio, di aver risposto alla sua vocazione. Ecco perché non firmava l’opera: tutto ciò che è detto non è «suo», ma appartiene all’eterno mistero di Dio, che egli ha contribuito a rendere più vicino all’uomo. Michele Greco invece firma le proprie opere, probabilmente perché consapevole di aver superato lo schema ieratico bizantino e di essersi avvicinato alla pittura occidentale? Michele firmava le sue opere non con il suo nome e cognome albanese, ma si firmava col nome in Italiano Michele, si è dato un nome artistico?

Invece, io penso che il pittore Michele Greco neanche lui firmasse le sue opere, ma voleva solo ribadire che lui era con Dio. Infatti il nome (Mikha’el) deriva dall’ebraico è composto dai termini mi (“chi”), kha (“come”) ed EL (“Dio”), e il suo significato è espresso nella domanda “Chi [è] come Dio? (retorica, in quanto la risposta è “nessuno”). È il grido di battaglia con il quale l’arcangelo Michele, alla guida delle schiere degli angeli fedeli a Dio, si oppose e sedò la rivolta degli angeli ribelli guidati da Satana, in Ap 12:7.
Quindi non ha fatto altro che ribadire: “Io sono con Dio (Michele), sono del rito Greco –Ortodosso e non latino (greco) e vengo da Valona.

 

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