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Da Campobasso a Rai4, il cinema come vita e “ossessione”: Leopoldo Santovincenzo torna per il noir di “Kiss me deadly”

L’autore e regista nel capoluogo per presentare la prestigiosa kermesse - in programma dal 26 al 31 agosto - sul noir: “Il è sempre stata una passione che confina con l’ossessione. Inevitabilmente è diventato anche una parte importante del mio lavoro. Campobasso e il Molise? Mi piacerebbe che dalle nostre parti si sognasse di più e che si sognasse meglio”.

L’arte, a volte, diviene più di se stessa. Ci sono linguaggi e luoghi capaci di sublimare le proprie dinamiche, di disegnare nuovi contorni, di creare scenari possibili. Il cinema, in questo senso, è esempio privilegiato di tale potere. Perché ciò che talvolta una macchina da presa riesce a cogliere, a incastrare eternamente in una pellicola, è la celebrazione di una liturgia per immagini, una sorta di varco mistico, una porta alchemica: il punto di congiunzione tra l’esperienza del reale e le fascinose stanze dell’ immaginario collettivo, tra i reami del sogno e le rassicuranti declinazioni del sensibile.

Del cinema Leopoldo Santovincenzo ha fatto qualcosa di più di una strada professionale: una passione, un percorso di vita, una vera e propria “ossessione”.

Nato nel 1964 a Campobasso, accede al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, prima di entrare in Rai a partire dai primi anni ‘90. Dal 2008 è alla programmazione di Rai 4, esperienza che lo ha portato all’ideazione e alla realizzazione del magazine Wonderland.

Autore e regista di numerose produzioni televisive (Felliniana, Heimat. La macchina del tempo di Edgar Reitz, Pasolini 1975), ha inoltre collaborato al Dizionario critico dei film (Enciclopedia Treccani/Cineteca di Bologna, 2002-2003) prima di pubblicare, nel 2017, “La balena di piazza Savoia”, lavoro in cui narra la Campobasso degli anni ’70 e le ultime gloriose stagioni del cinema come grande spettacolo popolare.

In questi giorni, Leopoldo Santovincenzo é nuovamente di scena a Campobasso, per presentare la kermesse “Kiss Me Deadly”, importante focus sul cinema noir in programma dal 26 al 31 agosto a Palazzo Gil.

Al di là della valenza artistica e dell’ambito meramente professionale, cosa rappresenta il cinema per lei?

“Fino ai primi anni ’80 Campobasso ospitava tre sale cinematografiche, io abitavo esattamente al centro di un ideale triangolo che univa i tre cinema e dunque ho iniziato a frequentarli fin da bambino con molta assiduità e non ho più smesso di andare al cinema. Frequentare le sale, al tempo, era un’esperienza molto diversa da oggi, il cinema era una forma di spettacolo condivisa da tutte le fasce sociali e da tutte le generazioni e questo produceva un immaginario condiviso che ora, con la frammentazione dei consumi contemporanei e la moltiplicazioni delle tipologie di accesso al prodotto cinematografico, è diventato impossibile. Forse per questo il cinema, nella percezione contemporanea, ha un peso molto minore, perché non è più un collante sociale come era di fatto in passato. Ma questo riguarda anche molti altri ambiti di consumo culturale e ha coinciso con una profonda mutazione del paese. Se poi vuoi una risposta più sintetica, eccola: per me il cinema è sempre stata una passione che confina con l’ossessione. Inevitabilmente è diventato anche una parte importante del mio lavoro”.

Quando ha deciso – o, per meglio dire- quando ha cominciato a capire che questa passione avrebbe potuto diventare un campo di applicazione lavorativa, una via di realizzazione personale?

“Ad essere sincero non ho mai pensato di poter occuparmi d’altro, anche perché non ho molte altre competenze. Ovviamente ci si può occupare di cinema in maniere molto diverse: facendolo (che era poi il primo sogno ma che si è rivelato impraticabile), scrivendo articoli o saggi sul cinema, allargare il proprio interesse a tutti i vari ambiti tangenziali alla parte più strettamente creativa. Nello specifico da anni, oltre che scrivere saggi sul cinema, lavoro alla programmazione di un canale Rai occupandomi della selezione editoriale dei film e della costruzione del palinsesto. Inoltre per lo stesso canale sono autore, con altri colleghi, di un magazine settimanale che si chiama Wonderland in cui si racconta, attraverso interviste, rubriche e servizi, l’immaginario fantastico e crime nel cinema, in letteratura, nel fumetto, nell’arte, nelle serie, nei videogame e in qualsiasi ambito creativo. E’ un lavoro molto interessante ma reso più difficile, negli ultimi tempi, dalla velocità e dalla radicalità con cui lo scenario televisivo si sta trasformando”.

Partire dalla propria città con un sogno in tasca, arrivare in una metropoli, lavorare quotidianamente al “monumento” dell’avvenire. È la storia di tanti. Cosa ha significato per lei lasciare la natia terra: opportunità o peso sul cuore?

“Per un provinciale lasciare la propria terra è un rito di passaggio che si fa, in genere, sospinti dall’entusiasmo giovanile o pressati da una forza interiore che ti impone di cercare nuovi stimoli e opportunità fuori dai confini in cui, a un certo punto della tua vita, ti senti come prigioniero. Così all’inizio c’è il sollievo, più tardi si fa strada anche un po’ di malinconia”.

Quanto c’è, quanto resta di Campobasso, oggi, dentro di lei?

“Credo che il sentimento di amore-odio verso la città di origine sia molto comune ed è anche la spinta propulsiva che ti consente di lasciare una condizione per molti versi più confortevole di quella che ti aspetta fuori. Nel frattempo cominci a cambiare, per le nuove esperienze che fai, le realtà con cui vieni a contatto, anche, semplicemente, perché cresci e cominci a invecchiare. Ma contemporaneamente cambia anche il posto che hai lasciato, per certe cose in meglio, per altre in peggio. Così capita a volte che non ci si riconosca reciprocamente e che insorga qualche disagio. Del resto c’è una vasta letteratura su questi temi. Molte esperienze non sarebbero state possibili restando a Campobasso e anche un certo percorso professionale. La distanza ha forse contribuito a rasserenare il rapporto con la città e con il Molise che comunque, al tempo, erano molto diversi da oggi. Non c’è retorica nel riconoscere, dopo tutti questi anni, che la mia educazione sentimentale in senso lato, nel bene e nel male, è avvenuta in questi luoghi che hanno avuto e avranno sempre un posto speciale nella mia personale storia. Anche per questo mi addolora constatare a volte il persistere, anche compiaciuto, di certe consuetudini e forme mentali mentre della provincia andrebbero colte alcune opportunità piuttosto che preservati alcuni atavici vizi. Insomma, mi piacerebbe che dalle nostre parti si sognasse di più e che si sognasse meglio”.

Kiss Me Deadly” è una kermesse che ha curato personalmente. Che valore ha per lei proporla nel capoluogo?

“Kiss Me Deadly, di cui a giorni comincerà la quinta edizione, è il frutto di un lavoro collettivo e volontario di un gruppo di amici, da quest’anno costituiti in un’associazione culturale, che avevano piacere a ritrovarsi, fare cose insieme, mettere a disposizione energie e competenze e, perché no, a divertirsi insieme. Al nucleo originario si sono poi aggiunti amici venuti da fuori che hanno contribuito con grande dedizione al progetto. C’è un dettaglio a cui teniamo molto: fin dall’esordio abbiamo chiamato Kiss Me Deadly non un festival ma una kermesse. La parola “kermesse” viene dalla lingua fiamminga e coniuga due sostantivi: “kerk” (chiesa) e “misse” (fiera o messa). La sintesi rimanda dunque a una manifestazione collettiva, rituale nella sua cadenza, popolare nella sua vocazione. Non volevamo riproporre la solita, stantia definizione di “festival”, da una parte per sottolineare l’assenza di pretenziosità in un panorama di manifestazioni ormai saturo, dall’altra per suggerire una visione più articolata e composita che voleva essere un po’ il marchio di fabbrica di Kiss Me Deadly: un’esplorazione del tema a 360° che non si limita al cinema ma apre alla letteratura, alla saggistica, al fumetto, alla fotografia, all’arte e da quest’anno a una narrativa popolare come il fotoromanzo. Siamo partiti nel 2015 con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso. Successivamente è arrivata la Fondazione Molise Cultura a cui si è poi aggiunto l’Assessorato Regionale alla Cultura, che hanno evidentemente recepito da una parte la qualità del lavoro svolto, dall’altra la progressiva affezione dimostrata dal pubblico verso questa avventura. Ovviamente questa edizione costituirà in un certo senso un giro di boa: per il futuro dovremo capire, tutti insieme, in che direzione andare. Provando ad allargare la visuale mi sembra che Kiss Me Deadly sia anche l’esito di una particolare stagione della storia di Campobasso e cioè gli anni ’90, periodo di grande vivacità culturale e di nuove esperienze. Molte delle realtà di quegli anni sono ancora attive oggi, ad esempio il Circolo del Cinema La Grande Illusione di cui sono stato tra i fondatori e animatori. Eppure non tutte le promesse di quel fermento sono state mantenute, anche per ragioni anagrafiche, per una certa pigrizia nel favorire il ricambio generazionale e per un dialogo non sempre facile con le istituzioni così mi è sembrato che per un lungo periodo si facesse strada una certa stanchezza, un certo grigiore. Solo più recentemente mi è parso di riconoscere segnali di vitalità, Poietika ha ormai una sua storia improntata alla qualità, realtà come il CVTà Street Fest sono decisamente fresche e anche se con più fatica c’è l’interessante lavoro di filmmaker e fotografi. Soprattutto negli ultimi tempi mi è capitato di conoscere persone molto giovani, brillanti e motivate che abbiamo cercato in parte di coinvolgere nelle attività di Kiss Me Deadly. Non resta che aspettare e vedere cosa succederà, se riusciranno a tener duro e a lasciare il segno come sinceramente mi auguro. Dipenderà, tra le altre cose, dalle opportunità che gli saranno offerte. E moltissimo dalla capacità che dimostreranno di collaborare tra loro, passaggio che ritengo necessario e fondamentale”.

Tre buone ragioni per farne esperienza.

“Ne dico una sola, la più importante che abbia imparato facendo attività culturali. Non abbassare mai il livello di tensione ed entusiasmo perché il rischio di fermarsi alle prime difficoltà è molto alto, soprattutto per un temperamento fatalista che ben conosciamo e in cui io per primo mi riconosco. Fermarsi comporta ricominciare sempre daccapo mentre la qualità ha bisogno di tempo per svilupparsi e intendo con questo non solo la qualità della proposta ma anche la qualità del pubblico che è assolutamente sostanziale”.