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Costato 250mila lire e sopravvissuto all’incendio dei tedeschi: i 150 anni di storia del Municipio

E' uno dei palazzi più belli ed eleganti della città capoluogo. A volerne la costruzione l'allora sindaco Francesco Frangipani Allegretti che nel 1873 bandì quello che oggi definiremmo un concorso di idee. Vicende e curiosità di una delle opere simbolo di Campobasso.

Elegante come un salotto di pregio in una sala da pranzo ottocentesca, da circa 150 anni Palazzo San Giorgio domina “l’agorà” campobassana, quella piazza Vittorio Emanuele II cuore del centro murattiano. Passeggiando per il Corso o lungo via Roma è inevitabile imbattersi nel Municipio, nel suo sobrio rosa antico. Ma forse pochi conoscono la storia di questo autentico monumento che fu terminato alla fine degli anni settanta del 1800, ospitando fin dal primo giorno le attività dell’amministrazione comunale.

LE ORIGINI. Al posto del Palazzo di Città c’era un bellissimo orto botanico, fortemente voluto da Gioacchino Murat, durante l’occupazione napoleonica (1805-1815). Il Municipio fu il primo edificio pubblico a vedere la luce sull’area denominata “Le Campera”. C’è da dire che per secoli le attività amministrative vennero svolte in locali privati. E per questo si prese la decisione: il sindaco di allora, Francesco Frangipani Allegretti, bandì un concorso (era il 1873, ndr) per l’aggiudicazione dei lavori: fu scelto il progetto di Gherardo Rege, architetto che però in città non ha lasciato altre tracce. L’opera fu ultimata nel 1876.

Comune Municipio Campobasso

ASPETTI ARCHITETTONICI. Un palazzo che si estende per circa sessanta metri in lunghezza, occupando praticamente un intero lato della piazza. Porticato arioso, archi a tutto sesto, pilastri quadrati. Tre piani (compreso il piano terra) sormontati da un orologio alla cui base è riportata la scritta “MUNICIPIO”. A Corpus Domini ci si fa caso più che negli altri giorni: al primo piano, in posizione centrale, c’è un balconcino (dove si affacciano per il saluto ai Misteri il vescovo e il sindaco, ndr) di marmo supportato da due colonne e dal capitello ionico. E ancora, quindici finestre sia su un piano che sull’altro, ma con particolari diversi nelle parti superiori. La facciata posteriore, sul parco di villa “Musenga”, è formata da due parti di tre piani l’uno completamente di vetro che sono uniti alla parte originale centrale. Per quanto riguarda il colore, quello originale era più scuro di quello odierno che dà sul rosa, era quasi sul marrone.

Municipio Campobasso

CURIOSITA’. La somma spesa per la costruzione del Municipio si aggirò sulle 250mila lire. Una cifra molto alta per il tempo. Avvicinandosi all’entrata, ai lati ci sono due lapidi murate con i nomi dei caduti nella guerra 1915-18. Sotto il portico e nell’atrio ancora tre lapidi, di cui una ricorda Amedeo VI: il Conte Verde, morto di peste nel 1383 nel castello della frazione di Santo Stefano. Un’altra per i martiri del 1799: il dottore Domenico Lucarelli e l’avvocato Giovanni Leonardo Palombo. Infine, una per il tenente Giuseppe Albino che cadde ad Adua nel 1892 e fu decorato con medaglia d’oro al valor militare.

In seguito ai lavori di restauro, l’orologio suona in successione ogni 15, 30 e 60 minuti. Il suono è una breve melodia: per quella completa bisogna attendere ogni ora. Tra l’altro, nei primi anni di vita, il quadrante rimase aperto. A inizio ‘900 fu donato dal parlamentare Achille De Gaglia.

LA RICOSTRUZIONE. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, l’edificio fu dato alle fiamme dai tedeschi. Danni ingenti, ma non irreversibili: la facciata resistette, i locali interni purtroppo furono devastati e molti documenti andarono perduti. Nella ricostruzione fu fatta la grande scalinata d’ingresso disegnata dall’ingegner Giuseppe Di Tommaso. Il cancello d’ingresso in ferro battuto è opera di Giuseppe Tucci, validissimo artigiano campobassano.

Bisogna aggiungere che solo da pochi anni la statua equestre di San Giorgio, patrono del capoluogo, è stata portata all’esterno, a “protezione” della città. In precedenza era nell’atrio. La statua è stata realizzata da Emilio Labate, un artista e restauratore molisano.