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Tutti al Macte, Philippe Daverio incanta parlando di arte e identità: “Questo posto appartiene al vostro domani” fotogallery

Primo appuntamento con l'iniziativa 'Macte Incontri' con un ospite d'eccezione: lo storico dell'arte Philippe Daverio che ha dialogato con Padre Luciano Larivera e con la direttrice artistica del museo, la docente Laura Cherubini.

Che non si dica che l’arte contemporanea è un tabù. Non è quello che balza alla mente dopo aver visto il numero di spettatori che si è recato ieri (14 luglio) al Macte per udire Philippe Daverio, ospite d’eccezione nell’ambito dell’iniziativa ‘Macte Incontri’ che ha preso il via con il noto critico d’arte e che proseguirà con altri osservatori privilegiati dell’ambito artistico.

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Platea al completo, 200 posti a sedere e biglietti andati a ruba nel giro di pochi giorni, tanto che qualcuno ha dovuto rinunciare all’inconsueto evento. Già, perché non capita spesso di avere a Termoli un personaggio di tal sorta: storico dell’arte, docente, saggista e personaggio televisivo. Lui però ama definirsi antropologo culturale e la sua è stata proprio una ‘lectio’ sull’uomo e sul suo rapporto con l’arte e la bellezza.

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Accanto a lui c’erano Padre Luciano Larivera e la direttrice artistica del museo termolese nato poco meno di tre mesi fa, la docente dell’Accademia di Brera Laura Cherubini, curatrice della prima mostra ‘Art is easy’ che ad agosto lascerà il posto ad un’altra. E a vedere il nutrito pubblico si dà ancora più credito a quello che nella serata di ieri è stato più volte ribadito: “Un museo è un luogo di incontro”, un luogo “comunitario”, “un’agorà moderna” ma soprattutto un luogo d’identità riconoscibile all’esterno ed altresì all’interno, come un marchio che accomuna chi fa parte di quell’agglomerato urbano.

L’invito di Daverio ai termolesi è stato proprio quello di rendere il neonato Museo, nato dalle ceneri di un mercato ittico, un elemento costitutivo della propria identità. “Oggi qui partecipo con voi all’inaugurazione di un vostro segno d’identità, un elemento del vostro domani”. Il riferimento e il plauso, un vero e proprio elogio con tanto di applauso, è andato alla famiglia Larivera (socio privato della Fondazione Macte) e al Comune che hanno ‘scommesso’ proprio sull’arte, “una cosa che apparentemente non frega a nessuno, basta chiedere agli ultimi 10 Ministri”, ha sintetizzato sarcasticamente Daverio.

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Col suo immancabile papillon e la sua aria bonaria che ispirano una istintiva simpatia, l’esperto d’arte ha lanciato messaggi incisivi che hanno scosso e inorgoglito gli astanti: “Tutto ciò appartiene al Molise di domani, questo è un luogo che ha l’ambizione di preparare l’avvenire”. L’esortazione è a tutelarlo per fare in modo che nel futuro saranno anche gli altri, da fuori, ad ammirarlo. “E allora chiuderanno la Biennale di Venezia”, ha scherzato – ma non poi così tanto – l’ospite italo-francese.

Il suo excursus sull’arte italiana contemporanea è partito da una distinzione territoriale tra l’Italia dell’Ovest e quella dell’Est. A parer suo l’arte contemporanea è appannaggio proprio di quest’ultima, quella Adriatica. Da Venezia, passando per la Romagna, traversando l’Abruzzo con Pescara e Vasto per arrivare qui. “Quanti abitanti fa il Molise? Meno di Tor Vergata”. Eppure qui, in questo piccolo lembo di terra, ha trovato spazio un’iniziativa artistica di pregio. Alle spalle, come noto, c’è un premio con una storia sessantennale e una collezione di oltre 500 opere, un’eredità insomma enorme e che sarebbe stato criminoso oltre che poco lungimirante abbandonare. “Avete sostenuto questa iniziativa, abbiate il coraggio di scommettervi ancora”.

Anche perché la cultura “è una cosa che è nostra, non degli altri”. Ed è proprio la cultura il collante dell’Europa, come ricorda Daverio nel suo libro ‘Quattro conversazioni sull’Europa’ oltre che al pubblico molisano presente. “Io credo nella nostra identità ma non nei sovranismi. L’identità culturale ha fatto l’Europa”. Il monito suona un po’ come un aut-aut: siamo ad un crocevia, possiamo cedere alla deriva sovranistoide oppure accogliere un’idea di democrazia e partecipazione vera.

“Passeggiando tra queste 8 sale ci si accorge che l’arte italiana esiste”. Un patrimonio che il nostro Paese non deve di certo lesinare. Come se Dio – questa la suggestiva fanta-spiegazione di Daverio – ci avesse da un lato castigati facendoci avere un Governo sempre peggiore del precedente ma compensando questa sciagura non facendoci mai mancare talenti artistici, ieri come oggi. L’arte che – compresa quella contemporanea solitamente oggetto di irrisione – fa invece parte, diversamente da quel che si pensa, della nostra quotidianità, è il nostro dna ed è strettamente connessa con quello che più ci distingue – come italiani – nel globo intero: la nostra creatività che ritroviamo nel cibo così come nel design passando per l’architettura.

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“Venire qua e vedere questa realtà mi fa pensare che c’è un embrione di un microbo contaminante”. È il virus dell’arte, quello che “una volta che entra dentro di voi vi fa guardare le cose in maniera diversa e vi dà giovamento perché vi apre un pezzo di cervello”. Si accende una scintilla e la percezione di ciò che è bello muta. Certo, oggi la percezione è cambiata e – così Daverio – “ci spinge a prediligere ciò che è superficiale”. Ma la scommessa è proprio questa.