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Piazza “Alessandro Di Lisio” dove il monumento dei “Parà” racconta l’amore per il Paese al di là della morte fotogallery

A dieci anni dall'uccisione del caporale maggiore scelto, ucciso in Afghanistan, è stato inaugurato questa mattina il parco di via Ugo Petrella anche alla presenza del Ministro della difesa Elisabetta Trenta. Forti e toccanti le parole di mamma Dora: " La perdita di un figlio è innaturale ma nel percorso del dolore poi trovi passo dopo passo la forza per andare avanti e ringrazio i ragazzi dell'ottavo reggimento genio guastatori paracadutisti Folgore, la mia seconda famiglia"

Alessandro Di Lisio: un parà della Folgore. Figlio di Campobasso e dell’Italia che nel servire il Paese per il quale ha giurato fedeltà e attaccamento, ci ha rimesso la pelle. E’ accaduto in Afghanistan dieci anni fa, ucciso da 70 chili di tritolo.  Portato via alla famiglia, divorato con il suo lince dall’esplosivo che era su quella dannata via divorata dalla polvere, dalla paura e dal terrore.

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Era il 14 luglio 2009 e Campobasso non ha mai dimenticato.

Non hanno dimenticato i “fratelli” di Alessandro, quelli dell’ottavo reggimento genio guastatori paracadutisti Folgore che ancora oggi sono tornati in Molise per celebrare il ricordo di Alessandro e stringersi attorno alla famiglia Di Lisio.

Alcune ore dopo quella sciagura furono proprio i compagni di reggimento che lì, dove Alessandro è morto, avevano realizzato un’opera commemorativa: il simbolo dei “parà”, il cingolo di un carro armato e una targa per ricordare il giovane caporal maggiore scelto.

A distanza di dieci anni, quel monumento è stato donato a Campobasso. E qui, questa mattina, la città – alla presenza anche del ministro della Difesa Elisabetta Trenta il comune capoluogo ad Alessandro Di Lisio ha dedicato questo giardino.

“La nostra è vita è cambiata – ha detto Dora  – o meglio non è più vita ma semplice sopravvivenza. La morte di un figlio è innaturale e se vogliamo anche disumana. Poi succede che nel percorso del dolore riesci a trovare,  passo dopo passo, la forza per andare avanti e riesci a farlo per quel figlio che non hai più perché sai che lui vorrebbe così. Ma devo dire grazie a questi ‘ragazzi’, che sono quelli dell’ottavo reggimento. Loro sono davvero una famiglia, così come erano ‘fratelli’ di Alessandro. E’ in loro che ho trovato e trovo tuttora forza, coraggio e conforto. Ma in loro, però! Perché chi osserva soltanto stando dietro una scrivania, mi spiace è tutt’altra cosa”.

All’assessore Simone Cretella il compito di scoprire la targa di intitolazione della piazza di viale Ugo Petrella al grido di “Folgore”.

Invece, tirare giù il telo dal monumento portato in città direttamente dall’Afghanistan, è toccato al Ministro Trenta, al prefetto Maria Guia Federico, al comandante di reggimento. E le lacrime hanno riempito gli occhi. Poi, il respiro si è spezzato davanti all’abbraccio di mamma Dora e papà Nunzio davanti al monumento dedicato al loro Alessandro.

“Oggi siamo a Campobasso ma questa è una giornata di riflessione per tutta l’Italia. Perché il destino di Alessandro e quello di tanti giovani come lui deve rimanere una lezione di onestà, lealtà, onore rispetto al giuramento che questi ragazzi pronunciano nei confronti del Paese delle Istituzioni. A noi il compito di onorare il loro sacrificio e di ricordare, sempre perché nel ricordo le persone non muoiono mai e insegnano tanto a chi resta”.

Quando la cerimonia si conclude, si avverte – al di là della formalità indotta dal rigore della disciplina e dalla consapevolezza che l’uniforme che indossava Alessandro è fatta di gloria e onore – che questi “fratelli” (come ha più volte ripetuto mamma Dora nel suo intervento) sono davvero famiglia. E fa strano lasciare quella che adesso si chiama “Piazza Alessandro Di Lisio” senza aver sentito poi molto parlare di “parà” ma al contrario di “famiglia”. Succede a Campobasso ma anche a Legnago dove il ricordo di Alessandro è altrettanto profondo. Succede quando si osserva l’abbraccio dei coniugi Di Lisio con questi soldati che a Dora e Nunzio parlano come se fossero per loro l’altra mamma e l’altro papà. Succede perché la morte di Alessandro – e hanno saputo dimostrarlo – non è stata un addio ma un arrivederci che – grazie a Dio – puntualmente torna anche  per merito di giornate come questa, capaci di scuotere coscienze disinteressate e commuovere cuori induriti.