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Mio papà è Dio e io sono suo figlio

“Il Vangelo di oggi ci presenta Gesù che prega!  Non si tratta di una scena inusuale, Luca racconta spesso di Gesù in preghiera.

Nello sguardo dei suoi discepoli, ogni volta si è fermato qualcosa che li ha interrogati, colpiti. Questo stupore, a lungo coltivato, qui diventa una richiesta: “insegnaci a pregare”.

E’ sorprendente l’immediata risposta di Gesù: “Quando pregate dite: “Padre.”

Questa è la sua preghiera: la sua comunione con il Padre; e anche per noi la preghiera è la nostra comunione con Dio. Non è una cosa da fare, ma la vita stessa. Pregare è semplicemente lo stare davanti a Dio; è questo stare che ci costituisce, ci fa, in quanto svela la nostra identità. Si, perché, il nostro essere è proprio questo stare davanti a Dio: se stiamo davanti a Lui, siamo noi stessi. Siamo figli, amati, per cui stiamo nella vita, come figli amati, nella gioia, nella pace, nella benevolenza. È bello vivere!

La preghiera di Gesù, è la preghiera del Figlio, che si fa nostro fratello per renderci partecipi del suo stesso rapporto con il Padre.

Poter dire con tutto il cuore a Dio “Papà”, significa riconoscerci suoi figli. Il semplice pregare così è il dono più grande che possiamo ricevere: mio papà è Dio e io sono suo figlio!

La preghiera cristiana è il rapporto che c’è tra Gesù e il Padre, cioè partecipare dell’amore infinito tra il Padre e il Figlio. Gesù ci introduce in questa relazione d’amore che è lo Spirito Santo; è lì che impareremo senza fine e cresceremo senza fine in quest’ amore.

Fermiamoci un attimo sulla struttura di questa preghiera: è interamente tessuta sul tu-noi. Ci rivolgiamo a Dio chiamandolo Tu; Dio è il Tu fondamentale dell’uomo. Sappiamo bene che è rivolgendosi a qualcuno che diventiamo noi stessi. Dio, l’Abbà è il Tu che ci fa essere noi stessi.

Tu e noi, non io. Perché nel rivolgerci a Dio, a questo Tu, che è Padre, come ci insegna Gesù, siamo sempre noi: siamo nel Figlio, con il Figlio, altrimenti non possiamo dirgli Tu, non siamo figli.

Inoltre: se siamo nel Figlio, siamo tutti fratelli perché Lui si è fatto ultimo di tutti i fratelli.

Quindi quando prego la Preghiera di Gesù, sono dentro una relazione fraterna con Lui e con tutti, perciò non posso dire tu-io, no. Ma tu-noi: non posso chiamare Dio “Abbà” se non vivo la fraternità con gli altri.

Soffermiamoci, adesso, sul “colore” di questa preghiera che Gesù ci consegna, colore dato dalla parola Padre.

In realtà ognuno di noi vive come prega.

Se la preghiera è dire “Abbà”, Papà non devi sollevarti da terra, è Dio che scende sulla terra, è la terra che diventa Lui.  Non vai fuori dalla creazione, ma tutta la creazione, con questa parola, entra in Dio, attraverso te che ti riconosci e accogli figlio.

E’ veramente straordinario, unico, rivolgerci a Dio dicendogli Papà, o meglio Abbà. Realmente Dio è mio papà e mio papà è Dio, l’Altissimo. Questo per me, per te è possibilità di vita, perchè la vita del figlio è amare il padre, e per Lui è gioia, perché la gioia del padre è sentirsi chiamare papà, con amore.

Nella vita trinitaria è il Verbo che dice “Abba”. Noi con il “Padre nostro” entriamo in quest’amore reciproco, ci rivolgiamo a Dio con lo stesso amore del Figlio, perché siamo nel Figlio. Dicendo veramente e consapevolmente “Padre-Abbà”, non c’è più nulla da dire, hai già capito tutto, di te, degli altri, del mondo, di Dio; sei riconciliato con la vita, vivi sotto questo sorriso, non sotto il giudizio, sotto la paura, sotto la legge. Vivi nella libertà, nell’amore, nella gioia. Per questo la preghiera è la cosa più bella che possiamo fare: è la pienezza di coscienza e di amore che ci permette di vivere, in pienezza, in libertà e in amore.

Tutto il seguito della preghiera insegnata da Gesù altro non è che lo svolgimento, l’esplicitazione dell’essere e del vivere nel seno del Padre: come figlio che vive con i fratelli. E’ questo il modo di santificare il nome di Dio: la vita fraterna; è questa l’opera che i figli hanno da far vedere perché venga glorificato il Padre. E’ proprio la fraternità vissuta e perseguita senza sosta, nel vivere il suo comando di amarci gli uni gli altri come lui ci ama, che rende incontrabile e visibile il Regno di Dio. Nella richiesta del pane quotidiano, del perdono ricevuto e donato ai fratelli e della protezione dalla tentazione, è espresso il realismo dell’esistenza cristiana. La nostra vita nell’amore del Padre non suppone un mondo migliore, suppone un mondo così com’è, perché è in questo mondo che siamo chiamati a vivere, nell’oggi, una cosa mai vista: la fiducia nella provvidenza che porta allo stile di condivisione; il perdono, come unico potere che Dio ha, luogo esclusivo dove Lui esercita la sua onnipotenza e che, in quanto primi destinatari del suo perdono, ci porta a perdonare i nostri fratelli che sono suoi figli come noi. Il perdono che il Signore mi concede, deve essere trasmesso all’altro, solo così si accende in me.

Che bello carissimi vivere in questa consapevolezza e di questa consapevolezza: Siamo figli del Padre e possiamo vivere e agire come tali!”.