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La lotta del Prefetto ai clan che insidiano l’economia legale: “Il segnale fu l’arrivo della commissione antimafia”

La presenza della criminalità organizzata in questa provincia è riconducibile, piuttosto che ad un vero e proprio radicamento a mirati tentativi d’infiltrazione e condizionamento delle attività economiche sane e regolari. Il lavoro che ha portato all’emissione di sette provvedimenti di sospensione per altrettante società della provincia nasce da precise avvisaglie giunte dal territorio

Dietro ogni interdittiva antimafia emessa, c’è un lavoro zelante e scrupoloso, durante il quale nulla è lasciato al caso o all’approssimazione. Il Prefetto di Campobasso, Maria Guia Federico, ancor prima di raccontare il senso dei provvedimenti emessi recentemente dal suo ufficio a carico di sette società sospettate di avere un qualche legame con la criminalità organizzata, ringrazia le funzionarie (Francesca D’Alessandro e Cristina Marzano) che, assieme a lei “sacrificano tutto per portare a termine un lavoro ineccepibile senza trascurare alcun dettaglio”.

Quindi il cuore della faccenda: sette interdittive antimafia nella provincia di Campobasso. Tre nel capoluogo, una a Termoli, una a Campomarino, una a Montenero di Bisaccia, una a Bojano. Le società destinatarie si occupano dei settori più disparati: rifiuti, ristorazione, trasporti, edilizia, prodotti caseari.

Il Prefetto non si scompone rispetto alla risonanza che ha avuto la notizia di cui Primonumero ha parlato lunedì scorso “perché – spiega –  per noi non è una novità, nel senso che come Ministero dell’Interno e come prefetture, questa attività rientra nei nostri compiti e ci siamo abituati. Faccio un esempio: nella mia precedente sede, a Catania, di interdittive per quanto quella fosse una realtà più complessa, ne ho firmate 44 in tre anni”.

Ma vero è che qui in Molise di simili provvedimenti non si  parla da tanto, forse troppo tempo. In sei mesi (da ottobre 2018 ad aprile 2019) ne sono stati emessi ben sette.

“Ebbene sì – risponde Maria Guia Federico –  anche in Molise succede che si possano verificare ipotesi di questo tipo e cioè di infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico di realtà anche sane come questa. Volevo anche dire ai molisani che un segnale di quello che poteva essere un’evoluzione in questo senso lo avevamo già avuto nel 2017: io mi ero insediata da poco e l’allora presidente Bindi della commissione parlamentare antimafia volle fissare un incontro qui a Campobasso che ovviamente suscitò molte perplessità. Era la prima volta che la commissione antimafia faceva tappa in una realtà tranquilla come il capoluogo molisano. Ma la vicinanza con i territori di Puglia e Campania destava e continua a destare attenzione e preoccupazione”.

Ecco allora che “queste interdittive  – prosegue – possono considerarsi sintomatiche della vicinanza che c’è tra queste zone e quindi anche dell’attenzione che è necessario porre per contrastare certi fenomeni”.

Conferma anche che i provvedimenti di attenzione a sua firma nascono su segnali che vengono dal territorio ma è chiaro che dietro ognuno “ci sono indagini di polizia. In prefettura c’è un apposito gruppo interforze che è proprio deputato ad analizzare gli tutti questi indizi che partono dal territorio e quindi a convincere il prefetto ad adottare accorgimenti di questo tipo” che – ci tiene a chiarire – “sono anche dei provvedimenti di tipo preventivo, non sono repressivi”.

La prefettura con questi atti non estromette le ditte dal mondo economico per “un motivo punitivo. È invece un modo per ripulire il mondo economico e consentire alle imprese sane di continuare a lavorare in perfetta serenità”. Sono sintomatiche di un tentativo di infiltrazione da tempo presente nella realtà territoriale molisana.

“Non significa necessariamente che ci sia un radicamento del crimine organizzato – spiega ancora il Prefetto – oppure un’estensione di quella che può essere un’infiltrazione, significa però che esistono tentativi e in quanto tali vanno combattuti e monitorati”.

Maria Guia Federico, primo prefetto in Italia ad applicare la legge anticorruzione approvata nel 2014 quando era in carica a Catania, ha fatto delle regole e della legge la sua forza oltre che la sua mission: “Sono una donna entusiasta del proprio lavoro e per quanto mi riguarda ho un grande senso dello Stato, grande conoscenza e rispetto della figura che ricopro. Siamo tutori della legalità e per adempiere a questo compito bisogna essere fermi e decisi in tutti i settori e in tutti i campi. Se c’è il sospetto che qualcosa non è in sintonia con la legge e farlo presente è di competenza del prefetto, questi deve farlo. Capisco che a volte i provvedimenti possono apparire incomprensibili e sgraditi (come è accaduto per esempio con le Carresi) ma quando è giusto adottarli, perché diversamente sono contrari alla legge, bisogna avere la forza e il coraggio di continuare sulla propria strada”.