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Il Comune di San Giovanni in Galdo è andato nel pallone: in piazza è vietato giocare

Dal sei luglio non si possono più tirare calci alla palla in pieno centro cittadino. A stabilirlo un'ordinanza voluta - su richiesta di alcuni residenti - dal primo cittadino Domenico Credico nella quale si legge che la condotta adottata finora "è causa di notevoli danni al patrimonio pubblico e privato" e costituisce "pericolo per l’incolumità e la sicurezza delle persone che vi transitano o vi sostano"

Fine anni ’80, piazza del paesello, diciotto di noi: anche maschi contro femmine pur di giocare a pallone. Proprio lì, in quel largo dove la domenica c’era il mercato, la farmacia faceva angolo, esisteva la chiesa e l’immancabile bar, ritrovo pomeridiano di nonni e zii per la briscola o il tressette.

“Macchinaaaaaa”… era l’urlo di qualcuno di noi che al passaggio di un’utilitaria chiamava ad interrompere quel match incominciato sui sampietrini. Poi, scampato il pericolo, si riprendeva.

“Ancora cinque minuti” era l’altra frase cult per rispondere alla mamma che, affacciata al balcone, urlava di rientrare oppure a “letto senza cena”. Poco importava: quella piazza, capace di unire bambini, giovani e meno giovani, era qualcosa per cui valeva la pena finanche non mangiare.

Di ricordi dietro alla palla – che fosse per il calcio, per i tiri in un canestro improvvisato, per una sfida a pallavolo o a pallamano – ognuno di noi ne ha a bizzeffe, parliamoci chiaro.

Ricordi che appartengono anche a genitori e nonni che a quelle urla festose in piazza replicavano con entusiasmo offrendo caramelle (chi non rammenta le Rossana nel grembiule della nonna!) oppure un pugno di prelibate ciliegie appena raccolte nell’orticello.

Non c’erano play station, tablet e smartphone. Ma qualora fossero esistiti, l’istinto naturale alla libertà di correre a giocare all’aperto avrebbe avuto la meglio su qualunque tecnologia.

Come tutto sommato ce l’ha anche oggi.

Soltanto che, paradossalmente, a vietare il gioco in piazza capace di ravvivare i connotati di una comunità ingrigita e avvilita da spopolamento e invecchiamento, sono gli stessi adulti.

A San Giovanni in Galdo per esempio, i bambini del paese sono stati invitati a restare “in panchina”.

E’ vietato giocare a palla in piazza e l’eventuale trasgressione costerebbe una sanzione amministrativa compresa tra i 25 e i 500 euro.

Il sindaco Domenico Credico si limita a rispondere di “aver applicato la legge” e che “quindi la legge non si commenta”. Ovvio.

E infatti come la sua, in Italia, di ordinanze simili ce ne sono diverse. Ma questo conferma soltanto che il nostro è il Paese del diritto del gioco negato ai bambini.

E poco importa se al posto dei bambini è meglio che le piazze accolgano decine di auto parcheggiate, se al gratificante suono delle risate dei ragazzini si sostituisca quello delle marmitte che attraversano il paese, se ad animare il piccolo centro cittadino (nei nostri comuni destinato inesorabilmente a svuotarsi col trascorrere del tempo) continui ad esserci soltanto la camminata incerta dei più anziani  piuttosto che le corse vivaci dei bambini alla ricerca di un gol. Poco importa: la legge è legge. E “non si commenta”.

Perché, per esempio, nel caso di San  Giovanni in Galdo è stato necessario intervenire nel quadro della più generale “attività di prevenzione e tutela della sicurezza urbana, nei confronti di tutti coloro che, con i propri comportamenti, contribuiscono a generare situazioni di disagio ed insicurezza sociale, giocando a pallone nelle piazze”.

Secondo l’ordinanza numero 6 del 6 luglio scorso, giocare a pallone “è causa di notevoli danni al patrimonio pubblico e privato insistente sulla piazza e sui dintorni, costituendo pericolo per l’incolumità e la sicurezza delle persone che vi transitano o vi sostano, e costituisce pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti tra i quali, come è noto, vi sono numerose persone anziane”.

Quindi basta “partitelle” su tutto il percorso compreso dalla Chiesa dell’Annunziata fino a Piazza Largo Fiorentini.

Un divieto degli anni trenta che molte amministrazioni comunali in Italia (e parliamo di Roma, Milano, Genova Torino…)  però hanno rivisto, puntando l’attenzione sulla necessità di rendere le proprie città a misura di bambino.

Il Comune di Torino – per esempio – ha cancellato nel 2006 il divieto di gioco dal proprio regolamento, estendendolo, per primo, anche ai cortili privati, dove può essere regolamentato, ma non vietato.

Sta di fatto che dal 6 luglio scorso, staranno tutti un po’ meglio. Meno che i bambini. Loro, il patrimonio che vale il futuro, di tutele relative ai loro diritti non ne hanno ricevute. “Ci sono i campetti per giocare” replicano alcuni residenti. E’ vero, ci sono i campetti. Un po’ fuori controllo, poco inclusivi con il tessuto sociale, ma è vero: ci sono. E tanto basta. O basterebbe se l’idea di paese da salvaguardare non fosse un’altra: più intima, appassionata e interattiva.

Allora, forse, un cartello (finanche educativo) del tipo “puoi giocare ma fai attenzione” sarebbe stato più efficiente ed efficace del perentorio cartellino “rosso” verso ragazzini che hanno fatto della piazza soltanto quello che è, e cioè lo “spazio sociale per eccellenza”.

Spazio finito pure sotto i riflettori delle pubblicità televisive, tanta è l’energia (storica) che è capace di trasmettere.

Chi non ricorda Fabio Cannavaro? Il tiro al pallone, la finestra di una palazzina che si rompe, l’urlo del proprietario di casa: “A ragazzììììì e mo vo’ buco sto’ pallone”. Chiude quello spot, la disarmante faccia tosta che solo la magia del gioco di gruppo sa tirare fuori: “Capo, c’ho putit rà o pallone ja. P’ piacere ja… ”.

E allora “capo” restituiamo piazza e pallone anche (e non solo, per carità) ai nostri ragazzi. Per piacere ja…