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Vincitori e vinti: come il centrodestra si è ripreso Termoli con un uomo del popolo, mentre gli altri devono fare mea culpa

Una scelta azzeccata del candidato sindaco, a capo di una squadra fortissima nata da due accordi decisivi. Così Roberti ha trionfato mentre gli altri si leccano le ferite. Il centrosinistra dovrebbe fare una seria analisi degli errori commessi in cinque anni che hanno allontanato il sindaco uscente dal sentire popolare, mentre il M5S dovrebbe interrogarsi sul perché a Campobasso ha vinto e a Termoli non è arrivato nemmeno al ballottaggio. Infine la Sinistra, protagonista di un risultato di riguardo ma che in un certo modo ha favorito l’affermarsi della coalizione che vede come primo partito la Lega

Nell’analisi del risultato elettorale delle comunali di Termoli 2019, vale la pena prendere in prestito il mantra dell’ex allenatore della Juve Max Allegri, e parafrasarlo per dire che anzitutto bisogna fare i complimenti a Francesco Roberti e al centrodestra. Bravi loro che hanno vinto nettamente, mentre guai ai vinti, a cominciare da Angelo Sbrocca e passando per Nick Di Michele, non senza dimenticare un appunto – ce lo perdonerà – a Marcella Stumpo.

Basta guardare all’imbarazzante risultato di Maria Domenica D’Alessandro al ballottaggio di Campobasso e confrontarlo con la trionfale affermazione di Francesco Roberti a Termoli per capire che la vera differenza sta nella scelta del candidato sindaco operata dalla stessa coalizione.

Un uomo del popolo. Scelta sui tavoli romani, dopo ripensamenti e frizioni, ripicche e sostituzioni dell’ultima ora, Maria Domenica D’Alessandro si è rivelata non all’altezza della situazione, soprattutto perché poco conosciuta nel capoluogo. Al contrario, Roberti è stato indicato a Termoli in una rosa di tre nomi dal centrodestra, e poi sponsorizzato fortemente dal suo partito, Forza Italia.

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Ma mentre qualcuno aveva inizialmente espresso perplessità sulla sua capacità di attrarre l’elettorato, Roberti ha rivelato di possedere una capacità che è invece mancata al suo principale avversario, vale a dire il sindaco uscente. Il nuovo primo cittadino è parso subito a suo agio fra la gente, riconosciuto come un uomo del popolo che parla e agisce come la gente. Sembrerà populista rimarcarlo, ma un candidato sindaco che va nelle periferie e si mette a giocare a tressette con degli anziani a due giorni dal ballottaggio, dimostra sicuramente una certa ‘presa’ sull’elettorato più popolare.

Va detto che tutto questo sarebbe stato molto più difficile, per non dire impossibile, senza due grandi accordi che hanno spianato la strada a Roberti. Il primo, consolidato già dalla conquista della Regione Molise un anno fa con Toma, è stato il ritorno nel centrodestra termolese dei Popolari di Vincenzo Niro.

I “grandi accordi”. Angelo Sbrocca aveva provato a ‘tenere buoni’ i centristi che per cinque anni gli sono stati a fianco, senza mai forzare o alzare la voce davanti a prese di posizione finanche poco progressiste. La sua speranza era forse quella di convincerli a rimanere in coalizione, ma non ce l’ha fatta.

Roberti presentazione candidato sindaco centrodestra

Anche chi un anno fa alle Regionali si era candidato col centrosinistra, vedi Vincenzo Ferrazzano, ha fiutato l’aria abbandonando la nave che stava per infrangersi contro quell’iceberg che lo stesso Sbrocca ha definito “l’onda di destra”, e che a livello nazionale ha colpito quasi ovunque. È pressoché certo che la scelta dei Popolari di schierare ben due liste a sostegno di Roberti sia stata il turbo al motore del centrodestra e il 17% di preferenze riportato dalle due formazioni sta lì a dimostrarlo. Basti pensare che con quattro liste Sbrocca ha riportato appena il 22%.

Il secondo grande accordo è quello ufficializzato proprio la mattina della presentazione delle liste elettorali. Quel giorno Remo Di Giandomenico, che inizialmente aveva espresso la volontà di candidarsi in prima persona, annunciò il suo appoggio a Francesco Roberti. Agli osservatori esterni più attenti quella mossa sembrò lo scacco matto nei confronti di tutti gli avversari. Il tempo ha dimostrato che era così.

Remo Di Giandomenico

L’ex sindaco e onorevole democristiano è stato protagonista della campagna elettorale, sebbene dietro le quinte, coordinando le mosse, consigliando Roberti giornalmente, dando il proprio fondamentale apporto elettorale alla causa. Se questo vorrà dire avere un ruolo nella prossima Amministrazione di centrodestra (si parla di un incarico di consulenza in Municipio) lo scopriremo molto presto.

Di certo non si può sottovalutare l’aspetto sopra citato, quello dell’onda di destra che ha travolto qualsiasi avversario a Termoli. Un’onda che ha trovato terreno ideale dove infrangersi nella città adriatica, notoriamente votata al centrodestra, molto più di Campobasso per fare un esempio.

Termoli sceglie la Lega. Ma se la storia era alleata di Roberti, l’attualità lo è stata ancor di più, e anche se il governatore Donato Toma ha provato a mettere il cappello sul successo chiudendo la campagna elettorale di Roberti (e non della D’Alessandro) venerdì sera, non è un dato trascurabile quello che vede la Lega primo partito di maggioranza col 12,8% delle preferenze. Quello di Salvini però non è un partito particolarmente vicino alle posizioni da sempre espresse dal neo sindaco, che ora dovrà fare i conti con una formazione capace di fare la voce grossa in consiglio, forte di quattro consiglieri e sicuri appetiti in termini di posti da assegnare fra assessorati e altri incarichi. Ma questi sono i grattacapi da sindaco.

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La sconfitta è orfana? Non è vero. Per gli altri inizia la fase delicata dell’analisi di cosa non ha funzionato e della presa in carico delle responsabilità, affare tutt’altro che semplice considerando che ‘la vittoria ha moltissimi padri ma la sconfitta è orfana’, come ebbe a dire il poeta britannico John Keats.

Va sicuramente annoverato fra gli sconfitti l’ex sindaco Angelo Sbrocca, il quale paga innanzitutto l’essersi progressivamente allontanato dalla gente, sia per via di un carattere non particolarmente avvezzo alla mondanità, sia per scelte amministrative particolarmente ostinate, che hanno tenuto conto del sentire comune sola in minima parte.

Il referendum sul Tunnel. Il primo macroscopico errore è stato quello di tirare dritto sulla vicenda referendum Tunnel. Un argomento mai dibattuto nella campagna elettorale 2014 e che ha creato subito forti divisioni. Davanti alla petizione di un comitato (che sarà anche stato politicizzato, ma che comunque aveva raccolto 3mila firme), Sbrocca e la sua maggioranza hanno risposto col Dibattito pubblico, strumento nuovo e apprezzabile, ma sicuramente poco compreso dalla popolazione che ha visto invece come un arroccamento l’opposizione al referendum, al di là del fatto che è stata una commissione ad hoc a dire no ai quesiti.

A volerlo sostenere davvero, si sarebbe trovato il modo di farlo quel benedetto referendum, e magari anche di portare a casa il risultato con una campagna comunicativa che è stata invece lasciata cadere sul più bello. Tutto questo infatti accadeva nel 2016. In quel modo si sarebbe probabilmente disinnescata la prima vera minaccia alla popolarità dell’Amministrazione Sbrocca.

Invece sul carro del No Tunnel alla fine ci è salito persino Francesco Roberti, che in cinque anni d’opposizione mai si era espresso contro l’opera, e persino nella prima parte di campagna elettorale non aveva detto no a prescindere, anzi davanti alla telecamera di Primonumero.it aveva affermato di essere favorevole a una revisione del progetto e a un confronto coi cittadini, salvo poi virare verso il No completo nei giorni precedenti il voto del secondo turno.

Corso Umberto e il Palairino. Più recenti ma non meno emblematici altri due provvedimenti che hanno innescato in una parte dei termolesi la convinzione che Sbrocca non era intenzionato a dialogare con nessuno. Si tratta della decisione di chiudere dall’oggi al domani corso Umberto I alle auto, a tre giorni dal Natale 2018, senza per altro completare l’adeguamento dell’alternativa Via Dante.

Una decisione che è sembrata da subito frutto di testardaggine, anche di fronte alle timide proteste di qualche consigliere di maggioranza, decisamente più favorevole a una modifica graduale, magari con chiusure solo serali o nei giorni di festa. Insomma una sperimentazione che avrebbe evitato l’esacerbarsi delle posizioni di una grossa fetta di commercianti del centro, che poi hanno contribuito a creare quel clima anti Sbrocca decisivo alle elezioni.

In ultimo, va inserito alla voce ‘palese autogol’ la caparbia e per certi versi incomprensibile decisione di non far ridisegnare le strisce per il campo dal basket al rinnovato Palairino, decidendo d’imperio che quella non era più la casa della palla a spicchi. Un provvedimento adottato a due mesi dal voto che è stato capace di far inimicare il sindaco uscente alla società più numerosa e antica dello sport termolese e di conseguenza a circa 200 famiglie, che in gran parte gli hanno voltato le spalle alle urne.

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Nell’analisi della debacle dell’ex sindaco, bisogna sottolineare che mentre il centrodestra ha schierato tutti o quasi i mammasantissima della politica locale, fatta di ex sindaci e assessori, consiglieri di ieri e di oggi, portatori di voti e portatori d’acqua, il centrosinistra ha partorito quattro liste che valevano per due.

Non ce ne vogliano gli esponenti di Italia in Comune, ma quando nessuno raggiunge più di 75 preferenze e su diciotto candidati ben nove non arrivano alla doppia cifra, qualche domanda sull’effettiva consistenza della formazione va fatta. Così come ci si interroga su come mai la lista che viene considerata figlia dell’ex vice presidente regionale Vittorino in Facciolla, quella denominata ‘Unione per Termoli’, non si sia riuscita ad aggregare più di 21 persone, molte delle quali di fuori città e a parte quattro o cinque elementi, senza candidati capaci di fare la differenza.

La malattia del Pd. Il Partito Democratico ha ottenuto forse un risultato anche migliore di quanto sperato, ma è chiaro come il primo vero malato nel centrosinistra sia proprio il partito di Nicola Zingaretti. I cambi di segretario nazionale e regionale a meno di tre mesi dalle comunali non hanno affatto giovato, forse perché l’annunciato rinnovamento è rimasto nei propositi, mentre nei fatti il Pd si è rinchiuso in se stesso, esprimendo gli stessi candidati sindaco a Termoli e Campobasso, perdendo l’ala centristra senza riuscire a portare a termine il corteggiamento alla sinistra. Una sconfitta su tutti i fronti che riguarda non solo Termoli e Campobasso, ma quasi l’intera regione. Insomma se non è moribondo, il Partito Democratico molisano è ancora molto malato.

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La faida nel 5 Stelle termolese. Se Atene piange, Sparta non ride. Questa celeberrima massima ben si addice a come dovrebbe sentirsi oggi il Movimento Cinque Stelle di Termoli. I pentastellati nostrani celebrano la conquista della prima città (e che città) del Molise nella loro storia. Tuttavia il M5S di Termoli deve seriamente porsi delle domande, a cominciare dal perché sulla costa ha fallito anche l’obiettivo ballottaggio, mentre sotto il Monforte ha conquistato la maggioranza.

La prima delle ragioni va vista probabilmente nella scelta del candidato sindaco. Se a Campobasso Gravina ha sempre strizzato l’occhio all’elettorato di sinistra, che alla fine si è rivelato decisivo per il suo successo e non è mai stato visto come una minaccia dai moderati, a Termoli Nick Di Michele ha fondato la sua esperienza amministrativa su un’opposizione urlata, fatta spesso di trovate estemporanee e proteste via social che l’hanno reso l’idolo di chi si riconosce nel M5S capace di abbattere le istituzioni, sebbene nelle istituzioni ormai ci sguazzi. È forse anche così che a Termoli il M5S non ha sfondato, incapace di fare breccia oltre lo zoccolo duro del voto di protesta contro le due coalizioni già conosciute.

Ma il fattore principale del piazzamento di Nick Di Michele è da cercare nello spaccamento interno allo stesso partito, ben celato agli occhi dell’elettorato meno attento, ma tremendamente evidente a chi bazzica la politica.

Nick Di Michele

Tanto per fare nomi, che Patrizia Manzo si sia spesa molto poco per la candidatura di Nick Di Michele è qualcosa in più di una opinione. Come scritto mesi fa da Primonumero.it, la più votata alle Regionali 2018 ha volutamente preso le distanze da molte posizioni di Andrea Greco e gli altri consiglieri a palazzo D’Aimmo. Oggi lei rappresenta quell’area che a livello nazionale viene identificata nelle posizioni del presidente della Camera Roberto Fico, più vicino a Gravina (che Manzo ha sostenuto in tutti i modi) e distante anni luce da quelle del vice premier e capo politico Luigi Di Maio, che invece è il punto di riferimento tanto di Andrea Greco quanto di Nick Di Michele.

Inoltre la stessa Manzo è stata vista colloquiare con Angelo Sbrocca prima del ballottaggio e quando si è sparsa la voce di un possibile sostegno M5S al sindaco uscente, Nick Di Michele ha convocato la stampa per dire che “nessuno può parlare per noi e decidere per noi”. Un messaggio indiretto che pochi elettori avranno inteso, ma che evidentemente poteva essere indirizzato proprio a Patrizia Manzo. Il risultato al primo turno è stato sotto le aspettative, mentre al secondo i pentastellati hanno disperso i loro voti fra astensione, annullamento della scheda e i due contendenti alla fascia tricolore. Insomma i grillini termolesi sono stati vittime di una piccola faida interna, un po’ come i partiti che hanno sempre combattuto.

Stumpo lista candidato sinistra Termoli bene comune

La sinistra in Consiglio. In ultimo, Marcella Stumpo. Sarebbe da ingrati inserirla fra gli sconfitti perché il suo 7,3% è un risultato notevole che ha il merito di riportare un simbolo riconosciuto di Sinistra fra i banchi del consiglio comunale. Tuttavia più che lei, che ha più volte detto di non trovare troppe differenze fra la proposta di Roberti e quella di Sbrocca, la riflessione dovrebbe riguardare il suo elettorato. La scelta di quelle persone che al primo turno hanno scelto Stumpo e al secondo hanno preferito non votare, ha inevitabilmente contribuito a far andare al governo della città un partito come la Lega, che per la Sinistra rappresenta un po’ la kryptonite per Superman. Chissà se il risultato li soddisfa.