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Roberto, un successo con diversi padri. La solitudine di Maria Domenica, la disfatta del centrodestra e l’altro Roberto

Il successo, inaspettato per la sua portata prorompente, di Roberto Gravina è figlio di diversi "padri": l'avvocato, che ha guidato come una locomotiva il 'treno' dei 5 Stelle di Campobasso, aveva un avversario poco conosciuto in città e che ha pagato sulla propria pelle la lotta fratricida che sta caratterizzando la giunta regionale guidata da Donato Toma. Oltre ai delusi del centrodestra, anche il centrosinistra ha sostenuto l'avvocato campobassano a suon di voti. E Roberto Ruta sarebbe il regista dell'operazione che avvicina M5S e Pd in una sorta di "partnership" inedita, ma che al tempo stesso potrebbe trovare concretezza a livello nazionale dove il 'matrimonio' tra Di Maio e Salvini è ufficialmente in crisi.

É il tempo del gaudio massimo per l’universo pentastellato regionale. E, più in particolare, per la nutrita schiera di sostenitori campobassani che ieri sera ha issato la bandiera del Movimento su palazzo San Giorgio vincendo le Amministrative grazie a Roberto Gravina.

Ma dopo la (legittima) “sbornia” del tripudio, arriverà la stagione della politica, quella vera. Ed è proprio lì che si misurerà la sfida: sul piano del confronto con il territorio e con la sua amministrazione, nella declinazione delle linee programmatiche con le urgenze e le attese di una comunità che ora ai grillini – e a loro soltanto, lo dicono i numeri – ha consegnato le chiavi della città.

Bravi loro, a riconfermare il candidato sindaco uscito sconfitto alle comunali del 2014; bravo lui, Roberto Gravina, a crederci fino in fondo e a calamitare un bottino di voti impensabile fino a qualche settimana fa appena. Ecco perché difficilmente sbaglia chi intravede nella vittoria di ieri sera, prima ancora che una brillante performance elettorale del Movimento, predominanti e indiscutibili meriti dell’avvocato campobassano. Una figura politica moderata, un cinque stelle sui generis, quasi “democristiano” non per le idee, ma perchè in grado di far presa su fasce ampie dell’elettorato.  

Ha ricevuto i complimenti del gotha grillino: dal vice premier Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista fino al ministro Elisabetta Trenta.

“Sono contento per lui, ma lo sono soprattutto per i campobassani – ha scritto in un post il capo politico di M5S – perché la loro città ha bisogno di rinascere, come tante altre nel nostro Paese”. Però “le città non sono dei trofei da esporre e invece stamattina ho visto che i partiti già si contavano i trofei. Il voto è espressione della nostra democrazia, non si festeggiano le vittorie, ma i risultati, le promesse che si riescono a mantenere. Anzi, una che ho fatto agli amici di Campobasso la voglio già onorare: ci vediamo domenica 23 giugno per la sfilata dei Misteri, sarà un onore”. 

Eppure, quello di Roberto Gravina è stato un successo figlio di diversi padri. 

Se i risultati del ballottaggio si sono discostati in maniera così netta- a tratti impressionante – rispetto agli esiti del primo turno, è probabile che le ragioni del “colpaccio” risiedano anche in altre variabili. Del resto, due sole settimane sono un lasso di tempo troppo breve per maturare meriti talmente luminosi e colpe talmente orribili da indirizzare con tale incisività l’elettorato.

Restano, dunque, dinamiche più profonde. A partire da quel “mai col centrodestra” ribadito dal Partito Democratico e dalla Sinistra come fosse un mantra pagano, passando per la delusione e il desiderio di “rivincita” di qualche uscente scontento o di non eletti infastiditi, per finire agli assist involontari che proprio il principale competitor ha fornito ai Cinque Stelle.

Perché è chiaro, a questo punto, che la scelta di schierare come “frontman” Maria Domenica D’Alessandro (rispetto al primo turno ha preso 7mila voti in meno, ndr) alla fine non ha pagato. Così come non hanno pagato i “passi di lato” di Alberto Tramontano (inizialmente scelto come candidato sindaco della Lega, poi ‘ripudiato’), le lungaggini e gli interminabili tavoli convocati per venire a capo di un estenuante “toto-nome”, la mancanza di un indirizzo decisionista proprio quando serviva: nel momento più complicato.

E certamente la sconfitta di Campobasso potrebbe trascinarsi dietro un’eco ben più vasta, andando così a presentare il conto persino dalle parti di via Genova: il coordinatore del Carroccio molisano Luigi Mazzuto, come il presidente Donato Toma, dovranno pur procedere a un’analisi chiara per appurare responsabilità e origini della debacle. Disfatta netta, non c’è dubbio. “Non ho responsabilità”, si è affrettato a dire il governatore alle tv locali. Ma aver subito passivamente una imposizione calata dall’alto ha imbarazzato il centrodestra e creato agitazione pure all’interno dello stesso governo regionale. C’è chi parla di una riunione ad alta tensione che proprio oggi pomeriggio si è svolta a palazzo Vitale

E che dire di Vincenzo Niro: i ‘suoi’ Popolari hanno solo due seggi in Consiglio comunale. Un flop, insomma. Soprattutto perchè la lista ha schierato ‘cavalli di razza’ come Salvatore Colagiovanni (quasi 800 voti, ma sarà consigliere di opposizione) e l’imprenditore Corrado Di Niro, che i moderati volevano addirittura candidare alla guida del Municipio. Non siederà nemmeno nell’assise.

Certo, troppo facile parlare col senno di poi: ma in fondo la Lega il proprio candidato lo aveva già scelto. E di nome faceva (e fa) Alberto. Proprio come il guerriero di Giussano. Se non erano premesse felici queste… Tramontano, ad esempio, non sarebbe mai incappato nella gaffe che invece ha visto protagonista Maria Domenica D’Alessandro nell’intervista doppia rilasciata a Primonumero, quando ha definito “via Matrix” e non via Matris il percorso che circonda la collina Monforte e conduce alla chiesa dedicata alla Madonna dei Monti.

Una mano, una grossa mano, però, il nuovo sindaco l’ha avuta dai democratici tanto da far circolare le voci di un possibile accordo sottobanco tra Pd e M5S. Indiscrezione smentita alla vigilia del giorno del silenzio, certo. Così come ambienti dem smentiscono (per ora) l’ipotesi che Alessandra Salvatore sarà eletta alla presidenza del Consiglio comunale. Ma c’è il classico ‘ma’.

Non è forse un caso che una delle “roccaforti” cittadine del Pd e di Battista a livello elettorale, quale la scuola di via Gramsci, abbia fatto registrare un’incredibile impennata di consensi pro-Gravina. Con la D’Alessandro staccata a distanze siderali. Prendiamo il risultato della sezione 53, quella del primo cittadino uscente: 394 voti per Gravina, 159 D’Alessandro. Impressionante il dato della sezione 24 (sempre nel seggio di via Gramsci): 315 preferenze per il candidato dei 5 Stelle, 86 per la leghista.

La regia di un “deus ex machina”? Tutti gli indizi portano a lui, Roberto Ruta. Si racconta che quest’ultimo qualche tempo fa aveva corteggiato (politicamente parlando) proprio Roberto Gravina, forse per costruire un grande centro o comunque un nuovo soggetto politico. 

I più maliziosi in questa sorta di partnership ibrida, seppur motivata dal contesto e dalle sue contingenze, hanno voluto vedere il primo passo di un sodalizio possibile, di una sorta di laboratorio politico in fase di costruzione anche a livello nazionale, dove l’intesa tra Di Maio e Salvini traballa sempre di più. Probabilmente soltanto un miraggio, poco più di una sgangherata ipotesi; che però circola da un po’. E l’ultima uscita del segretario regionale pare addirittura accarezzarla: “Siamo stati chiarissimi, altro che inciucio: mai con la Lega. E anche l’elettorato di sinistra del M5S ha capito e accettato. Abbiamo fatto capire – ha asserito Facciolla – anche in chiave nazionale che la lezione è questa: si può dialogare con quella parte del M5S in modo unitario su certi temi”.

Solo una suggestione? Ai posteri l’ardua sentenza. Certo, la presenza di Lello Bucci (candidato nel Pd ma non eletto) nella sede di M5S alla festa di Roberto Gravina induce a più di qualche (cattivo) pensiero.

Lello Bucci e Paola Felice

Ma il voto di domenica va letto anche secondo un’altra chiave: quella che dipinge, facendola emergere, una Campobasso stanca di logiche gattopardesche e scricchiolanti, di stagioni politiche partorite da baronie e feudi elettorali. Spettri che, nonostante tutto, si erano nuovamente affacciati su palazzo San Giorgio al primo turno, quando cioè “transfughi” e uscenti avevano fatto in ogni caso incetta di voti. Evidentemente, però, quando l’elettore si è sentito libero dal “giogo” – duro a morire – del “compare” e del parente di turno, ha espresso una preferenza soprattutto sulla base delle proprie percezioni, delle proprie impressioni.

E questa è una delle responsabilità, probabilmente la più grande, che tutta la squadra di governo del nuovo sindaco dovrà caricare sulle proprie spalle.

Perché dopo il tempo del gaudio, arriva la stagione della politica, quella vera. Quella che non ha quasi mai visto, sin ora, a livello nazionale, amministrazioni pentastellate riconfermate dopo il primo quinquennio di gestione.

Lavorare per un cambiamento incarnato nella realtà, e non solo nei vaneggiamenti, rappresenterebbe il primo passo per invertire anche questo trend.