L’accoglienza, la propaganda e la realtà. Il viaggio di tre donne ‘invisibili’ sulla frontiera di Termoli

Gli operatori de La Città Invisibile hanno incrociato in stazione la strada di tre donne provenienti dalla Libia in viaggio verso Milano e chissà dove ancora.

Si parla spesso di accoglienza, di stranieri, ma il più delle volte lo si fa con frasi sentite e ripetute senza interrogarsi davvero su quel che si afferma. E sulla realtà di persone e storie che c’è dietro. A darci una mano sono gli operatori de La Città Invisibile di Termoli, operatori, volontari e attivisti sociali che lavorano da anni nel contrasto della marginalità sociale e per una cultura della solidarietà nel nostro territorio. La lettera che di seguito pubblichiamo integralmente racconta significativamente il viaggio di tre donne sole e quello che porta con sé.

“A giugno in Italia sono arrivate 895 persone, al di là della propaganda, al di là del bloccare in mare le 43 persone della Sea Watch 3, gli sbarchi proseguono. Il sistema di accoglienza però peggiora: tagli ai Centri di accoglienza straordinaria, smantellamento dello SPRAR. L’85 per cento delle persone, dopo la scomparsa della protezione umanitaria, riceve una risposta negativa dalle commissioni. E sono costrette a diventare degli irregolari privi di qualsiasi diritto. Ecco perché si rischia tentando di scappare dalla nostra penisola verso altri paesi europei. Ecco perché storie come queste sono destinate a diventare la drammatica normalità…”

Ecco la lettera.

In viaggio. Storie invisibili sulla frontiera di Termoli.

“Stamattina tre donne (ma due hanno solo 15 anni, la terza ne ha 17) sono partite da Termoli verso Milano. Le abbiamo accompagnate a prendere un autobus dopo averle incontrate ieri sera in stazione. Erano infreddolite, senza vestiti, senza un bagaglio, con pochi spicci in tasca. Si sono ritrovate qui forse perché avevano preso un treno senza biglietto e qualche controllore le ha fatte scendere. Sono arrivate un mese fa dalla Libia, e nessuno di noi osa chiedere cosa hanno visto e vissuto. Ma si può leggere nei loro occhi. Eppure si fidano di noi, mentre cerchiamo di comunicare e capirci in una lingua che non è la nostra e neppure la loro.

Un po’ di telefonate e si attiva immediata una rete di solidarietà. Troviamo un posto dove possono stare la notte. La stazione dei treni può essere un luogo di miracoli (poco prima di noi un senzatetto nostro amico le aveva avvicinate e aveva offerto loro qualcosa al bar) ma può diventare anche un non-luogo pericoloso per tre ragazze, nere, e che quindi per qualcuno sono automaticamente delle prostitute, degli oggetti.

Non sanno, a quanto pare nessuno glielo ha spiegato, che qui hanno diritto all’asilo, a un progetto di accoglienza. Ma loro vogliono andare a Milano, e poi forse proseguire bruciando un’altra frontiera verso l’Europa. Qualcuno le aspetta, sicuramente un luogo più caloroso e facce più amiche di quelle che hanno incontrato finora in un viaggio durato chissà quanti mesi o anni.

Stanotte hanno dormito un sonno profondo, chissà da quanto non riposavano. Prima di salutarci, si parlano un po’ tra di loro e poi una mi vuole mettere in mano dei soldi, gli unici che hanno.

Di Milano gli diamo i contatti di qualche organizzazione che possa aiutarle. Cerchiamo di spiegare che senza documenti è difficile proseguire, si rischia di essere fermate e rispedite in Italia. Ma loro vogliono andare. Sembra che abbiano quasi fretta. Asmara sorride, le altre hanno gli sguardi più impauriti. Se la caveranno? Come sempre ci diciamo di sì, che chi è arrivato fino a qui probabilmente è molto più capace di noi di affrontare qualsiasi difficoltà.

Le frontiere non fermeranno questa umanità. Buon viaggio”.