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La resistenza di Letizia. Un sindaco da 1,40 euro l’ora contro lo sfacelo del Molise

AfFondo/10 - Sindaci (neo eletti e non): la vita della gente in questo posto senza più nulla, che comincia a esalare puzza di terra decomposta, non è una scacchiera sulla quale muovere le pedine del potere. Letizia Di Iorio, 37 anni, alla ribalta nazionale grazie al giornalista Domenico Iannacone, è il primo cittadino di Pizzone da 8 anni. Aveva 28 anni quando si è candidata e oggi guida un Municipio senza dipendenti nè dirigenti, sbriga le mansioni più diverse, smista i bollettini e compra il toner della stampante. Resiste, nella regione più sfigata d'Italia, perchè "un comandante non se ne può andare quando la nave affonda".

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Aveva 28 anni quando è diventata sindaco di Pizzone, uno dei più piccoli comuni molisani: 320 abitanti, spopolamento, isolamento, un gruppetto di bambini che ogni mattina sale sul pullmino per andare a scuola nei paesi vicini. Letizia Di Iorio oggi ha 37 anni, nel 2021 terminerà il secondo mandato. Non è l’unico sindaco giovane del Molise, ma di sicuro non è un sindaco qualsiasi: non c’è alcuna ambizione alla “carriera” dietro la sua candidatura, nessuna ricerca ossessiva del potere a muoverla. Non ha dirigenti da dirigere, non ha poltrone da assegnare nè spartizioni da poter fare. Il segretario comunale viene una volta a settimana, l’unico vigile urbano (ormai in età da pensione) svolge i compiti più disparati ed è il sole, insieme con due operai esterni, sui quali Letizia può fare affidamento.

Deve pensare a tutto lei, perché il Comune di Pizzone è vuoto. Letizia Di Iorio trascorre anche 10 ore al giorno fra uffici deserti, scrivanie e archivi abbandonati del Municipio. Ritira i bollettini, smista la corrispondenza, compra il toner per la stampante, manda le fatture alle ditte che lavorano per aggiustare tombini o montare le luminare della festa patronale. Ascolta i cittadini, le loro richieste, cerca di andare incontro a tutti, si fa carico delle piccole grandi rogne di ogni singolo residente di Pizzone. E tutto questo per una indennità pari a 900 euro al mese. Facendo i conti: 1,40 euro l’ora, altro che ragazzi sfruttati nei call center.

Più che una esperienza di amministratore ai confini della regione che non esiste, dove i diritti essenziali come la salute e i trasporti sono gravemente minacciati da una retrocessione economica e morale senza precedenti, la sua è una storia di resistenza. Che ha avuto una ribalta nazionale grazie al giornalista Domenico Iannacone (anche lui un molisano che resiste) nel programma “Che ci faccio qui”, trasmesso da Rai Tre.

Questa ragazza molisana, che avrebbe potuto fare l’avvocato a Londra o New York, rincorrere il successo nella professione e nella vita come conviene a una figlia borghese che ha potuto studiare e formarsi nel capoluogo, ha sorpreso l’Italia per la scelta contraria. E’ tornata nel paesino dei genitori, a Pizzone ha accettato di candidarsi “perché non c’era nessuno” e sta trascorrendo i suoi anni migliori alla guida di una popolazione anziana e che ha bisogno di tutto, tra impegni istituzionali e mansioni da operaia e tuttofare che non le spetterebbero ma che, se non sbrigasse lei, non farebbe nessuno. Sindaco, dipendente comunale, ragioniera, dirigente di ogni settore ma senza personale.

“Fuggire è sempre la scelta più facile” ha spiegato a Domenico Iannacone, straordinario cronista del Molise dimenticato che dell’empatia naturale ha fatto una eccezionale risorsa comunicativa.

Quando la nave affonda il comandante non se ne può andare”: Letizia Di Iorio sintetizza così al giornalista la sua resistenza. E spiega che sono due i valori che, a dispetto di tutto e contro i consigli di tutti, drenano linfa vitale a questo enorme sacrificio che spesso cade nella tentazione di dissolversi. Si chiamano dignità e coerenza. “Nessuno mi ha ordinato di fare il sindaco, e anche se ci sono momenti di sconforto non posso andarmene. Tradirei me stessa”.

Un concetto semplice, la cui spina dorsale ha una logica inattaccabile. Letizia Di Iorio è un esempio che appare quasi paradossale, tanto è distante questa figura femminile dall’andazzo generale che regola la vita istituzionale nei centri più popolosi e rumorosi della regione, dalle risse e dalle resse per la poltrona, dalle faide delle nomine politiche, dalle influenze che sindaci e assessori esercitano per cementare consensi mediante corsie preferenziali che trasformano il diritto in un favore.

In queste settimane di “trattative” segnate dal ricorso a manuali cencelliani e calcoli aritmetici corretti dall’opportunismo per fare le nuove Giunte comunali e distribuire ruoli e benefit a premiazione dell’impegno nelle candidature, di acrobazie per salvare capra e cavoli, ovvero interessi di parte e governabilità collettiva, la sindaca di Pizzone (1,40 euro l’ora e una riserva sorprendente di senso di responsabilità) diventa il simbolo, suo malgrado, della eccezionalità del ruolo istituzionale.

Eppure in un momento in cui il Molise affonda – e affonda davvero, schiacciato dal deficit sanità, dagli ospedali che non garantiscono più l’assistenza, dal lavoro che manca, dall’immobilismo e dalla incompetenza delle classi politiche, dal silenzio vile delle classi manageriali e dagli imprenditori questuanti, dalle lotte di partito, dalle ripicche squallide, dalla perversione dello scaricabarile – è questo che viene richiesto ai sindaci, specie ai neo eletti.

Che siano in prima linea e accanto alla loro gente a resistere e combattere, che trascorrano il tempo in Comune a dare indicazioni e condividere metodi di lavoro, loro che hanno la fortuna di avere personale e dirigenti. Che vadano a battere i pugni, che rivendichino per il popolo la dignità – loro che sono espressione primaria del popolo che li ha eletti – e i servizi, che alimentino la speranza invece di soffocare la rabbia a forza di promesse sempre più aleatorie. Che aprano la loro casa – che è la casa di tutti – invece chiudersi a chiave nelle stanze segrete a cercare la formula alchemica per accontentare pochi e tenere agganciati saltafossi di professione. Che incontrino le persone – non i loro elettori né i loro simpatizzanti: le persone –   invece di passare le ore al telefono a ricevere indicazioni dal padrino di turno che presenta il conto e rivendica le tristemente famose caselle sulla scacchiera. Perché la vita della gente – in questo pezzo di terra con le strade rotte e i medici che mancano come manca l’acqua, che comincia a esalare la puzza della decomposizione mentre il senso del naufragio si fa ogni giorno più concreto, non si muove su una scacchiera. Ai sindaci viene chiesto di fare i sindaci. Tanto più che hanno diritto a indennità ben superiori di quella percepita da Letizia.

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