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Il Pd prova a ripartire senza spiegare perché è stato sconfitto ovunque. E apre a quelli che l’hanno fatto perdere foto

Mario Davinelli, esponente di spicco del movimento civico uscito malconcio dalle ultime amministrative, presente all’assise regionale dem di ieri. Ma non tutte le ferite sono sanate: “Se ripartiamo senza affrontare i problemi, senza un’analisi del voto - spiega Durante - rimarrà inevitabilmente un retropensiero, una forma di insoddisfazione anche rispetto al dibattito interno”.

Ripartire, ancora una volta. Trovare nuovi spunti e nuove linee da seguire per invertire una rotta che non può non preoccupare, ancora una volta. Il Pd è all’ennesimo giro di boa dopo il tormentato epilogo delle amministrative: resta l’esigenza di ricostruire uno scenario unito, compatto; non solo a livello partitico, ma anche e soprattutto come coalizione.

È proprio a questo che allude il segretario Facciolla quando parla di “nuovo percorso”. Un concetto ribadito più volte nel corso dell’assemblea regionale andata di scena poco dopo le 18 di ieri, mercoledì 26 giugno, nei locali del “Rinascimento” di Campobasso.

“Non è questo lo spazio per un’analisi del voto; c’è stata e ci sarà la direzione per approfondire tale aspetto. Questo, invece  è lo spazio per nuovo percorso e un nuovo centrosinistra – ha specificato l’ex sindaco di San Martino in Pensilis – che giunge dopo l’emergenza e i ritardi organizzativi a cavallo tra le elezioni europee e le amministrative. È stato un periodo di riflessione, con la voglia di costruire un soggetto politico appetibile in un momento storico caratterizzato da una profonda crisi delle democrazie rappresentative; un momento in cui l’idea di partito a vocazione maggioritaria si scontra con leggi proporzionali.

Bisogna individuare – ha continuato Facciolla – la direzione per il partito e per la coalizione: ecco la ragione dell’assemblea aperta, per portare a convergere le diverse anime del centrosinistra sulla base di una condivisione politica e programmatica. Dobbiamo aprire uno spazio ampio di dibattito: molto meno partito dirigista, con aperture sempre maggiori ai cittadini, al territorio, agli amministratori. Un partito ha l’obbligo di salvaguardare linee, valori e indirizzi fondamentali e se è vero che dobbiamo spingere verso un modello organizzativo più ampio, è anche vero che c’è bisogno di una accelerazione forte sulla scrittura dei programmi”.

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Più apertura, dunque. Non solo al nuovo, ma anche a identità e formazioni che, appena poche settimane fa, in tempo di campagna elettorale, l’aura del Partito Democratico l’avevano lambita per davvero. Non è un caso, in questo senso, che a cogliere l’invito del segretario dem sia stato proprio Mario Davinelli, partecipe dell’assemblea piddina insieme ad altri esponenti del movimento “Io amo Campobasso”, uscito anch’esso piuttosto malconcio dall’ultima tornata elettorale. Della serie: mal comune, mezzo gaudio. I tempi della “porta in faccia” al Pd, dei dietrofront e della voglia di discontinuità, dunque, sembrano solo un lontano ricordo. E l’ammiccamento è sbocciato, puntualmente.

Ma gli scricchiolii restano. E sono da rintracciare nelle ragioni di una debacle elettorale che ha fatto puntualmente naufragare le speranze di risalita, generando non pochi musi lunghi.

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“Le ragioni della sconfitta alle ultime elezioni sono molteplici. Sicuramente il vento nazionale non ci era favorevole – ha spiegato il segretario regionale -. La crescita costante della lega e la tenuta ottima del MoVimento5Stelle sui ‘nostri’ territori del Sud non ci hanno certamente agevolato. Probabilmente abbiamo sofferto di non aver saputo comunicare adeguatamente ai cittadini la grande qualità espressa dalle amministrazioni uscenti, che hanno molto ben lavorato”.

Linea ribadita dal presidente dell’assemblea Pd, D’Alete: “Bisogna interrogarsi sulle ragioni delle sconfitte elettorali non nel chiuso delle nostre stanze, ma con i cittadini, con la gente, per costruire l’alternativa. Un percorso duro, che non chiuderemo certo stasera. Noi vogliamo che tutte le parti siano attori e protagonisti nella scrittura del programma: avremo iniziative tematiche, un nuovo statuto e nuove regole”.

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A prender parte all’assise dem anche Micaela Fanelli: “Credo che abbiamo un centrodestra europeo e nazionale delirante e pericolosissimo; la più pericolosa delle destre xenofobe e nazionaliste. In questo contesto si inserisce un’Europa che va rafforzata e non indebolita, riconosciuta e non denigrata, nella quale l’Italia rischia di non avere alcun ruolo. La politica nazionale – conclude il consigliere regionale – sta scontando un peggioramento in materia economico-finanziaria davvero devastante e il Molise, in uno scenario del genere, non può che arretrare: i dati economici sono drammatici, vediamo un’assenza di programmazione nei vari settori da parte dell’amministrazione regionale, incapace di fronteggiare la situazione sui temi e sulla tenuta politica: una coalizione ormai sfaldata.

Noi attaccheremo duramente con un partito unito, forte, che va dal centro fino al dialogo con i Cinque Stelle e che mai come in questo caso ha una prateria davanti per la pochezza degli avversari; ma vogliamo farlo come soggetto di costruzione”.

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Più critica la posizione di Michele Durante, ex presidente del Consiglio comunale di Campobasso: “Sono felice di un’assemblea aperta, senza dubbio alcuno. Dico però che, prima di ripartire, un’analisi seria del voto all’interno dell’organo principe del partito, ovvero l’assemblea regionale, andava fatta. Mi sembra, in questo modo, che si sia voluto eliminare un problema semplicemente rimuovendolo, senza parlarne. Il Partito Democratico alle scorse amministrative ha perso elezioni e consensi. Io sono addolorato per questo, profondamente, perché una classe dirigente intera che si è ripresentata all’elettorato è stata sonoramente bocciata al primo turno: in parte magari immeritatamente, ma dall’altro lato credo che la sconfitta sia figlia di una mancata riflessione all’interno del Pd e del centrosinistra su come costruire il percorso. Contromisure? Sicuramente ripartire dall’apertura: un’apertura soprattutto alla componente interna del partito, senza continuare con un atteggiamento decisionista. Se ripartiamo senza affrontare i problemi, senza resettare, rimarrà inevitabilmente un retropensiero, una forma di insoddisfazione anche rispetto al dibattito interno”.