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Solo 3 medici, tempi infiniti per i tavoli operatori. Ortopedia, il reparto che era una eccellenza sta morendo in silenzio

Una frattura di femore può richiedere finanche due settimane prima dell’intervento chirurgico. I casi più complessi, che erano il fiore all’occhiello del reparto fino ad alcuni anni fa, tutti trasferiti, perché i medici non possono fronteggiare il carico di richieste. Ne sono rimasti tre, uno dei quali non fa la reperibilità per motivi di salute. 15 posti letti, tutti al completo, e ordini di servizio per imporre turni aggiuntivi. Un ritmo massacrante, ma a fronte delle richieste inoltrate alla Asrem solo silenzio. Bandito il concorso per 6 assunzioni, ma nel frattempo il reparto sta perdendo tutto.  E la politica non interviene.

Una volta, nemmeno troppo tempo fa, il reparto di Ortopedia di Termoli era considerato a buon diritto una eccellenza. Si effettuavano interventi chirurgici complessi, con attrezzature idonee e all’avanguardia. Si andava incontro alle esigenze della popolazione residente, ma anche alle urgenze dovute ai tanti traumi per incidenti lungo l’autostrada e le arterie del territorio. E, nello stesso tempo, si produceva ricchezza. La mobilità attiva, cioè le prestazioni pagate dalle aziende sanitarie dei territori di residenza dei pazienti, portava denaro alle casse della Asl molisana.

Oggi funziona esattamente al contrario: i trasferimenti fuori regione sono all’ordine del giorno. I posti letto – 15, compresi i 3 in day surgery – sono sistematicamente al completo, soprattutto in quanto occupati da malati che aspettano il loro turno per essere operati. E a volte restano ricoverati per settimane.

Mancano i medici, mancano gli anestesisti. I tavoli operatori, che un tempo si allestivano almeno 3 volte a settimana, ormai sono una rarità. Si assicurano le urgenze, cioè gli interventi chirurgici fuori programma, necessari per i casi improvvisi che possono arrivare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ma la programmazione delle operazioni, di fatto, non esiste. Né, in questa condizione, potrebbe esistere.

Con tre medici – tre! – come si fa a portare avanti un reparto in una zona strategica per la viabilità, con un nucleo industriale – l’unico funzionante in Molise – con migliaia di operai a rischio infortunio, con il mare, la campagna, la popolazione che triplica per logiche turistiche? Come è possibile garantire una turnazione “normale” con solo tre dottori in servizio, uno dei quali peraltro non fa la reperibilità notturna?

Ortopedia, ex fior all’occhiello del San Timoteo ai tempi di Sabetta e Regnoli, oggi è una Unità operativa semplice, declassata col decreto ministeriale. Il primario non c’è. C’è un facente funzione – il dottor Gagliardi – che arriva da Isernia. I camici bianchi, dei quali c’è una carenza drammatica in Molise e al San Timoteo di Termoli in particolare, sono passati da 11 a 3 nel giro di pochi anni. Chi va in pensione non viene rimpiazzato. I pazienti, invece, sono aumentati. E per fronteggiare le richieste la Asrem ricorre ai turni aggiuntivi dei dottori in servizio, messi davanti a un carico di lavoro disumano da un lato e dall’altro bersagliati dalle lamentele e dalle proteste dei pazienti che in un contesto come questo  non sperimentano certo quel “modello di efficienza” sanitaria che ha contraddistinto il reparto per alcuni decenni, e ora è in brusco declino.

Turni aggiuntivi, appunto, imposti con “ordini di servizio” che sono l’unica risposta alle richieste del personale presentate ai vertici. E reperibilità notturne che superano il numero massimo di dieci al mese e sbattono contro le norme di legge pensate per garantire la sicurezza delle prestazioni. Un medico che debba lavorare di fatto giorno e notte non può avere quella concentrazione e quell’attenzione richiesti a una professione che ha a che fare direttamente con la vita delle persone.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche se chi conta, chi può prendere decisioni ed è pagato per prendere decisioni, spesso sembra ignorare il disastro. Di confronti con la dirigenza non ce ne sono, malgrado le richieste ufficiali. L’unica risposta sono bandi di concorso indetti dalla Asrem ora aperti anche agli specializzandi dell’ultimo anno col vincolo di restare due anni in Molise. Due avvisi hanno la data del 3 maggio: uno è riservato all’assunzione di 6 ortopedici, l’altro all’assunzione di altrettanti anestesisti. Una figura che manca in modo drammatico, e senza la quale aprire la sala operatoria è impossibile.

Finora però i concorsi sono andati deserti, quasi nessuno ha risposto. La domanda è inevitabile: quale medico vorrebbe mai lavorare in una condizione del genere? Il reparto non consente una formazione, si lavora in apnea e l’estate alle porte non migliora le prospettive. Come si farà a assicurare il servizio con una popolazione che triplica da giugno ad agosto?

Il risultato lo si legge in corsia e nelle testimonianze di chi è passato di qua. Tempi di ricovero lunghi, lunghissimi, che costano un occhio della testa alla Asrem che, se “risparmia” sul personale (e per questo i dirigenti vengono anche premiati), spende il triplo perché ogni giorno trascorso in reparto costa svariate centinaia di euro.

Per una banale frattura di femore possono passare anche due settimane prima di approdare in sala operatoria. Stessa cosa per una lesione del menisco. Le protesi sono un miraggio, gli interventi di chirurgia ricostruttiva idem. I pazienti sono esasperati e capita spesso che se la piglino coi medici, quei pochi rimasti a guardia di un reparto che sta morendo giorno dopo giorno, mese dopo mese, in un clima di indifferenza che nemmeno questa campagna elettorale – si vota per il rinnovo del sindaco, che anche se non direttamente competente in materia di sanità è comunque la massima autorità sanitaria del territorio – riesce a increspare.

La politica, in piccolo come in grande, dai Comuni alla Regione, scarica ogni addebito dopo aver usato per decenni gli ospedali – in primis proprio il San Timoteo – come bacini elettorali privilegiati, attingendo a piene mani tra voti e scambi di favori.

Che le cose siano cambiate, che il reparto d Ortopedia e Traumatologia sia agonizzante e abbandonato a se stesso, lo si capisce anche mettendo piede in corsia. Nessuno si azzarda nemmeno a pronunciarla, oggi, la parola “voto”. E intanto nessuno sa nemmeno di che morte bisogna morire, mentre la popolazione – la stessa che protesta “in privato”, mostra di aver paura a esporsi in pubblico. Se i cittadini sono i primi a non difendere il loro diritto alla salute, la guarigione (del reparto) non è una opzione possibile.