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Occhi

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Iserlohn, Germania; anno 2007; Conferenza internazionale per la Cooperazione tra Municipalità; presente una delegazione da Termoli, compreso me.

Tra i diversi momenti, persone e luoghi di quei giorni (conferenze, manifestazioni, trasferimenti, rinfreschi vari ecc.) pur a distanza di tanti anni e senza un motivo particolare, mi sovviene oggi il ricordo di una ragazza mora, alta, elegante e sportiva allo stesso tempo, interprete nell’occasione, con l’incarico di accompagnarci ai vari appuntamenti istituzionali.

Sempre puntuale, sorridente, brillantemente ospitale ed operativa per farci sentire a nostro agio; ottima organizzazione.

Eppure oggi c’è un particolare di quei giorni che deve aver attirato la mia attenzione e che vorrei mi tornasse in mente, senza però riuscirci; cosa mi colpì di quella esperienza senza che al momento me ne rendessi conto? cosa mi sovviene per un attimo in mente oggi dopo tanti anni e perché? il viso di lei? forse, non so; la piazza della città? non credo si tratti di questo; ed allora cosa? meglio lasciar perdere; è passato troppo tempo, non deve essere importante.

Volto pagina, altro pensiero, certamente più attuale; mi ricapita in questi tempi (come a tanti) di fare la solita ed ormai quotidiana e fugace riflessione di fronte ad immagini o incontri, in TV o per strada, di poveri disgraziati e sfortunati uomini, donne e bambini che vengono a chiederci aiuto, dopo allucinanti viaggi, stipati in barconi che attraversano il “nostro mare”, spesso, se avvistati, con braccia tese e sguardi imploranti.

Ed anche tra queste immagini c’è qualcosa che mi colpisce e che pure non riesco a focalizzare; al di là di ogni riflessione ed opinione a riguardo, quale è l’immagine che mi scorre davanti non appena vi pongo attenzione? cos’è che mi colpisce in particolare ogni volta che scorrono foto e filmati sui barconi dei migranti o quando incrocio qualcuno di loro per strada? non saprei proprio.

Sai quando hai un nome, un’immagine, un’idea che ti ronza nella mente e che non riesci a capire di cosa si tratta e ti sfugge …..? in questo caso ho la netta sensazione, quasi la certezza, che queste due vicende (il viaggio in Germania e la storia dei migranti) abbiano qualcosa in comune, ma non capisco cosa; anche se cerco di non pensarci, torno pur senza volerlo a chiedermelo, faccio uno sforzo di pochi secondi e poi lascio perdere.

Sono fermo al semaforo (e meno male che ne esiste ancora qualcuno, così al “rosso” ti fermi, ti guardi intorno e fai anche qualche riflessione; con le rotonde tanto in uso oggi, invece, non ci si deve neanche fermare più; ti hanno tolto pure quei pochi secondi per guardarti intorno, incrociare qualche sguardo, perché il traffico “deve scorrere” per arrivare “prima”, chissà poi per fare cosa di irreparabilmente urgente) un giorno qualsiasi; annoiato mi guardo, appunto, intorno e mi viene in mente il romanzo “Cecità”, di Saramago, che inizia proprio ad un semaforo con il conducente di una vettura che, fermo in attesa del verde in una arteria molto trafficata di una grande città, diventa improvvisamente cieco – come di lì a poco lo sarà l’intera popolazione, con inimmaginabili conseguenze – e non riesce a ripartire, creando un enorme ingorgo che ….. !!! ma certo, ora capisco! dietro di me cominciano (giustamente) a suonare e protestare perché è uscito il verde ed io sono fermo,  completamente assente… ma è perché capisco finalmente e all’improvviso, come se qualcuno me lo avesse suggerito all’orecchio, cosa lega l’immagine dell’amica lontana con quella dei poveri fratelli stipati sui barconi della disperazione e della speranza: sono i loro OCCHI!!!!!

E da questo istante il chiarimento con me stesso scivola via facilmente e senza intoppi rotola verso la chiarezza: lei, musulmana bosgnacca, di Srebrenica, scappata e trasferitasi in Germania dopo il massacro, genocidio, di migliaia di musulmani da parte delle truppe del generale serbo Mladic, tra i quali i suoi genitori, così come (oramai il ricordo di quei giorni diventa sempre più nitido) lei stessa ci raccontò  al momento dei saluti per il nostro rientro in Italia.

Ed al di là delle parole e della sua voce, erano gli occhi a raccontarci la sua storia ed  il dramma che aveva vissuto; occhi che scendevano verso il basso; occhi che, nonostante sorrisi e atteggiamenti pur di spontanea ilarità, restavano all’ingiù, fermi, tristissimi né riposati né stanchi, praticamente spenti; chissà quali atrocità avevano visto; certamente una volta brillanti e radiosi, ma oggi in contrasto con i sorrisi, le mani, la voce, i colori della bellissima slava; atteggiamenti e voce da una parte e gli occhi da un’altra, sembravano appartenere a due persone diverse.

Mamma mia quegli occhi, non li dimenticherò mai; come un film-verità in bianco e nero, senza un finale, senza risposte, nel  contesto delle solite frenetiche banali quotidianità; disincanto di fronte ad ogni splendore.

E poi gli occhi di quei poveri e sfortunati migranti che chiedono aiuto! occhi spalancati, diventati tutti arrossati, infiammati, con l’iride per tutti dello stesso non-colore; sì: “diventati” perché giurerei della loro luce e della loro bellezza  all’inizio della loro vita, appena nati e venuti al mondo, solo per sfortuna al momento sbagliato e nel posto sbagliato.

Sì, finalmente ho capito! è questo che accomuna le due storie e che mi resta nel cuore oramai per sempre: i loro OCCHI! gli occhi di chi conosce questo mondo molto meglio di me, di chi nel parlarmi potrebbe insegnarmi molte cose sulla vita e che mi hanno dato definitivamente la consapevolezza che le persone devo ascoltarle e guardarle negli occhi per conoscerle, capirle, aiutarle senza voltarmi dall’altra parte; e chinando alla fine il capo.

 

Marcello Antonarelli

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