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Non spira solo il vento di Tramontano. Il camaleonte delle casacche è un ex Socialista, Udeur, Margherita, Forza Italia e oggi Lega

Alberto Tramontano, oggi candidato con la Lega, è diventato suo malgrado il simbolo del trasformismo politico su giornali nazionali e perfino in tv. Ma ha un degnissimo rivale al ballottaggio: Alessandro Pascale, pure lui in corsa con la Lega di Salvini, è transitato dai Socialisti all’Udeur alla Margherita a Forza Italia. Del resto è in buona compagnia: sempre a Campobasso, capoluogo dei transfughi, ci sono altri casi eclatanti. Meno a Termoli, dove i salti della quaglia sono rimasti confinati entro i “pollai” delle coalizioni.

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Povero Alberto Tramontano. Capro espiatorio di quel male antico e mai debellato che, in politica, passa sotto il nome di “trasformismo”. L’ex assessore provinciale all’Ambiente e al Turismo è diventato, suo malgrado, l’emblema del camaleontismo partitico. Il simbolo del saltatore per eccellenza, finendo per raccontare le elezioni amministrative del capoluogo – sempre suo malgrado –  sulla stampa nazionale (da Il Fatto a Repubblica) e perfino in tv. Del resto, il curriculum ce l’ha. Il prof di lettere 44enne che prima di Maria Domenica D’Alessandra sarebbe dovuto essere il candidato sindaco del centrodestra è passato dai Ds alla Lega di Salvini in 15 anni, transitando per Democrazia Popolare, Udeur, la civica Città Amica.

Una parabola che però non gli vale la vittoria, in questo gioco di funamboli che ancora una volta segna le Amministrative molisane. Meglio di lui, difatti, ha fatto il collega di lista Alessandro Pascale, che di partiti ne ha cambiati addirittura sei.

Aveva i capelli fluenti e lo sguardo languido quando, per la prima volta, si affacciò alla scena politica con il Garofano Socialista. Poi, evidentemente stregato dal carisma di Clemente Mastella, è passato sotto l’ala protettiva e materna dell’Udeur. Per allontanarsene in una nuova tornata elettorale al riparo della Margherita, sotto la protezione del centrosinistra.

Di lui tutto si può dire tranne che sia uno intimorito dal cambiamento. Disinvolto, addirittura temerario nelle scelte di appartenenze, dopo la parentesi nel centrosinistra ha aderito convintamente a Forza Italia. E ha ribadito la scelta entrando, sempre convintamente, nel Pdl. Fino a quando qualcuno, o qualcosa, non gli ha nuovamente mostrato la ristrettezza della dimensione selezionata. “Lascio perché il partito non è stato in grado di ricambiare il mio impegno” ebbe modo di dire a Primonumero.it alcuni mesi fa, spiegando la ragione per la quale aveva aderito alla Lega di Salvini – con i capelli accorciati e lo sguardo assai meno romantico di un tempo – che gli aveva generosamente spalancato la porta.

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Il particolare che “disponibilità e coerenza” sia il suo motto storico, di per sé, non stride affatto con il percorso intrapreso. La coerenza, d’altronde, bisogna averla prima di tutto con se stessi. E su questo nessuno potrebbe giurare che Alessandro Pascale non sia fedele principalmente alle sue ambizioni.

Per carità, non è l’unico. Il capoluogo di Regione annovera splendidi esempi di gattopardismo più o meno recenti. Prendiamo Michele Coralbo, oggi in corsa con la lista di Forza Italia. Cinque anni fa aderiva con determinazione al Polo Civico, a sostegno di Michele Scasserra in quel centrodestra spaccato che ha favorito la vittoria del sindaco di centrosinistra Antonio Battista. Ma evidentemente il ruolo di minoranza non lo persuadeva, perchè dopo un paio di anni di purgatorio ha attraversato il guado con disinvolta leggerezza fondando, con Lello Bucci del Pd, il Movimento Democratici in Città. Quindi, sospinto dal vento che agita i cuori e mescola le tessere, ha sposato il tricolore sfondo azzurro di Silvio Berlusconi.

Non è da tutti. Salvatore Colagiovanni, tanto per citare un altro politico dal volto noto, non si è avvicinato nemmeno un po’ a queste vette. In fondo la lista con la quale si è candidato 5 anni fa, quel Molise di Tutti che vedeva nell’assessore regionale Pierpaolo Nagni il principale padrino, non si discosta troppo nella “spinta ideologica” dai Popolari di Niro, partito nelle cui acque naviga dopo essere stato assessore cittadino alle Attività Produttive.

L’inquietudine deve essere una caratteristica degli ex assessori al settore produttivo e commercio, se anche a Termoli Vincenzo Ferrazzano è passato dal centrosinistra di Angelo Sbrocca al centrodestra unito per Francesco Roberti. Ma fare qualche distinguo è doveroso: simili passaggi sono saltelli di riscaldamenti, balzetti da gattini, se confrontati con i salti olimpionici di candidati come Pascale o Tramontano.

Ferrazzano, va riconosciuto, ha cambiato candidato sindaco ma non ha mai abbandonato l’ala centrista che lo vede tra i maggiori eredi locali del testimone Dc. E vale pure per l’ex sindaco Antonio Di Brino, per anni storico appartenente di Forza Italia e oggi in quota Fratelli d’Italia. Niente di eclatante, in fin dei conti. Niente a che vedere con il più drastico e brioso trasformismo di un altro ex sindaco di Termoli, pure lui candidato con il partito di Giorgia Meloni.

Vale la pena ricordare che Alberto Montano, dal lontano 1999 a oggi, è stato militante del Ccd e poi di Forza Italia, ha fondato il Forum per le Libertà e ne è stato espulso perché passato con l’Udeur nel centrosinistra; ha successivamente promosso il Movimento per il Buongoverno a sostegno della sua candidatura a sindaco; alle elezioni provinciali ha sorpreso ancora una volta tutti candidandosi col centrodestra in un nuovo gruppo politico di matrice berlusconiana; nel 2007 è diventato segretario regionale dell’Udc e nel 2010 si è candidato con il Popolo delle Libertà diventando presidente del Consiglio. Infine nel 2014 ha corso con Forza Italia ma non è stato eletto. Ora ci riprova, con Fratelli d’Italia. Beata forza di volontà.

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