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La protesta che rincorre Salvini è la sinistra che rincorre se stessa

L'afFondo/6 Anche l’area dem, insieme alla componente più radicale, parteciperà oggi alle iniziative di protesta organizzate per “salutare” l’arrivo del vicepremier e leader della Lega a Campobasso. Ma è davvero in questo che si esauriscono il senso e il destino di un’opposizione realmente matura?

Affacciata al balcone, a guardare e leggere la storia che scorre. Una storia scritta da altri.

Il coro di protesta scandito – tra iniziative e comizi – in occasione dell’arrivo di Matteo Salvini a Campobasso, getta una luce tiepida sul ruolo e sulla direzione del centrosinistra. O, quanto meno, su ciò che ne resta. 

Perché, provando a procedere in un esercizio metodologico neppure troppo azzardato, non è difficile intravedere nel capoluogo lo specchio di una situazione generalizzata; un trend ricorrente non solo a livello nazionale, ma addirittura in declinazione europea.

La sinistra, più o meno “centrista” che sia, non è ancora uscita dalla crisi. Una crisi primariamente identitaria; e di linguaggio, in seconda battuta. 

Come pervasa da un senso di nostalgico anacronismo, la “bandiera rossa” pare imbrigliata nel disperato tentativo di rincorrere se stessa, di incollare i cocci di un impianto valoriale smarrito, troppo spesso bistrattato. 

La sinistra, questa sinistra, si è progressivamente allontanata da temi e ceti una volta imprescindibili, capaci di rappresentare – ad un tempo – il fine e il senso di un’attività concretamente radicata nel tessuto sociale. 

I diritti di classe, il lavoro ed i lavoratori, gli operai e la fabbrica, il popolo e la sua quotidianità sono stati via via sostituiti da un’agenda politica differente, d’un tratto estranea a logiche e istanze tradizionalmente “fedeli alla linea”.

Un’intera fazione politica ha finito così con l’anestetizzarsi, trincerandosi dietro la pura teorizzazione, nell’intellettualità ad oltranza, divenendo espressione di un elitarismo sterile, fastidioso, lontano dalla gente, a tratti borghese. 

È stato, questo, un autogol clamoroso, un peccato capitale, il monumento alla decadenza della elaborazione politica. 

Ma c’è di più. Perché questa strana forma di immobilismo si è tradotta anche nell’incapacità di scendere e battagliare degnamente sul campo del confronto, oggi straordinariamente allargato; un campo complesso, in continua evoluzione dal punto di vista dei linguaggi e della dialettica. 

Per intenderci: se il “Prima gli italiani” ha demolito – a livello elettorale, nei numeri – la “mucca nel corridoio”, il “giaguaro da smacchiare”, prima, e l’arcinoto “stai sereno” di renziana memoria, poi, una ragione dovrà pur esserci.

E i “Bella ciao” intonati in loop non sono esattamente nè antidoto, nè panacea, in questo senso. 

In realtà, uno dei più grandi successi delle destre europee – e, più in generale, di tutta la corrente politica dai più battezzata con l’abusato appellativo di “populista” – è stato quello di entrare così a fondo nel dibattito popolare da comprenderne semantiche e dinamiche ulteriori, da individuarne i meccanismi più reconditi.

A cambiare non sono stati soltanto luoghi e tempi del dibattito (e i social, in questo senso, rappresentano solo una delle molteplici nuove “tribune” politiche) ma anche e soprattutto gli strumenti e le categorie interpretative. 

Il mezzo è il messaggio”, diceva McLuhan. 

Evidentemente, chi oggi governa di questo piccolo inciso ha fatto tesoro. 

Chi, al contrario, non ne avesse ancora carpito le implicazioni è destinato probabilmente a scivolare ancora. O, nella migliore delle ipotesi, ad affacciarsi a un balcone mentre altri protagonisti spingono il corso di un’altra storia in un’altra direzione.